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I professionisti che appartengono a Ordini o Albi professionali, per poter svolgere in forma societaria la professione, devono fare ricorso alla Società tra professionisti (Stp).
 
A chiarirlo il Ministero dello Sviluppo economico (MISE) con la nota 415099 del 23 dicembre scorso (il parere del MISE si riferisce agli odontoiatri, ma può essere esteso a tutte le professionisti ordinistiche).
 
Con la nota il MISE sottolinea che “la società tra professionisti costituisce, allo stato attuale, l’unico contesto nel cui ambito è possibile l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai titoli V e VI del libro V del Codice civile”.
 
I professionisti iscritti in albi o appartenenti a ordini non possono, dunque, ricorrere alle ordinarie strutture societarie di tipo “classico” in quanto solo la struttura della Stp è in grado di fornire “puntuali parametri volti ad equilibrare e contemperare i contrastanti interessi (l’interesse all’efficienza e allo sviluppo della concorrenza e l’interesse a tutelare l’affidamento del cliente) che nella fattispecie si confrontano. Parametri che verrebbero completamente a mancare ove si ammettesse la possibilità di svolgere le medesime attività “protette” nella forma di generiche società commerciali”.
 
La nota ministeriale, inoltre, ricorda l’obbligo per le Stp di una “prevalenza” dei soci-professionisti nella gestione societaria (maggioranza di due terzi) e di una polizza assicurativa per la copertura dei rischi derivanti dalla responsabilità civile per i danni causati ai clienti dai singoli soci professionisti nell’esercizio dell’attività professionale. 
 

Ridotti a 60 i Crediti Formativi Professionali (CFP) che gli architetti dovranno conseguire per il triennio 2017-2019.
 
A stabilirlo il Consiglio Nazionale Architetti (CNAPPC) nella delibera del 21 dicembre scorso che prevede anche per il prossimo triennio l'acquisizione di 60 CFP, di cui 12 in relazione alla deontologia professionale, rispetto ai 90 previsti dal Regolamento per l’aggiornamento e sviluppo professionale continuo.
 
Il Regolamento, infatti, aveva previsto la limitazione del numero di crediti (60 CFP) solo per il primo triennio sperimentale (2014-2016) prevedendo poi l’obbligo di acquisire nel triennio 2017-2019 almeno 90 crediti formativi professionali, con un minimo di 20 crediti annuali di cui almeno 4 crediti sui temi della Deontologia e dei Compensi professionali.
 
Tuttavia il CNAPPC ha notato che sussiste la difficoltà per gli iscritti di conciliare la quotidiana attività professionale, legata al periodo di crisi, con le attività formative.
 
Inoltre il Consiglio Nazionale ha preso atto che la media dei crediti per l’aggiornamento professionale negli altri paesi della UE è di 20 CFP annuali.
 
Per queste motivazioni il Consiglio Nazionale ha già concesso la proroga alle modalità di acquisizione dei crediti, riducendo il numero dei crediti sanciti nel Regolamento. 
 

I professionisti che intendono partecipare ad una gara pubblica di progettazione possono dimostrare i requisiti utilizzando gli incarichi svolti per committenti privati, anche se le opere non sono mai state realizzate. Lo ha affermato il Tar Toscana con la sentenza 1730/2016.
 
La sentenza ha risolto un caso avvenuto all’inizio del 2016, ma non esiste una posizione univoca sull’argomento. L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e un’altra parte della giurisprudenza sostengono il contrario, cioè che non fanno curriculum le opere progettate per un privato ma non realizzate.
 

Requisiti per la progettazione e opere realizzate

Il Tribunale Amministrativo ha esaminato il caso di una gara per la progettazione esecutiva e i lavori di costruzione di un edificio di edilizia residenziale pubblica di 88 alloggi. Il palazzo doveva possedere determinate caratteristiche: essere in cemento armato nei piani interrati e al piano terra e dotato di pannelli strutturali in legno XLAM negli altri 6 piani fuori terra.
 
Il bando richiedeva che il concorrente nei cinque anni precedenti avesse progettato un edificio analogo e che nel decennio prima della gara avesse svolto servizi di ingegneria e architettura per la redazione di progetto esecutivo relativi a lavori appartenenti, tra l’altro, alla categoria S04 (strutture o parti di strutture in muratura, legno, metallo), per un importo superiore a 2 milioni di euro.
 
Ad aggiudicarsi la gara era stato un ingegnere che aveva progettato opere analoghe per un privato. L’edificio, però, non era stato realizzato, quindi il secondo classificato aveva presentato ricorso sostenendo che in realtà il vincitore non avesse i requisiti di capacità tecnica richiesti.
 
I giudici hanno dato ragione al vincitore sostenendo che, ai sensi dell’articolo 263 del Dpr 207/2010 non è importante che l’opera progettata sia stata realizzata o meno (Il Dpr 207/2010 è stato abrogato dai decreti attuativi del nuovo Codice Appalti, ma dato che la gara è precedente è stato utilizzato come riferimento normativo).
 

Requisiti per la progettazione, cosa ne pensa l’Anac

Con un parere di precontenzioso rilasciato in estate (delibera 843/2016), l’Anac ha affermato che bisogna distinguere tra committenti pubblici e privati.
 
Secondo l’Autorità Auticorruzione, se la progettazione di un’opera, poi non realizzata, è stata commissionata da una Amministrazione pubblica, i servizi di ingegneria e architettura prestati possono essere utilizzati per provare la propria capacità tecnica.
 
Non vale la stessa cosa se il committente è un privato dato che, sostiene l’Anac, solo una Pubblica Amministrazione può certificare e garantire la corretta esecuzione della progettazione.
 
Sull’argomento, quindi, non esiste certezza normativa.

Gli architetti sono giunti al rush finale del primo triennio di riferimento (2014-2016) per l’aggiornamento professionale continuo; entro il 31 dicembre prossimo dovranno aver conseguito i 60 Crediti Formativi Professionali (CFP) previsti, altrimenti, senza il ravvedimento operoso nei sei mesi successivi, sarà attivata un’azione disciplinare.
 

Formazione continua architetti: conseguimento crediti 

Per il primo triennio il numero di crediti da conseguire è 60 CFP, con un minimo di 10 CFP all’anno, 4 dei quali in materia di deontologia e compensi professionali. Dal triennio successivo (2017-2019) i CFP da acquisire salgono a 90, con un minimo di 20 annuali dei quali 4 in materia di deontologia e compensi professionali.
 
Il conseguimento di un master o di un dottorato di ricerca all’università dà diritto a 15 CFP per ogni anno di corso (20 CFP dal triennio 2017-2019).
 
L’ottenimento della laurea specialistica, da parte di iscritti alla sezione B, dà diritto a 15 CFP per ogni anno di corso (20 CFP dal triennio 2017-2019), così come il conseguimento di una seconda laurea i materie affini.
 
L’attività di docente formatore svolta a favore dell'Ordine professionale, purché non retribuita, dà diritto a 1 CFP a seduta (lezione), con il limite di 5 CFP annui. La reiterazione della medesima docenza non dà diritto ad ulteriori CFP.
 
Infine secondo la circolare 29/2014 del Consiglio Nazionale i corsi abilitanti (sicurezza cantieri, VV.FF. etc.) fanno conseguire 15 CFP per corsi base di 120 ore (20 CFP dal triennio 2017-2019) e 10 CFP per corsi di integrativi 40 ore se svolti in unica soluzione, oppure 1 CFP ogni 4 ore di corso se svolto a moduli.
 

Formazione continua: per chi vale l’obbligo

Secondo quanto previsto dal “Regolamento per l’aggiornamento professionale continuo” tutti gli iscritti sono soggetti all'obbligo della formazione continua, in qualunque forma essi esercitino l'attività professionale di architetto, pianificatore, paesaggista, conservatore.
 
In presenza di determinati requisiti il Consiglio dell’Ordine può deliberare, su richiesta dell’interessato, l’esonero dalla formazione. A tal fine l’interessato deve produrre una dichiarazione in cui sostenga di:
- non essere in possesso di partita IVA, né esservi obbligato relativamente ad attività professionali di architetto;
- non essere iscritto ad INARCASSA, né esservi obbligato;
- non esercitare l’attività professionale nemmeno occasionalmente ed in qualsiasi forma.

Se durante il triennio vengono meno le condizioni per l’esonero i crediti da conseguire si riducono proporzionalmente. Se durante l’esonero il professionista frequenta dei corsi, i crediti acquisiti nel periodo di esonero non sono computabili al fine dell’assolvimento dell’obbligo.
 

Formazione continua: casi particolari

L’obbligo formativo cessa al compimento dei 70 anni di età per gli iscritti con almeno 20 anni di iscrizione all’Albo, senza la necessità di presentare domanda di esonero.
 
La maternità è causa di esonero parzialeper un anno formativo, e quindi i crediti da conseguire nel triennio vengono ridotti proporzionalmente. Per ottenere l’esonero, però, è necessario che l’interessata presenti domanda al Consiglio dell’Ordine.
 
I dipendenti pubblici possono sottoporre all’approvazione del Consiglio Nazionale per il riconoscimento dei CFP i progetti di formazione predisposti dai loro datori di lavoro, purché inerenti le aree di cui al punto 3 delle Linee Guida. Come tutti gli iscritti all’Albo anche i dipendenti pubblici sono obbligati a conseguire almeno 4 CFP annuali sui temi della deontologia e dei compensi professionali.
 
Per malattia grave e/o infortunio che determinino l’interruzione dell’attività professionale per almeno sei mesi il Consiglio dell’Ordine può esonerare, previa domanda ed allegazione di certificato medico, l’iscritto dall’obbligo di aggiornamento. I crediti da conseguire sono proporzionalmente ridotti.
 

Mancato aggiornamento: sanzioni per gli architetti

Dopo la scadenza del triennio, l’iscritto non in regola con l’aggiornamento ha sei mesi di tempo per il ravvedimento operoso, ovvero il conseguimento dei crediti mancanti.
 
Qualora, decorso tale termine, l’irregolarità permanga, il Consiglio dell’Ordine è tenuto a deferire l’iscritto al Consiglio di Disciplina per l’esercizio dell’azione disciplinare.
 

L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) continua a ritenere obbligatori i parametri per determinare i compensi nelle gare di progettazione.
 
Con un errata corrige alle linee guida sui servizi di ingegneria e architettura, attuative del Codice Appalti (D.lgs. 50/2016), l’Anac ha affermato che, per la quantificazione dei corrispettivi da porre a base di gara “occorre fare riferimento ai criteri fissati dal DM 17 giugno 2016”.
 
Si tratta, lo ricordiamo, del nuovo Decreto Parametri bis, che ha sostituito il DM 143/2013. La pubblicazione dell’errata corrige si è resa necessaria perché le linee guida dell’Anac sono state messe a punto prima dell’approvazione del nuovo Decreto Parametri bis ed è stato quindi opportuno operare i dovuti raccordi normativi.
 

Compensi dei professionisti nelle gare di progettazione

La questione in realtà è più controversa perché, secondo il Codice Appalti, i parametri non sono obbligatori, ma costituiscono solo uno degli strumenti a disposizione delle Stazioni Appaltanti per la determinazione dei corrispettivi. Questo significa che le Amministrazioni possono rifarsi anche ad altri criteri.
 
Le linee guida dell’Anac, cioè lo strumento innovativo e flessibile ideato per attuare e spiegare meglio il Codice Appalti, vanno invece nella direzione opposta affermando l’obbligatorietà dei parametri.
 
Sulla questione si è anche pronunciato il Consiglio di Stato. I giudici hanno ricordato che le linee guida sui servizi di ingegneria e architettura non hanno carattere vincolante. Di conseguenza, seguendo un approccio esclusivamente normativo, neanche i parametri per la determinazione dei corrispettivi sono obbligatori.
 
Questa interpretazione non rispecchia però la volontà dei professionisti e degli addetti ai lavori in generale. Se i progettisti temono di vedere svalutate le loro competenze, le Stazioni Appaltanti non hanno dei paletti certi per determinare gli importi e, di conseguenza, scegliere la procedura di aggiudicazione corretta.
 
I professionisti in più occasioni hanno chiesto una virata a favore dell’obbligo di rispetto dei parametri. Sarà però solo la pratica a individuare quale prassi si deciderà di intraprendere.

Il 24 novembre scorso il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge per la conversione del Decreto Fiscale (DL 193/2016).
 
Il testo approvato contiene numerosi provvedimenti ma solo alcuni interessano in maniera diretta i professionisti.
 

Studi di settore, cosa cambierà

Dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2017, il Ministro dell’Economia e delle Finanze individuerà, con un decreto ad-hoc, degli indici sintetici di affidabilità fiscale cui saranno collegati livelli premiali per i contribuenti più affidabili.
 
Le premialità consisteranno nell’esclusione o nella riduzione dei termini per gli accertamenti. L’obiettivo della misura è stimolare l'assolvimento degli obblighi tributari, rafforzando la collaborazione tra l'Amministrazione finanziaria e i contribuenti. 
 
Una volta definite le nuove regole, gli studi di settore così come li conosciamo, cesseranno di esistere. Tuttavia i dati delle fatture Iva dovranno essere obbligatoriamente comunicati all’Agenzia delle Entrate per via telematica ogni tre mesi.
 
Inoltre le partite IVA saranno chiuse d’ufficio, da parte dell’Agenzia delle Entrate, se inattive per tre anni.
 

Multe per errori nelle fatture

Gli errori nella comunicazione Iva telematica saranno puniti con una sanzione da 500 a 2.000 euro; in caso di errata trasmissione dei dati la sanzione sarà di 2 euro per fattura, per un massimo di 1.000 euro a trimestre.
 
Sarà però possibile dimezzare le multe correggendo l’errore entro 15 giorni.
 
Spese di trasferta dei professionisti
Le somme erogate a titolo di trasferta non saranno soggette a imposizione contributiva; non costituiranno quindi più compenso in natura per il professionista le spese di viaggio pagate direttamente dal cliente.  
 
Inoltre diventeranno deducibili le spese sostenute in trasferta dai professionisti (prestazioni di viaggio e di trasporto).
 

Le critiche al Decreto fiscale

Il Decreto fiscale non è stato esente da critiche; per Confprofessioni (Confederazione italiana libere professioni) “il carico medio dei nuovi adempimenti su imprese e professionisti si attesterà sui 480 euro annui nel 2017 e sui 720 a partire dal 2018”.
 
Confprofessioni Lazio sottolinea che “rendendo trimestrali adempimenti oggi annuali si inflaziona ancora di più un calendario già affollato di scadenze, si aumenta il peso della burocrazia a scapito delle semplificazioni e, infine, si  introduce una ‘tassa occulta’ che paradossalmente grava su imprese e professionisti più dell’intero gettito previsto dalla manovra”.
 
Anche il Coordinamento Libere Associazioni Professionali (CoLAP) critica l’aumento della burocrazia per i professionisti; secondo Lugi Pessina, membro del direttivo CoLAP, “si passa da una comunicazione annuale a “n” comunicazioni periodiche, gravando il contribuente di ulteriori e ingiustificati oneri derivanti dall’adempimento.
 
Emiliana Alessandrucci, Presidente del CoLAP Nazionale ha dichiarato: “E’ una nuova tassa occulta. Una comunicazione, ci dicono i nostri Consulenti, può avere un costo variabile tra i dai 50 ai 70 euro, se la moltiplichiamo per 4 volte l’anno o per 12 possono diventare più di 200 euro e fino a quasi 1000 euro l’anno contro i 50 dell’anno precedente; costi che molti dei nostri professionisti non possono più permettersi di sostenere.”

Gli ingegneri non possono svolgere l’attività di direzione dei lavori sugli immobili vincolati di rilevante carattere storico e artistico.
 
A ribadirlo il Consiglio Nazionale Architetti (CNAPPC) che accusa il Consiglio Nazionale Ingegneri (CNI) di voler “aggirare quanto sancito dal Consiglio di Stato con la sentenza 21/2014” nella circolare CNI che assicura l’idoneità degli ingegneri nella ‘parte tecnica’ dei lavori.  
 

Edifici vincolati: le accuse degli Architetti

L’accusa del CNAPPC è precisa e circostanziata: “gli ingegneri stanno tentando di eludere la sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorsopresentato da alcuni Ordini locali per consentire anche a quella figura professionale la possibilità di svolgere l’attività di direzione dei lavori sugli immobili vincolati di rilevante carattere storico e artistico”.
 
La dura presa di posizione del Consiglio Nazionale è contenuta in una lettera inviata al capo di Gabinetto del Ministero dei Beni Culturali (Mibact) nella quale viene sottolineato come “non corrisponda al vero che gli ingegneri possono avere un ruolo nella ‘parte tecnica’ degli edifici vincolati” e stigmatizzano “l’ennesimo tentativo di voler aggirare la tematica delle competenze professionali”.
 
Nella circolare invita recentemente agli iscritti il CNI aveva argomentato tale tesi sostenendo che l’attività di direzione dei lavori potesse essere ricondotta ad un rilievo tecnico e quindi, in quanto tale, esercitabile dagli ingegneri, citando altre sentenze favorevoli.
 

Competenze su edifici storici: chiesti chiarimenti al Mibact

Nella lettera gli Architetti sottolineano la necessità che il Mibact si faccia promotore di un confronto al fine di una verifica congiunta (ingegneri ed architetti) sulla tematica delle competenze professionali poiché la sentenza 21/2014 è stata estremamente chiara sulla "parte tecnica" degli immobili vincolati.
 
Una richiesta simile era stata fatta anche dal CNI che aveva chiesto al Mibact di chiarire in modo definitivo gli ambiti in cui gli ingegneri possono intervenire quando si opera su edifici vincolati e di particolare pregio storico-artistico.

 Disparità di trattamento tra un libero professionista e un dipendente per quanto concerne la sospensione a causa del mancato aggiornamento.
 
Questa una delle criticità rilevate dall’Associazione Nazionale Architetti e Ingegneri Liberi Professionisti (Federarchitetti) e del Sindacato Architetti e Ingegneri Liberi Professionisti (Inarsind) sulla formazione professionale continua. 
 

Formazione: le disuguaglianze tra dipendenti e partite Iva

Federarchitetti e Inarsind fanno notare che, alla fine del primo triennio di riferimento (che scade il 31 dicembre 2016) si verificheranno differenze tra gli iscritti nello stesso albo, in funzione della forma di svolgimento della professione.
 
In caso di mancato aggiornamento i liberi professionisti saranno soggetti alla sospensione dell’attività e conseguentemente dall’iscrizione a Inarcassa (comprese tutte le attività assistenziali) mentre per i dipendenti le sanzioni ordinistiche non produrranno effetti reali né sul lavoro né sulla previdenza.
 

Formazione continua: differenze tra Ingegneri e Architetti

Le associazioni sindacali di architetti e ingegneri liberi professionisti, inoltre, criticano la difformità esistente nell’obbligo formativo tra Consiglio Nazionale Ingegneri (CNI) e Consiglio Nazionale Architetti (CNAPPC) che interpretano con parametri diversi e contrastanti tra loro l’attività professionale, compresa la deontologia degli iscritti ai due Ordini. 
 
Se nessuna attenzione è data dal CNAPPC all’attività professionale certificabile (permessi di costruire, concorsi e gare di progettazione, pubblicazioni di opere) quale credito formativo, troppo discrezionale resta invece la regolamentazione del CNI che demanda agli Ordini territoriali le sanzioni deontologiche senza criteri predeterminati e definiti.
 
In più si riscontra il mancato mutuo riconoscimento dei crediti formativi fra architetti e ingegneri, nonostante le due categorie abbiano molte competenze in comune, un unica cassa di previdenza, associazioni sindacali comuni, tariffe di riferimento e buona parte di mercato professionale coincidente.
 
Ma non è solo la differenza tra i due criteri di valutazione formativa a produrre effetti negativi per la libera professione, quanto l’incidenza di quest’obbligo tra le mille difficoltà che architetti e ingegneri hanno dovuto affrontare in questi anni di crisi. Troppa rilevanza agli aspetti formativi e alle incombenze burocratiche a fronte della forte carenza di occasioni di lavoro.
 
Secondo le due associazioni agli iscritti, architetti e ingegneri, questo tipo di formazione appare confusa, impositiva, poco qualificante e condotta sempre più verso un business con scarsa attenzione all’interesse pubblico.
 
Federarchitetti e Inarsind ha chiesto quindi un incontro urgente ai due Consigli Nazionali per affrontare in modo diretto gli aspetti critici degli obblighi formativi e per affrontare in modo congiunto ed omogeneo i due regolamenti.

Diminuisce, nel 2015, il numero di laureati in ingegneria e architettura che conseguono l’abilitazione professionale sostenendo l’esame di Stato.
 
A riferirlo un Rapporto del Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri (CNI) che attesta il calo dell’interesse dei laureati tecnici verso l’abilitazione.
 

Abilitazione professionale: i numeri degli Ingegneri

La quota di laureati in ingegneria che ha conseguito l’abilitazione professionale si è attestata, nel 2015, al 35,5% a fronte del 38,2% rilevato nel 2014 e del 41,3% del 2013. Nel complesso gli abilitati nel 2015 sono stati 9.421, uno dei valori più bassi registrati negli ultimi 18 anni, corrispondente alla metà dei valori rilevati tra gli anni 2003 e 2006, quando il numero di abilitati ha anche superato la soglia dei 20mila.
 
Secondo il Centro Studi CNI questo trend al ribasso deriva dal fatto che sempre meno neolaureati scelgono di esercitare la libera professione, che ultimamente risulta poco premiata dal mercato.
 
Questa situazione risulta inequivocabile tra i laureati di primo livello, pochi dei quali prendono in considerazione l’ipotesi di conseguire l’abilitazione professionale; ogni 100 laureati triennali, si registrano appena 2,9 abilitati.
 
Più nello specifico, tra gli ingegneri della sezione A, il numero di abilitati è sceso per la prima volta, nel 2015, sotto le 9mila unità (8.610 ingegneri), mentre il numero dei nuovi ingegneri iuniores si è ridotto a 811. I dati che emergono rafforzano le perplessità del CNI circa l’opportunità di mantenere in vita un titolo di primo livello scarsamente utilizzato in campo professionale dagli ingegneri. Oltre al numero piuttosto ridotto di ingegneri uniores che effettua l’abilitazione professionale, va infatti anche ricordato che ben l'82,3% dei laureati di primo livello1 prosegue gli studi iscrivendosi ad un corso di laurea magistrale.
 

Ingegneri: disinteresse per l’abilitazione

Il Rapporto CNI mostra che l’accentuato disinteresse verso l’abilitazione professionale può essere determinato da una serie di concause che disincentivano i giovani laureati a sostenere gli Esami di Stato. Innanzitutto la percezione di una bassa utilità che l’iscrizione all’Albo professionale può avere per gli ingegneri del settore industriale e dell’informazione non essendo previste attività riservate così come avviene per gli ingegneri del settore civile ed ambientale.
 
Infatti l’universo degli abilitati alla sezione A è composto per ben oltre la metà (54,3%) da ingegneri del settore civile ed ambientale e solo una minima parte (appena il 10%) da ingegneri del settore dell’informazione.
 
Ma anche tra gli ingegneri civili ed ambientali è in crescita la componente di laureati non interessati all’abilitazione professionale, sia a causa della profonda crisi che negli ultimi anni ha colpito il settore delle costruzioni e delle opere pubbliche, sia per l’introduzione di obblighi di legge (formazione continua, assicurazione RC) a cui gli iscritti che svolgono la libera professione sono tenuti.
 
Un elemento che non incide più di tanto sulla flessione degli abilitati è certamente il livello di complessità delle prove di esame, visto che il tasso di successo rilevato nel 2015 (86,8% per la sezione A, 77,7% per la sezione B) è in linea con i valori rilevati negli ultimi anni.
 

Abilitazione professionale: disinteresse anche per gli architetti

Il diminuito interesse verso l’abilitazione professionale rispetto al passato non riguarda solo gli ingegneri, ma coinvolge anche gli architetti e le altre figure attinenti alla facoltà di architettura (conservatore dei beni architettonici ed ambientali, paesaggista e pianificatore territoriale).
 
Nel corso del 2015 hanno affrontato (spesso senza esito positivo) le prove dell'Esame di Stato per l'abilitazione alla professione di architetto 7.741 laureati: quasi la metà, così come per gli ingegneri, dei valori registrati tra il 2003 e il 2006.
 
Inoltre, le prove per l'abilitazione professionale nelle materie attinenti all'architettura si dimostrano decisamente più selettive di quelle degli ingegneri visto che dei quasi 7.800 candidati (sono compresi tutti i settori delle due sezioni), solo 4.421 (pari ad appena il 57,1%) hanno conseguito il titolo professionale.
 
La quota più consistente di queste abilitazioni (l'88%) è costituita dai 3.894 laureati (nel 2014 erano 4.837) che hanno conseguito il titolo abilitante per la professione di architetto (sezione A), mentre solo 282 (appena l'8% del totale) sono quelle inerenti la professione di architetto iunior.
 
Infine non sembrano riscuotere particolare successo le altre figure professionali “parallele” agli architetti; nel 2015 hanno conseguito il titolo professionale 135 Pianificatori, 21 Pianificatori iuniores, 83 Paesaggisti e appena 6 Conservatori dei beni architettonici e ambientali.

Contratti di rete estesi ai liberi professionisti, convenzioni tra ordini professionali e centri per l’impiego, deducibilità dei contributi volontari versati agli enti bilaterali e semplificazioni per la sicurezza negli studi professionali.
 
Queste alcune proposte migliorative per il Jobs Act degli Autonomiavanzate durante l’incontro, lo scorso 20 luglio, tra il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella, e il presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi.
 

DDL lavoro autonomo: contratti di rete per i professionisti

Il presidente di Confprofessioni ha sottolineato la necessità di “includere i liberi professionisti nel sistema del contratto di rete per dotare la categoria di uno strumento agile e dinamico, utile soprattutto per intercettare le occasioni dischiuse dalla apertura ai bandi europei e nazionali”.
 
E in tale direzione va anche un emendamento al DDL sul lavoro autonomo del relatore Sacconi, al quale Confprofessioni ha manifestato il pieno appoggio.
 
Il contratto di rete è, infatti, uno strumento giuridico indirizzato a imprenditori che perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato; la norma prevede che le imprese possano collaborare tra di loro, ad esempio, mettendo in comune risorse, tecnologie, informazioni, prestazioni tecniche, commerciali o, ancora, esercitando in comune una o più attività. Il contratto consente alle imprese di mantenere la propria individualità (la loro aggregazione non costituisce, quindi, né una nuova società né un consorzio) e di godere di incentivi e agevolazioni fiscali.
 

Jobs Act autonomi: centri per l’impiego, deducibilità e sicurezza

Stella ha anche ricordato l’esigenza di coinvolgere le associazioni delleprofessioni ordinistiche tra i soggetti che possono stipulare convenzionicon gli sportelli del lavoro autonomo che verranno costituiti nell’ambito dei centri per l’impiego.
 
Un'altra proposta lanciata da Confprofessioni è quella che prevede ladeducibilità, nel limite di 250 euro annui, dei contributi volontari versati a favore degli enti bilaterali previsti dal Contratto collettivo nazionale (Ccnl) di settore o altre forme mutualistiche che erogano prestazioni di assistenza sanitaria.
 
Infine Sacconi ha espresso la volontà di semplificare gli oneri in materia di sicurezza sul lavoro in ambiti, come gli studi professionali, che presentano caratteristiche estremamente meno complesse rispetto ad altre realtà produttive.
 
Tale visione trova l'appoggio di Confprofessioni che, tuttavia, auspica uncoinvolgimento delle rappresentanze del mondo professionale nella fase di attuazione degli interventi da parte del Governo.

 In arrivo l’aggiornamento del software gratuito predisposto dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) per determinare il compenso da porre a base delle gara per servizi di ingegneria e architettura.
 
Il CNI ha infatti presentato la versione aggiornata (presto disponibile) il 22 luglio scorso, nel corso di un convegno formativo sull’Affidamento dei Servizi di Ingegneria e Architettura (Sia) e il nuovo quadro normativo.
 

Corrispettivi ingegneri: il software CNI

Come ha spiegato il CNI nel corso del convegno, il software determina il corrispettivo sulla base del Decreto Parametri (DM 143/2013) e contribuisce alla produzione degli elaborati previsti dal Nuovo Codice Appalti come la relazione tecnico-illustrativa, il calcolo degli importi per l’acquisizione dei servizi e il Prospetto economico degli oneri complessivi relativi ai servizi.
 
Lo strumento sarà utile alle Stazioni Appaltanti, ma costituirà anche un riferimento per i progettisti.
 
Il corrispettivo, costituito dal compenso e dalle spese ed oneri accessori, viene determinato in funzione delle prestazioni professionali relative ai predetti servizi ed applicando i seguenti parametri generali per la determinazione del compenso:
V: costo delle singole categorie componenti l'opera;
G: complessità della prestazione;
Q: specificità della prestazione;
P: parametro base che si applica al costo economico delle singole categorie componenti l'opera.
 
In base a questi indicatori, il compenso sarà dato dalla sommatoria dei prodotti tra il costo delle singole categorie componenti l’opera, il grado di complessità delle prestazioni, la specificità della prestazione distinta in base alle singole categorie e il parametro base.
 
Il Consiglio nazionale ha fatto sapere che presto potrà essere scaricata la versione aggiornata gratuitamente. Inoltre, dopo la pubblicazione ufficiale delle linee guida Anac il programma per il calcolo dei compensi sarà implementato con il bando tipo e la gestione della gara.
 

Servizi di Ingegneria e Architettura: prima ricognizione sulla materia

Oltre alla presentazione del software aggiornato l’incontro del 22 è servito per effettuare una prima ricognizione sulla materia a seguito della pubblicazione del D.Lgs 50/2016 e della emanazione delle Linee Guida da parte dell’Anac sugli affidamenti dei Sia che hanno modificato il quadro normativo relativo alle attività degli ingegneri nei confronti della committenza pubblica.
 
“Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri”, ha affermato il Presidente Armando Zambrano, “anche attraverso la Rete delle Professioni Tecniche, ha contribuito attivamente al processo di elaborazione della nuova normativa, soprattutto sostenendo la necessità di assicurare un’idonea disciplina alle procedure di affidamento dei servizi di ingegneria e architettura. Il nuovo Codice è sicuramente un passo in avanti, anche se permangono alcune criticità residue che non abbiamo esitato a portare all’attenzione delle autorità.
 
“La sfida ora è quella di rendere operative le nuove norme, al fine di sfuggire alla tentazione di un ritorno al passato, a difesa di interessi particolari che hanno nuociuto non poco all’efficacia e all’efficienza dell’azione pubblica in questo settore”.

Michele Lapenna, Consigliere Tesoriere del CNI e coordinatore del Gruppo di Lavoro SIA ha aggiunto: “Questo seminario è un’occasione molto importante per gli Ordini e i loro rappresentanti che monitorano quotidianamente sul territorio la corretta applicazione della norma sull’affidamento, da parte delle Pubbliche Amministrazioni, dei servizi tecnici e in questa logica svolgono una funzione di supporto alle stesse stazioni appaltanti”.
 
“L’assenza nel D.Lgs 50/2016 di una parte specifica del Codice relativa ai Servizi di Ingegneria rende più complessa l’applicazione della norma in questa fase transitoria di passaggio dalla vecchia alla nuova normativa. In questa ottica le Linee Guida dell’ANAC, attualmente al vaglio del Consiglio di Stato e delle Commissioni Parlamentari, svolgono un ruolo di primaria importanza nell’interpretazione della norma in relazione alla specificità dei Servizi di Ingegneria rispetto ad altri tipi di servizi”.
 
“Il CNI e gli Ordini in questa ottica vogliono svolgere un ruolo di ausilio alle PA sull’applicazione della Nuova Normativa in tal senso abbiamo voluto fornire un servizio di supporto alle stazioni appaltanti locali, alla luce dell’entrata in vigore della nuova normativa e nell’imminenza della pubblicazione definitiva delle Linee Guida Anac, anche con la realizzazione di appositi strumenti software che consentono di elaborare tutta la documentazione di Gara. Daremo le prime utili indicazioni a coloro che operano in questo settore” ha concluso Lapenna.

Da quest’anno debutteranno i primi percorsi triennali ispirati ai principi del progetto di laurea per geometri del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati (CNGeGL).
 
Nell’anno accademico 2016/2017 saranno avviati in Emilia Romagna, Toscana e Lombardia tre percorsi didattici post-secondari a valenza di laurea triennale in “Gestione edilizia e del territorio”.
 

Laurea per geometri: le novità dei percorsi triennali

Il Presidente Savoncelli ha commentato queste iniziative, specificato che non fanno propriamente parte del progetto di riforma della professione voluto dal CNGeGL; infatti “i corsi in via di attivazione appartengono alla classe L-7 Ingegneria Civile e Ambientale, prevista dal DPR 328/2001”.
 
Tuttavia Savoncelli fa notare che ci sono elementi che si ispirano al progetto di laurea per geometri: “in primo luogo il piano di studi è focalizzato su materie che caratterizzano in maniera univoca la professione di geometra, distinguendola da profili limitrofi come l’architetto o l’ingegnere, attraverso un percorso altamente professionalizzante e immediatamente spendibile nel mercato del lavoro”.
 
In secondo luogo anche questi percorsi triennali mirano al coinvolgimento diretto degli istituti tecnici che potranno indicare con chiarezza il futuro percorso di carriera degli studenti, allineando aspettative e richieste del mercato, e intensificare i rapporti tra scuola e professioni, con l’obiettivo di soddisfare la richiesta di tecnici di primo livello.
 
In ultimo, è prevista la collaborazione con atenei tradizionali e telematici, nell’ottica della complementarietà didattica”.
 

Laurea triennale per geometri: i tre progetti “pilota”

Nello specifico a Rimini il corso di laurea in “Costruzioni e Gestione del Territorio”,inserito nella classe L-7 Ingegneria Civile e Ambientale, debutterà con l’a.a. 2016/2017. Il corso è stato organizzato dal CGeGL di Rimini in collaborazione con gli istituti tecnici CAT del territorio, l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e il supporto logistico dell’Università degli Studi di San Marino.
 
Anche a Siena l’attivazione del corso di laurea triennale dedicato alla figura del geometra (in classe L-7 Ingegneria Civile e Ambientale) partirà a settembre con l’avvio dell’a.a. 2016/2017. Il progetto nasce grazie alla collaborazione virtuosa tra il CGeGL di Siena, gli istituti CAT del territorio e l’ateneo telematico UniNettuno. Il Collegio, un polo universitario a tutti gli effetti, è attrezzato per la didattica frontale e online; a fronte di una richiesta particolarmente elevata di domande d’iscrizione provenienti da neo-diplomati CAT e professionisti iscritti all’Albo, è stata avviata l’interlocuzione con l’Università di Siena.

Inoltre il Consiglio Nazionale ha stipulato una convenzione con l’università telematica UniNettuno al fine di consentire ai geometri già iscritti all’Albo professionale di frequentare gli insegnamenti previsti dal corso di laurea triennale in Ingegneria Civile e Ambientale (classe L-7) con una modalità privilegiata: potranno iscriversi a ciascun singolo insegnamento (sostenendo il relativo esame)  e non all’intero anno accademico, maturando contestualmente CFU ai fini della carriera universitaria e CFP ai fini dell’assolvimento degli obblighi riferiti alla formazione professionale continua. 
 
Infine a Lodi, in seguito a un accordo tra il CGeGL di Lodi, l’Università di San Marino e l’istituto tecnico “A. Bassi”, a partire dall’a.a. 2016/2017, sarà attivo il corso di laurea triennale in “Costruzioni e Gestione del Territorio” specifico per la figura del geometra laureato.
 
Secondo il Presidente CNGeGL i tre progetti coordinati dai Collegi Provinciali di Rimini, Siena e Lodi possono essere considerati “pilota” perché hanno l’obiettivo di “farsi trovare pronti quando la riforma del percorso di accesso alla professione proposta dal Consiglio Nazionale sarà pienamente operativa”.
 
Savoncelli ha infatti dichiarato: “La partecipazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia, grazie alla sua articolazione a “rete di sedi” e al supporto logistico dell’Università di San Marino, è garanzia di una diffusa presenza sul territorio; le convenzioni siglate con l’ateneo telematico UniNettuno introducono un modello d’insegnamento e apprendimento a distanza innovativo, riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale e che lo stesso Consiglio Nazionale ha valorizzato mediante la convenzione stipulata con l’ateneo (nella persona del rettore, professoressa Maria Amata Garito) che prevede il riconoscimento dei crediti formativi per gli iscritti che intendono frequentare specifici corsi di laurea. Senza dimenticare che entrambi i modelli, tradizionale e telematico, contribuiscono ad assicurare un alto livello di scolarità anche a ragazzi altrimenti impossibilitati a proseguire gli studi universitari fuori sede”.

Dall’anno accademico 2017/18 partiranno le lauree professionalizzanti triennali per diventare periti industriali.
 
Questa una delle novità messe in evidenza durante la II edizione della manifestazione “Conoscenza in festa”, nata su iniziativa dell’Università di Udine, che ha visto la partecipazione del Consiglio nazionale dei periti industriali (Cnpi) e il patrocinio della Conferenza dei rettori e del Ministero dell’Istruzione (Miur).
 

Laurea professionalizzante per periti industriali

La sperimentazione di una laurea triennale professionalizzante per periti industrialiinizierà nel 2017 con alcuni progetti pilota, solo in alcuni atenei e per poche classi di laurea (a partire dalla L9 - ingegneria industriale).
 
L’obiettivo è creare un canale parallelo alla laurea triennale attuale che possa formare operativamente gli iscritti per la futura professione.
 
Per la didattica il Cnpi lavora su una doppia ipotesi:
- un modello ad Y (grazie alle leggi già esistenti) in cui il primo anno sia in comune con le lauree esistenti e il biennio sia caratterizzante, attraverso stage e tirocini;
- un’articolazione di 1/3 di lezioni frontali, 1/3 di formazione on the job e 1/3 di tirocinio presso studi professionali, con una contaminazione dei tre momenti uno dentro l’altro.
 
Per rendere questi percorsi ancora più qualificanti è stata anche lanciata l’idea delnumero programmato con una selezione molto stringente per l’accesso ed è stata proposta una governante mista, con soggetti esterni e al di fuori dei dipartimenti.
 
Il Cnpi si sta impegnando per la buona riuscita del progetto e ha dichiarato che aiuterà i futuri iscritti attraverso l’attivazione di convenzioni con gli studi dei professionistiper gli stage o per i tirocini.
 
Ricordiamo che dal 2021 sarà necessaria la laurea per iscriversi all’albo dei peritiindustriali e l’attivazione di un corso di laurea specifico sarà fondamentale per l’immissione nel mondo del lavoro.
 

Lauree professionalizzanti: i vantaggi

La laurea professionalizzante per perito industriale mira anche a creare nuove opportunità di lavoro per i professionisti tecnici dei prossimi anni.
 
Secondo un dossier elaborato dal Centro studi Opificium-Cnpi nel prossimo decennio ci saranno più di 2 milioni di opportunità occupazionali per profili tecnici di vario tipo, ma la cui quota più significativa sarà nel campo dell’ingegneria.
 
Le lauree triennali in ingegneria però, spiega il Dossier Opificium-Cnpi, sonoinadeguate a soddisfare la domanda. A più di 15 anni dalla sua introduzione, continuano, infatti, ad essere identificate come il primo step del percorso quinquennale, venendo meno all’obiettivo iniziale di creare un percorso universitario professionalizzante. E sempre più ingegneri con laurea triennale decidono di proseguire gli studi: erano l'80,8% nel 2004 e sono l’87,5% nel 2014.
 
Inoltre, si registra negli anni un calo significativo della quota di laureati che riesce a conseguire il diploma nei tempi previsti dal corso di studio (passata dal 58,8% del 2004 al 33,5% del 2014) e una diminuzione del numero di laureati che nel corso degli studi ha avuto l’opportunità di partecipare ad esperienze di tirocini o stage riconosciuti dal corso di laurea, passato dal 51,2% del 2004 al 36,8% del 2014.
 
E se in Italia solo il 22% dei giovani tra i 30 e 34 anni ha conseguito un titolo di studio universitario (la media europea è il 39%), questo, dicono i periti industriali, è da attribuire all’assenza di un canale terziario professionalizzate: da noi solo 1 giovane su 100 ha conseguito questo tipo di titolo, rispetto al 9% della media europea.
 
Secondo il Cnpi quindi, un percorso universitario professionalizzante avrebbe molteplici vantaggi: prima di tutto sarebbe un contributo al contrasto della dispersione scolastica e sarebbe un argine al fenomeno dei 'neet', che interessa il 32% degli italiani tra i 20 e 34 anni (contro una media europea del 20%) e che tocca anche chi ha una formazione tecnica.
 
Nel Dossier elaborato dal Centro studi Opificium-Cnpi, si stima che l'introduzione di un corso di laurea professionalizzante in ambito tecnico ingegneristico possa coinvolgere annualmente circa 10 mila studenti. Di questi, più di 4mila proverrebbero dal recupero dei fenomeni di dispersione che si registrano nelle discipline ingegneristiche; quasi 4 mila, sarebbero nuove immatricolazioni, di diplomati tecnici che, a un anno dal diploma, rischiano di non lavorare e non studiare o, pure essendo occupati, potrebbero essere interessati a coniugare studio e lavoro.

“Ci siamo opposti a che la riorganizzazione territoriale degli Ordini avesse come criterio guida quello del numero degli iscritti. Essa dovrà essere in primo luogo funzionale, cioè finalizzata a migliorare la capacità delle strutture ordinistiche di rispondere alle esigenze degli iscritti. Una riorganizzazione degli Ordini su base volontaria che non vuol dire abbandonare la dimensione provinciale”. 

Così Armando Zambrano, Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri interviene su uno dei più importanti punti programmatici emersi in occasione del 61° Congresso degli Ordini degli Ingegneri Italiani che si è tenuto nei giorni scorsi a Palermo. 

Tra gli spunti più interessanti emersi c’è la volontà, più volte sottolineata dal Presidente Zambrano, di avviare un percorso di autoriforma dell’organizzazione degli Ordini territoriali, dal momento che la categoria e gli organismi che la rappresentano conoscono meglio di chiunque altro le dinamiche, le esigenze e le criticità cui ciascun Ordine provinciale è sottoposto. 

Una riforma che, come ha affermato lo stesso Zambrano nella sua relazione, deve mirare ad attuare un processo di razionalizzazione dei costi del sistema degli Ordini, accompagnato all’incremento dell’efficienza dei servizi offerti agli iscritti all’Albo. 

“Tra i punti programmatici emersi nel corso del dibattito congressuale, c’è la possibilità di riorganizzare volontariamente gli Ordini professionali” - afferma Zambrano - al fine di migliorare il livello di efficienza nell’esercizio dei compiti istituzionali loro affidati. 

Il CNI - ha ribadito Zambrano - si è opposto ad una riorganizzazione degli Ordini basata sul numero degli iscritti, “ottenendo un passo indietro del Ministero su questo punto. La riorganizzazione dovrà essere in primo luogo funzionale, cioè finalizzata essenzialmente a migliorare la capacità delle strutture ordinistiche di rispondere alle esigenze degli iscritti, fornendo loro un adeguato set di servizi. Per questo, solo gli Ordini, coordinati dal Consiglio Nazionale, possono decidere in proposito”. 

La mozione finale, approvata all’unanimità al termine del Congresso di Palermo, invita infatti il CNI alla stesura di una Carta dei Servizi condivisa e omogenea a livello nazionale che faccia da riferimento a forme volontarie di organizzazione tra Ordini. 

“Ciò significa - prosegue Zambrano - prendere atto dell’esistenza di altri organismi che, pur non istituzionalizzati, garantiscono l’interlocuzione con le Regioni, ma che possano anche contribuire ad offrire ulteriori servizi e che gli Ordini provinciali di più ridotte dimensioni hanno difficoltà a fornire. 

“Questo non ha alcun rapporto con la dimensione territoriale degli Ordini - precisa in conclusione il presidente del CNI - che deve rispondere anche alle esigenze, più volte manifestate, di mantenere quel rapporto relazionale con gli iscritti, ma anzi accrescerne la capacità di rispondere alle esigenze degli iscritti attraverso un processo volontario di condivisione e co-organizzazione dei servizi, su base essenzialmente regionale”. 

Nella mozione, approvata all’unanimità, gli ingegneri italiani hanno inoltre impegnato il CNI e gli Ordini territoriali a predisporre una proposta di riforma del sistema degli Ordini, sulla base di direttive e indirizzi che saranno definiti e deliberati dall’Assemblea dei Presidenti.

Crediti formativi non obbligatori per i liberi professionisti, accorpamento delle casse di previdenza private, maggiori certezze sul diritto alla riscossione dei compensi e deducibilità delle spese di viaggio e soggiorno per l'aggiornamento professionale.
 
Queste alcune delle proposte presentate nell’ambito dell’esame del ddl sul lavoro autonomo (Jobs Act degli Autonomi) all'esame della Commissione Lavoro del Senato ed evidenziate da Conprofessioni.
 

Jobs Act Autonomi: crediti formativi e competenze

I Senatori Sergio Puglia e Nunzia Catalfo hanno presentato un ordine del giorno che impegna il Governo, qualora fosse accolto, "a porre in essere iniziative normative volte a prevedere per tutti i liberi professionisti la non obbligatorietà del conseguimento di crediti formativi per l'esercizio della professione".
 
Sul fronte delle competenze professionali il senatore Pippo Pagano propone l'inserimento di un articolo aggiuntivo che permette agli Ordini professionali, previo parere vincolante del Ministero vigilante, di "certificare specifiche competenze acquisite in modo formale o informale nell'ambito delle rispettive professioni ordinistiche”.
 
L'accesso al percorso di certificazione delle competenze sarebbe libero, volontario e non comporterebbe riserva di attività nei confronti dei soggetti che ottengono il rilascio della certificazione da parte degli Ordini o Collegi Professionali di appartenenza che potrebbero a tal fine stipulare convenzioni con Università, fondazioni e strutture scientifiche di comprovata esperienza".
 
Inoltre, durante la discussione in Commissione, il senatore Angioni ha presentato un emendamento che consentirebbe la deducibilità, accanto alle spese di iscrizione a convegni e congressi, anche di quelle di viaggio e di soggiorno per l'aggiornamento professionale, seppur in una misura limitata.
 

Statuto dei lavoratori autonomi: accorpamento delle Casse

Catalfo e Puglia hanno firmato anche un ordine del giorno per chiedere di “accorpare le 20 casse private alle quali lo Stato delega la gestione dei lavoratori autonomi e che, tutte assieme, rappresentano un patrimonio di oltre 61 miliardi di euro”.
 
I senatori hanno fatto presente che “in Italia, a fronte di una previdenza obbligatoria pubblica, gestita da un unico istituto che garantisce circa 23 milioni di cittadini, ve ne è una privatizzata, suddivisa in 20 casse, per complessivi 1.648.000 professionisti iscritti obbligatoriamente alle rispettive casse di pertinenza".
 
Il Governo quindi si dovrebbe impegnare a "definire comuni regole organizzative e finanziarie per le casse previdenziali attualmente esistenti al fine di superare le attuali difformità organizzative e uniformare per tutti i cittadini il rendimento finale delle prestazioni pensionistiche".
 
E inoltre dovrebbe "prevedere la trasformazione delle casse previdenziali in enti pubblici non economici e la graduale trasformazione ed accorpamento delle stesse in unico soggetto previdenziale, con previsione di una apposita disciplina di attuazione, determinante tipologia degli organismi di amministrazione e controllo nonché specifica parametrazione dei compensi retributivi degli incarichi di governo e dirigenza dell'ente".
 

Professionisti: più certezze sulla riscossione dei compensi

Il ddl sul lavoro autonomo, poiché riconosce la difficoltà di molti professionisti ad incassare il compenso pattuito, già introduce forme di garanzia (polizza) contro il rischio di insolvenza dei clienti.
 
Il testo prevede la deducibilità integrale “degli oneri sostenuti per la garanzia contro il mancato pagamento delle prestazioni di lavoro autonomo fornita da forme assicurative o di solidarietà”.
 
Per rafforzare le tutele, il senatore Sergio Divina ha presentato un ordine del giorno, ritenendo che la deducibilità, sia pure integrale, "non riconosce un diritto della certezza del pagamento, ma piuttosto costringe il lavoratore autonomo e/o libero professionista a sostenere spese aggiuntive a quelle legate all'attività per lavorare in tranquillità". Di conseguenza, chiede al Governo di "prevedere, nelle more di attuazione del provvedimento, forme di garanzia della certezza dei pagamenti che non comportino esborsi in capo al lavoratore autonomo e/o libero professionista".
 
Inoltre si è proposto di integrare l'articolo 2233 del Codice Civile rendendo'nullo qualsiasi patto nel quale il compenso sia manifestamente sproporzionato all'opera prestata".
 
Si presume manifestamente sproporzionata "la pattuizione di un compenso inferiore rispetto ai parametri ministeriali applicabili alle professioni regolamentate nel sistema ordinistico o ai sensi dell'articolo 13 comma 6 della Legge 247/2012 per la determinazione del compenso del professionista nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale".
 
Si propone anche la nullità di "qualsiasi pattuizione che vieti al lavoratore autonomo ed al professionista di pretendere acconti nel corso della prestazione o che imponga loro l'anticipazione di spese per conto del cliente o ogni altra pattuizione che attribuisca alla parte verso cui il lavoratore autonomo o il professionista si obbligano vantaggi sproporzionati o impongano ingiustificati sacrifici rispetto alla quantità e la qualità del lavoro svolto o del servizio reso".

Come riferisce Confprofessioni “la mole di proposte emendative non ha consentito di concludere la discussione. Si attendono ora le repliche del Governo e le votazioni, su ordini del giorno ed emendamenti presentati". 

Reintroduzione delle tariffe professionali e giusto valore delle prestazioni, formazione, ruoli e responsabilità per l’innovazione. Sono i temi che hanno animato il dibattito del 61° Congresso nazionale degli Ordini degli ingegneri d’Italia, conclusosi venerdì a Palermo.
 
Gli ingegneri hanno mostrato ancora una volta che il tema dei compensi rappresenta un nervo scoperto perché la riforma delle professioni ha generato una corsa al ribasso, non riconoscendo il giusto valore alle prestazioni erogate. D’altra parte hanno illustrato una serie di iniziative per cogliere le opportunità dell’innovazione e la partecipazione alla definizione delle norme UNI di settore.
 

Tariffe professionali, CNI vs Antitrust

Sul tema dei compensi professionali si è svolto un botta e risposta tra il presidente del Consiglio nazionale degli Ingeneri (CNI), Armando Zambrano, e il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella.
 
“Non chiediamo il ripristino delle tariffe obbligatorie – ha affermato Zambrano - tuttavia, occorre fare una riflessione seria sulla qualità delle prestazioni professionali e il corretto valore che ad esse va dato”.
 
“Sull’abolizione delle tariffe non si torna indietro” ha chiarito Pitruzzella. Un’affermazione che però ha provocato interventi di dissenso e richieste di chiarimento da parte della platea.
 
“Nessun professionista europeo attualmente ha gli obblighi ai quali sono sottoposti i professionisti italiani, noi la riforma l’abbiamo fatta fino in fondo” ha controbattuto Zambrano, che ha chiesto degli strumenti per riconoscere il corretto valore alle prestazioni professionali in modo da garantire la qualità e le esigenze dei committenti.  
 
Pitruzzella ha concluso il dibattito proponendo un confronto col CNI su cambiamenti, problemi e opportunità. “Credo – ha anticipato Pitruzzella - che le professioni in questo avranno un ruolo fondamentale se sapranno cambiare i loro modelli organizzativi”.
 

Formazione e norme UNI

Formazione e collaborazione nella definizione di norme semplici da applicare sono state un altro punto di confronto per gli ingegneri.
 
Fabio Bonfà, Vicepresidente vicario del CNI, ha posto l’attenzione sulle borse di studio realizzate con l’Italian Scientists and Scholars on North America Foundation (Issnaf) e sulle altre iniziative che negli ultimi tre anni hanno dato a più di sessanta giovani ingegneri la possibilità di formarsi al Mit o alla Nasa.
 
Luigi Vinci, Presidente della Scuola superiore di formazione per l’Ingegneria, ha illustrato le collaborazioni con Certing e Scintille, la Conferenza sulla Formazione Continua, che a settembre giungerà alla quarta edizione, e il corso in modalità e-learning “La progettazione delle opere di difesa dalle alluvioni e dalle frane”.
 
Il presidente Zambrano si è poi soffermato sull’accordo, valido fino a tutto il 2017, conUNI (Ente Italiano di Normazione). Il CNI sarà presente in molte commissioni perché la formulazione delle norme sia semplice e consenta una agevole applicazione pratica. In cambio, ha reso noto il presidente di UNI, Piero Torretta, gli ingegneri potranno accedere alle norme tecniche a tariffe particolarmente agevolate.
 
Durante i lavori si sono svolte anche due tavole rotonde, Nella prima “Professione ingegnere: ruolo e responsabilità”  il Provveditore Opere Pubbliche Sicilia e Calabria, Donato Carlea, ha sottolineato la necessità di iniziative per il dissesto idrogeologico, mettere al centro il progetto e dare spazio ai giovani.
 
Nella tavola rotonda “Manifattura 4.0: l’ingegneria alla sfida dell’innovazione e dell’efficienza”, Gianni Potti, presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, ha sottolineato che nel nuovo sistema produttivo la nuova forma di capitale è rappresentata da connettività e dati. “Per fare un esempio  - ha spiegato - esempio Uber non possiede taxi”, segno che i mezzi di produzione sono cambiati, tanto da rimettere al centro l’uomo e non la macchina.
 

Ingegneri, i dati sulla professione

Durante i lavori il presidente Zambrano ha riportato che negli ultimi cinque anni ci sono stati 100mila nuovi laureati in ingegneria e 10mila nuovi iscritti all’Albo. Il trend occupazionale degli ingegneri, inoltre, se si fa eccezione del settore delle costruzioni, rimane molto buono. Ma occorre utilizzare questa forza ispirandosi all’articolo 3 della legge sulle professioni che associa a queste indipendenza ed autonomia di giudizio. In questo senso la riforma del sistema ordinistico non deve essere un obbligo ma un’opportunità: un modo per rispondere al meglio alle esigenze degli iscritti e del Paese”.

Come evidenziato nella tavola rotonda “Sistemi Ordinistici: la sfida del cambiamento della società e dei processi economici”, in Europa si sta consolidando una visione positiva dei sistemi ordinisticiLorenzo Castellani, Direttore scientifico della Fondazione Einaudi, ha sottolineato come “per anni abbiamo sentito parlare degli ordini in termini negativi, strutture da eliminare, ma bisogna fare le opportune distinzioni e una buona soluzione è la federalizzazione. Castellani ha inoltre messo in guardia dai rischi di annientamento dei professionisti connessi all’ingresso delle grandi società di capitali, come le banche, nelle società di ingegneria.
 

Scintille, l’ingegneria che si fonde con altre discipline

Durante il congresso sono stati premiati i vincitori del contest “Scintille”, con progetti nei quali ingegneria e altre discipline hanno dato vita ad una contaminazione virtuosa. Quest’anno il terzo premio è andato a Erica Donarini per lo sviluppo di un modello di validazione quantitativa delle performance nell’uso della chirurgia laparoscopica 2D vs 3D. Il secondo a Lucio Tommaso De Paolis per l’Augmented Surgical Navigator, strumento a supporto della chirurgia epatica. Il vincitore del concorso è risultato Emanuele Contis col progetto Indòru – Boutique del Suono.

Dal 1° gennaio 2017 le imprese, gli artigiani e i professionisti potranno trasmettere le proprie fatture elettroniche utilizzando il Sistema di interscambio, oggi disponibile solo per i clienti “Pubbliche Amministrazioni”.
 
Per consentire di avvalersi di questa facoltà, prevista dal Dlgs 127 del 5 agosto 2015, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato le bozze dei documenti tecnici per l’utilizzo del Sistema di Interscambio (SdI), la piattaforma già in uso per la fatturazione elettronica verso le Pubbliche amministrazioni, anche nei rapporti commerciali tra privati.
 
Il Sistema di Interscambio funzionerà con regole procedurali di fatto identiche a quelle oggi attive per la veicolazione delle fatture elettroniche destinate alle Pubbliche amministrazioni; infatti il formato in uso è stato integrato per rappresentare anche le fatture destinate ai privati.
 
Le bozze delle specifiche tecniche spiegano le regole da osservare per utilizzare il Sistema di interscambio e la struttura della fattura elettronica, ordinaria o semplificata, che dovrà essere veicolata dal Sistema.
 
La sperimentazione, promossa dall’Agenzia nell’ambito del Forum italiano sulla fatturazione elettronica e l’eprocurement, mira a risolvere in tempo utile eventuali criticità che dovessero presentarsi e si concluderà entro la metà del prossimo mese di ottobre. Sulla base dei feedback ricevuti, saranno consolidati i supporti e le regole di processo. 

Aprire il mercato degli appalti di progettazione ai piccoli studi e ai giovani professionisti, ma anche fornire un supporto a progettisti e Stazioni Appaltanti alle prese con le novità normative in materia di contratti pubblici.
 
Con questo obiettivo il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) ha redatto un documento che sarà consegnato ai partecipanti al 61° Congresso Nazionale degli Ordini Ingegneri d’Italia, in programma a Palermo da oggi a venerdì 24 giugno.
 
Nel documento, che riporta una serie di suggerimenti per ottimizzare l’applicazione del nuovo Codice Appalti, si può consultare il bando tipo messo a punto dal CNI e viene anticipato il software gratuito per il calcolo degli importi da porre a base di gara che sarà disponibile a breve.
 

Bando tipo per i servizi di ingegneria e architettura

Come evidenziato nel documento dal consigliere del CNI, Michele Lapenna, finora i piccoli studi sono stati per lo più esclusi dai bandi di progettazione. Analizzando i dati del 2015 emerge che in media si richiede la presenza di più di cinque collaboratori.
 
Una richiesta che cozza con la realtà dato che il 99,3% degli operatori economici attivi in Italia ha fino a cinque unità, mentre lo 0,6% può contare da sei a quindici collaboratori e lo 0,1% oltre i quindici.
 
Il nuovo Codice degli Appalti ha invece come obiettivo l’apertura ai piccoli studi e ai giovani professionisti con poca esperienza. Secondo il CNI, data la fretta con cui è stato approvato il Codice, è necessario supportare le Stazioni Appaltanti in questa fase di cambiamento.
 
Per questo motivo è stato messo a punto un bando tipo che comprende il modello di  relazione tecnico illustrativa, il modello di calcolo degli importi per l’acquisizione dei servizi, il prospetto economico degli oneri complessivi relativi ai servizi. Alla fine del documento è stata inoltre inserita una bozza di contratto tra Stazione Appaltante e professionista.
 

Software per il calcolo degli importi a base di gara

Nel documento diffuso, il CNI ha annunciato che sarà a breve disponibile (alla paginawww.tuttoingegnere.it/pubblicazioni) un nuovo software gratuito per il calcolo degli importi a base di gara. Lo strumento sarà utile alle Stazioni Appaltanti, ma costituirà anche un riferimento per i progettisti. 
 
In pratica si prenderanno in considerazione quattro parametri:
V: costo delle singole categorie componenti l'opera;
G: complessità della prestazione;
Q: specificità della prestazione;
P: parametro base che si applica al costo economico delle singole categorie componenti l'opera.
 
In base a questi indicatori, il compenso sarà dato dalla sommatoria dei prodotti tra il costo delle singole categorie componenti l’opera, il grado di complessità delle prestazioni, la specificità della prestazione distinta in base alle singole categorie e il parametro base.
 
Il documento del CNI prevede che l’importo delle spese e degli oneri accessori sia calcolato in maniera forfettaria; per le opere di importo fino a un milione di euro sarà determinato in misura non superiore al 25% del compenso; per le opere di importo pari o superiore a 25 milioni sarà determinato in misura non superiore al 10% del compenso; per le opere di importo intermedio sarà infine determinato in misura massima percentuale determinata per interpolazione lineare.

Il software sarà disponibile contestualmente alla pubblicazione definitiva delle linee guida Anac sui servizi di progettazione, che secondo le anticipazioni del presidente Anac, Raffaele Cantone, dopo la fase di consultazione dovrebbero avvenire prima dell'estate.
 

Software per il calcolo delle parcelle, i tentativi precedenti

Ricordiamo che nel 2014 gli Ordini degli architetti di Roma, Firenze e Torino avevano messo a disposizione dei propri iscritti dei software per il calcolo delle parcelle. I software sono stati poi ritirati perché, a detta dell’Antitrust, avrebbero reintrodotto le tariffe professionali violando i principi della libera concorrenza.

Si attende ora di capire se il software messo a punto dagli Ingegneri supererà l'esame dell'Antitrust.
 

Via al 61° Congresso degli Ordini degli Ingegneri

Inizia oggi il 61° Congresso degli Ordini degli Ingegneri d’Italia dal titolo “OFFICINA ITALIA. Progettiamo il cambiamento” in programma presso il Teatro Massimo di Palermo fino a venerdì 24 giugno.  I lavori ruoteranno attorno ad alcuni temi fondamentali, come l’innovazione, con un  focus sul valore aggiunto che gli ingegneri possono offrire nell’epoca della digitalizzazione
 
Saranno centrali anche la formazione e le competenze necessarie nel mercato del futuro. In particolare, si affronterà la questione della vastità e della disomogeneità dell’offerta formativa in ingegneria e sulla necessità di una sua riorganizzazione globale. Molto atteso anche il dibattito sul contributo che gli ingegneri possono dare suambiente, sostenibilità e territorio con particolare riferimento a energia, sicurezza, rigenerazione urbana e consumo del suolo, inquinamento.
 
Si discuteranno questioni più strettamente legate alla professione e al ruolo degli ingegneri, tra le quali quelle annose delle società di ingegneria e dell’equo compenso e dei minimi qualitativi della prestazione dopo l’abolizione delle tariffe. Molto d’attualità, poi, sarà il tema della Manifattura 4.0 ossia la crescente integrazione tra tecnologie digitali e processi produttivi di tipo industriale, ambito nel quale l’ingegneria svolge un ruolo chiave. Infine, l’importante questione degli Ordini professionali e della necessità di una riforma delle loro funzioni istitutive.
 

Puntare su un equo compenso per gli ingegneri attraverso la definizione di parametri minimi fissati per decreto e rigenerare le funzioni degli Ordini professionali, rendendoli un punto di riferimento per gli iscritti.
 
Queste alcune proposte del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) emerse in occasione dell'incontro precongressuale, tenutosi a Roma lo scorso 6 maggio, in cui si è discusso delle 6 diverse tematiche intorno alle quali si svolgerà, dal 22 al 24 giugno prossimo, il Congresso di Palermo.
 
6 temi di dibattito, sintetizzati in una circolare 738/2016, sono stati: Innovazione e professione digitale; Conoscenza, competitività, competenze nel mercato del futuro; Ambiente, sostenibilità, territorio; Professione ingegnere: ruolo e responsabilità; Manifattura 4.0: l’ingegneria alla sfida dell’innovazione e dell’efficienza; Sistemi Ordinistici.
 

Equo compenso e parametri minimi fissati

Per il CNI un equo compenso è l’espressione della dignità dell’ingegnere, ma deve essere strettamente legato a standard qualitativi minimi; per questo si propone che i parametri minimi (validi anche per i committenti privati) siano fissati per decreto e che ci sia un controllo sulla qualità della prestazione erogata.
 
Il Consiglio Nazionale propone anche di introdurre l’obbligo per ciascuna gara pubblica, di adottare la media dell’offerta economica per eliminare i massimi ribassi.
 
Infine si propone lo split payment dal lordo al netto, ovvero evidenziare al committente le diverse componenti che formano la fattura. In questo modo, secondo il CNI, “dovrebbe apparire evidente che l’ingegnere riceve al netto circa la metà di quello che il committente esborsa. E si potrebbe risolvere anche il problema dell’anticipo delle imposte, in caso di mancato incasso”.
 

Ordini professionali: nuovo ruolo 

Il Consiglio Nazionale mira a creare una organizzazione nazionale di rappresentanza che, in similitudine a quanto esiste già (il riferimento è all’associazione nazionale magistrati) abbia una funzione di forte presenza anche sindacale.
 
Inoltre si propone di rigenerare le funzioni dell’Ordine, attraverso azioni di supporto agli iscritti come servizi di consultazione dei bandi, programmi open source per la progettazione e per l’avvio del Bim.
 
Riportare il ruolo dell’Ordine al centro della società, occupandosi di temi di rilevanza sociale quali l’acqua; l’energia; la casa; il dissesto idrogeologico, in una forma libera, e senza condizionamenti.
 
Infine per il CNI le Federazioni devono essere istituzionalizzate e devono rappresentare le istanze della categoria ai tavoli regionali istituzionali, senza ulteriori oneri a carco degli iscritti o degli Ordini.
 

Rinforzare la certificazione delle competenze

Un altro tema di particolare interesse è stato quello delle competenze e della competitività degli ingegneri; a tal proposito il CNI ha proposto interventi mirati a “ridurre la discrezionalità degli atenei nel definire i propri percorsi formativi e degli studenti nel poter “costruire” il proprio piano di studi, così da ottenere da un lato una uniformità a livello nazionale, dall’altro una maggiore preparazione complessiva”.
 
Inoltre per il CNI vanno intraprese azioni di “tutela degli ingegneri iuniores alla luce delle novità normative che semplificano l’accesso alla sezione B dell’albo degli ingegneri per le altre professioni tecniche”.
 
Per il Consiglio Nazionale è importante rinforzare il principio di certificazione delle competenze, attraverso un riconoscimento da parte terza, anche non ingegneri (ad esempio organismi riconosciuti ACCREDIA) per garantire un livello di certificazione in linea con le norme europee.
 
In quest’ottica va sfruttata l’opportunità costituita dall’obbligo dell’aggiornamento, cercando di aumentare la qualità della formazione continua e predisponendo iniziative che rendano sempre più visibile la figura professionale dell’ingegnere e il suo ruolo nella società.
 

L’innovazione della professione

Per favorire la diffusione dell’innovazione il CNI propone di potenziare e integrare i gruppi di lavoro esistenti a livello nazionale che trattano i temi dell’innovazione e incentivare la presenza degli Ordini Provinciali all’interno della Società Civile, negli ambiti tecnologici (ad.es incubatori d’impresa) e nelle commissioni dei Ministeri.
 
Inoltre mira a valorizzare le competenze degli ingegneri dipendenti nelle aziende private (prendendo ad esempio le Aziende di eccellenza nella valorizzazione degli ingegneri) al fine di mantenere un osservatorio permanente sulle tendenze dell’industria italiana.
 
Infine si propone di stimolare la partecipazione dell’ingegnere dell’informazione ai tavoli tecnici e istituzionali di scrittura del protocollo unico del nuovo processo digitale delle informazioni (BIM ed analoghi) perché l’ingegnere dell’informazione rappresenta il fulcro della sicurezza dei dati nell’epoca digitale.
 

Integrazione tra urbanistica e ITC

Il CNI sostiene che per agevolare lo sviluppo della Smart City e contribuire alla creazione di «reti intelligenti» di mobilità ed energia, bisogna realizzare una maggiore integrazione fra la progettazione urbanistica e le tecnologie dell’informazione (ICT).
 
Bisogna inoltre valorizzare il Green Public Procurement (GPP) come strumento di qualificazione e innovazione ambientale per le imprese e introdurre adeguati percorsi di formazione professionale per le amministrazioni, i professionisti e le imprese, specialmente relativi all’attuazione dei «criteri ambientali minimi», divenuti obbligatori ai sensi del nuovo Codice degli Appalti.
 
Attraverso l’azione promossa dal CNI, bisogna promuovere l’elaborazione di un Testo Unico sull’energia e la sicurezza, nonché di una legge nazionale sull’inquinamento luminoso, al fine di consentire una più efficace e omogenea applicazione di tali norme su tutto il territorio nazionale.
 
Promuovere, grazie all’azione del CNI, progetti preliminari di recupero e riqualificazione urbana e di siti strategici o di pregio, sia coinvolgendo la pubblica amministrazione che ricorrendo agli investitori privati, valorizzando l’ingegnere come figura centrale nella prevenzione e gestione del rischio ambientale «globale», specialmente nelle attività rivolte alla pianificazione urbanistica e territoriale, anche attraverso forme di coordinamento con altre figure professionali.
 
Rafforzare il ruolo «sociale» degli ingegneri, promuovendo, nei confronti della collettività, la cultura della sicurezza e della prevenzione del rischio ambientale, anche attraverso programmi didattici da condividere con le scuole.
 

Ingegneria e manifattura 4.0

Il CNI sottolinea l’importanza di avviare rapidamente un’azione di indirizzo e di stimolo affinché i singoli Ordini acquisiscano maggiori competenze in materia di Manifattura 4.0 e Digital Transformation e diventino soggetti attivi nel proprio territorio di riferimento nelle relazioni con gli incubatori di innovazione quali FabLab (Fabrication Laboratory) e Innovation Lab, oltre con le Università e centri di ricerca, nella logica dell’Open innovation.

Se dopo la progettazione un’opera non viene finanziata, e quindi non è più realizzata, il Comune può anche non pagare i progettisti. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 10326/2016.
 
La Cassazione ha risolto la questione, iniziata circa quindici anni fa, richiamando il principio della clausola di copertura finanziaria in base al quale la Pubblica Amministrazione subordina il pagamento del progettista all’ottenimento del finanziamento per la realizzazione dell’opera.
 
Nel caso esaminato, un Comune aveva incaricato due architetti della redazione di un progetto per l’illuminazione pubblica. A causa di alcuni ritardi nella presentazione degli elaborati, i costi dell’opera erano lievitati ed erano stati considerati insostenibili dal Comune, che quindi non aveva più realizzato l’opera.
 
Sui ritardi aveva pesato anche il Genio Civile, che aveva considerato il contratto invalido dal momento che, a suo avviso, a progettare l'impianto di illuminazione pubblica dovevano essere degli ingegneri e non degli architetti.

Per questa serie di ragioni, il Comune non aveva più realizzato l’opera e successivamente aveva affidato l’incarico ad un progettista interno.
 
Gli architetti avevano quindi presentato ricorso sostenendo il loro diritto a ricevere il compenso per l’attività svolta.
 
A prescindere dalle negligenze imputabili sia all’Amministrazione sia ai progettisti, i giudici hanno concluso che se il costo delle opere lievita e il Comune non è più in grado di finanziarle, i progettisti non possono esigere il pagamento. In questi casi, infatti, il Comune ha il diritto di non pagare i progettisti.

La laurea per i periti industriali è legge; la Camera ha approvato ieri in via definitiva il decreto sulla funzionalità del sistema scolastico e della ricerca (di conversione del DL 42/2016) che sancisce l’obbligo di laurea triennale per coloro che vogliono iscriversi all’albo dei periti industriali.
 

Periti industriali: accesso all’albo solo con la laurea

Il provvedimento, che dopo il via libera di Montecitorio senza modifiche è convertito in legge, prevede un periodo transitorio di cinque anni che consentirà ai diplomati, di vecchio e nuovo ordinamento, di iscriversi all’ordine.
 
Quindi dal 2021 il titolo professionale di perito industriale non spetterà più “ai licenziati degli istituti tecnici che abbiano conseguito lo specifico diploma secondo gli ordinamenti scolastici”, ma “a coloro che siano in possesso della laurea prevista dall'articolo 55, comma 1, del Dpr 328/2001”.
 
Secondo il CNPI la norma rappresenta un vantaggio anche per gli attuali iscrittiall’albo con diploma che potranno usufruire del principio dell’assimilazione contenuto nella Direttiva CEE 36/2005 sulle qualifiche, secondo il quale se in uno Stato membro viene innalzata la formazione di accesso ad una professione, come è accaduto in questo caso, gli attuali iscritti che si trovano con un titolo di studio inferiore, sono automaticamente equiparati al livello superiore.
 

Laurea per periti industriali: soddisfazione dal CNPI

Si tratta di un tassello importante per i periti industriali che da anni si battono per elevare il proprio titolo di studio per esercitare la professione, dal momento che la formazione tecnica di livello secondario, tradizionale punto di riferimento, è andata sempre più depauperandosi, risultando oggi del tutto inadeguata e non in linea con le norme europee.  
 
Il presidente del Consiglio Nazionale dei Periti Industriali (CNPI) Giampiero Giovannetti ha infatti dichiarato: “Con questo principio il legislatore italiano ha voluto ascoltare le esigenze dei 45mila periti industriali iscritti negli albi che restano a pieno titolo nel quadro delle professioni intellettuali di stampo europeo”.
 
“Finalmente possiamo affermare che il Parlamento ha reso coerente il nostro ordine professionale al quadro europeo delle qualifiche” ha aggiunto Giovannetti, “assecondando anche quanto stabilito dal “Primo rapporto italiano di referenziazione delle qualificazioni al Quadro europeo Eqf”, approvato in Conferenza Stato/Regioni il 20/12/12”, che prevede per l’esercizio di una professione il possesso di un titolo accademico, corrispondente, norme alla mano, al VI livello”.
 
Solo con una laurea triennale, quindi, il professionista italiano non sarà discriminato rispetto a quello europeo, e se vorrà lavorare in un paese membro della Ue non sarà più costretto a sostenere una serie infinita di esami, frutto di misure compensative, per vedersi riconoscere il titolo professionale conseguito in Italia”.
 
“Siamo molto soddisfatti del risultato e speriamo così di aver aperto una strada che potrà essere seguita anche da altre categorie analoghe alla nostra. Per noi, però, si tratta solo di un punto di partenza. Il prossimo passaggio che ci attende adesso è lacreazione di un percorso triennale professionalizzante su cui siamo impegnati da mesi in collaborazione con le istituzioni universitarie” ha concluso il Presidente del CNPI. 

Il Consiglio nazionale dei Geometri e dei Geometri Laureati (CNGeGL) è al lavoro da più di un anno per l'istituzione di un nuovo corso professionalizzante per geometri.

Il progetto, attualmente allo studio del Miur, prevede l’introduzione di un corso di laurea triennale in costruzioni, estimo e topografia che consentirà ai futuri geometri di rimanere in linea con le direttive europee che richiedono una laurea abilitante per l’esercizio delle professioni tecniche e intellettuali.
 

Laurea triennale per diventare Supergeometra

Per il CNGeGL l’attuazione dell'iniziativa darà una risposta anche alla crescente disoccupazione giovanile e permetterà ai geometri del futuro di essere sempre più competenti e qualificati.
 
 I punti fondamentali della laurea sono i seguenti:
curricula fissati, cioè contenuti fortemente professionalizzanti e tipici dell’attività svolta dal geometra che non potranno essere modificati dalle singole università;
- attivazione del corso mediante convenzione tra il CNGeGL (anche collegi territoriali), le Università (anche telematiche) e i singoli istituti Tecnici Costruzione Ambiente e Territorio (CAT) per mettere a disposizione locali, laboratori e personale;
- possibilità di svolgere il corso di laurea presso gli istituiti Tecnici Costruzione Ambiente e Territorio (CAT); 
- abilitazione professionale ottenuta mediante l’esame di laurea (laurea abilitante);
- partecipazione dei rappresentanti della categoria alla commissione di esame di laurea;
- riconoscimento dei crediti formativi universitari a coloro che sono in possesso di una laurea prevista dal DPR 380/2001, nonché a coloro che sono iscritti all’albo professionale.
 
Tra le materie formative indispensabili alla laurea per geometri: “Pianificazione territoriale e ingegneria del territorio e della sicurezza”, “Estimo” e “Topografia”. 
 
Inoltre il corso di studi si svolgerà all’interno dello stesso istituto che ha ospitato lo studente fino al diploma, in un ambiente già organizzato con aule, laboratori, docenti, personale Ata, con conseguente risparmio di tempo e denaro per gli studenti e le rispettive famiglie.
 
Infine particolare importanza sarà data alle attività di tirocinio che permetteranno ai geometri di non aspettare troppo tempo prima di affacciarsi al mercato del lavoro.
 

Laurea per geometri: il presidente Savoncelli spiega i vantaggi

Qual è uno dei maggiori vantaggi della laurea triennale per geometri?
Uno dei maggiori vantaggi della laurea per geometri consiste nel piano di studi del corso, univoco e “cucito addosso alla figura del geometra” (da sempre punto di riferimento per topografia e catasto) in modo tale da non creare sovrapposizioni di competenza con altre figure professionali, come ad esempio gli ingegneri iunior.

E’ indispensabile fare una netta differenza tra percorso di laurea triennale professionalizzante e percorso propedeutico alla laurea magistrale; il primo prepara al mondo del lavoro creando un professionista di primo livello mentre il secondo no.
 
Sarà previsto un periodo di transizione dopo l’istituzione del corso di laurea per diventare geometri?  
Dopo l’istituzione del corso abilitante per geometri ci sarà un congruo periodo di transizione (dai 5 ai 7 anni) tra le nuove e le vecchie norme in modo da dare la possibilità a tutti gli iscritti di completare il percorso di studi così come iniziato e senza varianti in corso d’opera.

Dal 2021 per accedere all’albo dei periti industriali sarà necessaria la laurea triennale.
 
A stabilirlo un emendamento del disegno di legge sulla funzionalità del sistema scolastico e della ricerca (di conversione del DL 42/2016), approvato il 12 maggio scorso dal Senato e che ora deve ricevere il via libera dalla Camera.
 

Periti industriali: solo con la laurea triennale

Il provvedimento introduce disposizioni in materia di ordinamento professionale stabilendo che il titolo di perito industriale spetterà non più ai diplomati degli istituti tecnici bensì a coloro che siano in possesso della laurea, almeno triennale.
 
L’obbligo scatterà dal 2021; sarà infatti previsto un periodo transitorio di cinque anni per i diplomati.
 
Secondo il Presidente del Consiglio dei Periti Industriali e Periti Industriali Laureati, Giampiero Giovannetti,  in questo modo il perito industriale potrà rimanere a pieno titolo nel quadro delle professioni intellettuali di stampo europeo, assecondando anche quanto stabilito dal “Primo rapporto italiano di referenziazione delle qualificazioni al Quadro europeo Eqf”, approvato in Conferenza Stato/Regioni il 20/12/12, che prevede per l’esercizio di una professione “il possesso di un titolo accademico”, corrispondente, norme alla mano, al VI livello.
 

Periti industriali: il commento del Presidente Giovannetti

“Questo primo tassello segna un passaggio importante per la categoria che da anni si batte per elevare il proprio titolo di studio, dal momento che la formazione tecnica di livello secondario, tradizionale nostro punto di riferimento, è andata sempre più depauperandosi, risultando oggi del tutto inadeguata e non in linea con le norme europee” ha dichiarato il Presidente Giampiero Giovannetti.
 
“Solo con una laurea triennale quindi il professionista italiano non sarà discriminato rispetto a quello europeo e solo così potrà mantenere quell’autonomia e quella capacità di progettare, cuore della professione intellettuale. In gioco non c’è l’interesse dei periti industriali, ma del Paese e della sua necessità di avere, e quindi di formare, professionisti competitivi, autonomi e liberi. Tutto facendo salve naturalmente le competenze degli attuali iscritti”.
 
“Si tratta solo di un punto di inizio, il prossimo passaggio che attende adesso la categoria è la creazione di un percorso triennale professionalizzantecostruito a misura di professione su siamo impegnati da mesi. Nell’emendamento non si fa alcun riferimento ai percorsi equivalenti, ma questo non significa che il Consiglio nazionale li ha esclusi, ne valuteremo l’efficacia qualora si presenterà una concreta ipotesi di formazione riconosciuta al pari di una laurea triennale” ha concluso il Presidente dei Periti industriali.

I professionisti e gli imprenditori individuali che si avvalgono di una segretaria non devono pagare l’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap). Lo ha affermato nei giorni scorsi la Corte di Cassazione, che con la sentenza 9451/2016 si è posta in controtendenza rispetto al maggior numero di pronunce depositate fino ad ora.
 
Al centro del dibattito c’è, come al solito, il significato di autonoma organizzazione. L’Irap, infatti, si paga solo in presenza di autonoma organizzazione. Ma come si fa a rilevarla?
 

Professionisti e Irap, conta l’attività svolta dal dipendente

La giurisprudenza non è unanime e ha dato spesso risposte diverse sul concetto di autonoma organizzazione. In questo caso i giudici hanno aderito all’idea, non molto diffusa, che bisogna condurre delle verifiche sull’attività svolta dal dipendente.
 
Se, sostengono i giudici, il lavoro svolto dal dipendente potenzia l’attività produttiva allora c’è autonoma organizzazione. Questo avviene quando l’attività del collaboratore non apporta un contributo generico, come nel caso di una segretaria, ma è specifica e affine a quella del professionista titolare.
 
La Cassazione ha inoltre affermato che in presenza di un solo dipendente non si può parlare di autonoma organizzazione. Dai due dipendenti in poi scatta invece l’Irap.
 

Professionisti e Irap: le precedenti sentenze

Un altro filone della giurisprudenza ritiene invece che la presenza di collaboratori lasci sempre presumere l’autonoma organizzazione e che non è necessario compiere accertamenti sul tipo di attività svolta dal dipendente.
 
Su questa scia la Cassazione il mese scorso ha affermato che gli studi associati devono pagare l’Irap anche se non hanno dipendenti dal momento che la loro struttura lascia intravedere la presenza dell’autonoma organizzazione.

Per l’aggiornamento professionale gli ingegneri non potranno ottenere crediti frequentando Master a distanza. Con la circolare 772/2016 il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) ha adottato le Linee di indirizzo n.4 sull’aggiornamento della competenza professionale, che regolano numero di CFP per attività, esoneri e tempistiche per la presentazione dei documenti agli Ordini di appartenenza.
 

Aggiornamento professionale e Master

Al punto 7 delle Linee di indirizzo si legge che sono riconosciuti i Master di I e II livello universitario (che per loro definizione prevedono tutti un conferimento di almeno 60 crediti formativi universitari e un impegno complessivo di almeno 1.500 ore), svolti in Italia e all’estero, con esclusione di quelli erogati in modalità FAD (Formazione a distanza). Per tutti i Master sono attribuiti 30 CFP alla data di superamento dell’esame finale, indipendentemente dalla effettiva durata in mesi che può essere distribuita in modo più o meno intensivo.
 
In base al Regolamento sull’aggiornamento della competenza professionale, adottato dal CNI nel 2013, i Master di I e II livello rientrano, insieme ai dottorati di ricerca e ai corsi universitari con esame finale, tra le attività di apprendimento formale. Rispetto al 2013, quando si parlava in modo generico di Master, il CNI ha ritenuto opportuno specificare che quelli a distanza non possono essere utilizzati per ottenere crediti che certifichino l’apprendimento formale.
 

Le attività di aggiornamento professionale

Ricordiamo che per esercitare la professione l’iscritto all’Albo deve essere in possesso di un minimo di 30 Crediti Formativi Professionali (CFP). Al termine di ogni anno solare, ad ogni iscritto vengono detratti 30 CFP dal totale posseduto. I crediti si accumulano con l’iscrizione all’Albo (90 CFP se ci si iscrive entro 2 anni dall’abilitazione; 60 CFP se ci si iscrive tra 2 e 5 anni; 30 CFP ci si iscrive dopo 5 anni), ma dal momento che vengono decurtati ogni anno, è necessario accumularne altri attraverso attività di aggiornamento professionale.
 
Le attività di formazione sono di tre tipi: non formaleinformale e formale. Nell’apprendimento non formale rientrano corsi e seminari in modalità sia frontale sia a distanza, convegni, conferenze, visite tecniche e stage formativi. Ogni ora equivale a un CFP. In base alle nuove linee di indirizzo, gli eventi formativi che si svolgono all’interno di manifestazioni fieristiche, mostre convegno e similari, indipendentemente dalla struttura dell’evento, sono classificati sempre come “convegni”. Sono invece vietati gli eventi organizzati all’interno di stand di aziende ed enti.  
Si possono ottenere CFP anche le dimostrazioni tecniche su prodotti innovativi effettuate da aziende accreditate dal CNI. Ogni evento, assimilato alla categoria “convegni” dà diritto al massimo al massimo a 2 CFP ed è riconosciuto 1 CFP per un’ora di evento.
Per la formazione post vendita relativa a strumentazione tecnica professionale, sia hardware che software, è possibile ottenere 1 CFP per ora di formazione (per massimo 5 CFP all’anno) se il corso è tenuto da un’azienda produttrice o rivenditrice autorizzata.
 
Le attività di apprendimento informale comprendono pubblicazioni qualificate, brevetti, la partecipazione qualificata a organismi, gruppi di lavoro, commissioni tecniche e di studio, commissioni per gli esami di Stato per l’esercizio della professione di Ingegnere/ Ingegnere iunior, la partecipazione a interventi di carattere sociale/umanitario in occasione di calamità naturali inerenti l’ambito professionale. In questo ambito devono essere conseguiti 15 CFP, che possono anche essere autocertificati. Le nuove linee di indirizzo stabiliscono che alle pubblicazioni qualificate nell’ambito dell’ingegneria siano riconosciuti 2,5 CFP per articoli di lunghezza pari ad almeno 2500 caratteri (spazi esclusi) pubblicati su riviste indicizzate daSCOPUS o Web of Science e/o inserite nell’elenco dall’ANVUR per l’area di ricerca Area 8 - Ingegneria civile e architettura, e Area 9 - Ingegneria industriale e dell'informazione, relative alla VQR 2004-2010. Sono anche riconosciuti articoli pubblicati su riviste ufficiali del CNI o di Ordini provinciali degli ingegneri.
 
Al terzo gruppo appartengono, come già spiegato, i percorsi che si concludono con l’ottenimento di un titolo di studio. Le nuove linee di indirizzo prevedono che le istanze di riconoscimento di crediti formali siano inviate al proprio Ordine di appartenenza entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello in cui il corso è terminato.
 

Formazione, gli altri contenuti delle nuove Linee di indirizzo

Sono riconosciuti 5 CFP per gli stage formativi attinenti all’ingegneria di durata minima di 3 mesi e frequenza di almeno 20 ore settimanali. È consentito uno stage per anno solare e per vedersi riconoscere i CFP il professionista dovrà inviare al suo Ordine una domanda firmata dal legale rappresentante dell’ente che lo ha ospitato entro il 31 gennaio dell’anno successivo in cui è terminato lo stage.
 
Gli iscritti successivi alla data dell’1 gennaio 2014 che non rispettano l’obbligo del conseguimento dei 5 CFP sull'etica e deontologia professionale entro il primo anno solare successivo a quello di iscrizione sono deferiti al Consiglio di Disciplina territoriale ai sensi dell’art. 12 del Regolamento per l’aggiornamento della competenza professionale.
 
Sono previsti casi di esonero dall’obbligo di aggiornamento professionale in caso di maternità o paternità, malattia cronica grave, assistenza a persone con malattia cronica grave e lavoro all’estero. Le istanze devono essere presentate entro il 31 gennaio dell’anno solare successivo a quello di inizio del periodo di esonero.

Gli studi professionali devono pagare l’imposta regionale sulle attività produttive (Irap) anche se per la loro attività non si avvalgono di dipendenti o non utilizzano capitali. Lo ha affermato la Corte di Cassazione, che con la sentenza 7371/2016 ha dato un’interpretazione del D.lgs 446/1997 con cui è stata istituita l’Irap.
 
La Cassazione ha stabilito che, analizzando la normativa in vigore, l’Irap deve essere pagata se si esercita un’attività professionale autonomamente organizzata e che, in ogni caso, l’imposta va versata per tutte le attivitàesercitate da società ed enti.
 
Questo secondo i giudici significa che per pagare l’Irap è sufficiente l’esercizio di attività, autonomamente organizzate, dirette alla produzione, allo scambio o alla prestazione di servizi.
 
Ne consegue, sostiene la Cassazione, che l’imposta si applica che alle società semplici e alle associazioni, senza personalità giuridica, costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni.
 
Non è quindi necessario, hanno concluso i giudici, accertare l’autonoma organizzazione dell’attività svolta, perché questa deriva automaticamentedall’esercizio in forma associata di una professione.
 
Con questa sentenza la Corte di Cassazione ha annullato la decisione della Commissione Tributaria della Provincia di Bologna, che aveva esonerato dal pagamento dell’Irap una società semplice. Secondo i giudici tributari, per decidere se applicare o meno il tributo era necessario effettuare un’analisi economica e qualitativa dell’attività svolta, al termine della quale escludere le attività esercitate senza dipendenti e organizzazione di capitale.
 
Questa posizione è stata però contraddetta dalla Cassazione. Dalla sua interpretazione delle norme si può desumere che le valutazioni sulla presenza di dipendenti e autonoma organizzazione non avranno più peso e che gli studi associati dovranno pagare l’Irap.

Delineare in modo chiaro le competenze dei professionisti tecnici per evitare contenziosi. È uno dei problemi sollevati dal Piano nazionale di riforma delle professioni, che il Dipartimento Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei ministri ha inviato alla Commissione Europea nei giorni scorsi.
 
Il piano nazionale prevede anche la revisione dei percorsi formativi dei professionisti tecnici per adeguarsi alle attività professionali da svolgere. Argomenti di cui si occuperà nel dettaglio il tavolo tecnico istituito presso il Ministero della Giustizia, cui parteciperanno Ordini professionali e Governo.
 

Professionisti tecnici e sovrapposizione delle competenze

Architetti, ingegneri, geometri e periti svolgono in via concorrente opere di edilizia civile che comprendono interventi in materia di edilizia pubblica e privata e urbanistica, dal momento della progettazione a quello del collaudo, attività di coordinamento della sicurezza per appalti pubblici e privati e attività di certificazione, ad esempio antincendio ed energetica.
 
Il piano nazionale mette in risalto che dalla lettura delle norme spesso la linea di confine delle attività riservate in via esclusiva a ciascuna professione è molto sottile e l’esistenza di attività svolte in concorrenza con altri professionisti provoca confusione e numerosi contenziosi.
 
Nelle riunioni bilaterali con le amministrazioni competenti e con gli Ordini professionali è emersa quindi l’esigenza di definire in maniera più chiara le competenze di ciascuna professione e metterle nero su bianco in un Testo unico sulle professioni tecniche. Il tavolo tecnico lavorerà a questa soluzione per eliminare i conflitti sulle competenze professionali che spesso rallentano e fanno lievitare i costi dei lavori. 
 

Formazione e accesso alle professioni tecniche

Il piano nazionale analizza nel dettaglio la situazione di ogni professione, focalizzando l’attenzione sugli aspetti che il Tavolo tecnico potrà risolvere o decidere di tralasciare.
 
Per gli architetti il documento sottolinea che, rispetto ai liberi professionisti, i dipendenti non hanno l’obbligo dell’esame di Stato e dell’iscrizione all’Albo perchè il datore di lavoro si assume i rischi per eventuali errori. Si crea quini una situazione di disparità.
 
Alla professione di geometra si accede con specifico diploma  di scuola superiore, laurea triennale o diploma universitario, cui devono seguire dei periodi di tirocinio. Si tratta di percorsi terminati i quali le competenze non emergono in modo chiaro. Soprattutto nei casi in cui è stata conseguita una laurea i ruoli possono confondersi con quelli dell’ingegnere e dell’architetto.
 
Per tutte le specializzazioni dell’ingegneria, il piano nazionale mira ad adeguare i percorsi formativi all’evoluzione tecnologica con cui i professionisti devono poi confrontarsi nella pratica del lavoro.
 
Il piano ritiene inoltre necessaria una semplificazione nella formazione deiperiti industriali. La professione conta trentasette specializzazioni, mentre l’Albo è diviso in sette sezioni. Per accedervi, con esame di Stato, è aver conseguito il  diploma di maturità specifico o il diploma di laurea. In questo ultimo caso si può essere ammessi a tredici esami di stato. Il piano nazionale prevede quindi la semplificazione e l’accorpamento delle diverse specialità per aree tematiche similari.
 

La situazione generale delle professioni in Italia

Al momento in Italia ci sono 174 professioni regolamentate. Per ciascuna di esse sono stati analizzati gli obiettivi della regolamentazione, l’adeguatezza delle misure e le eventuali criticità emerse. Il censimento delle professioni regolamentate è stato voluto dalla “operazione trasparenza” prevista dalla Direttiva 2013/55/UE sul riconoscimento delle qualifiche professionali.
 

Nuove professioni regolamentate col Piano di riforma

Nel vecchio database, che conteneva 143 professioni, ne sono entrate altre 31, tra cui conduttore impianti termiciperito industriale in costruzioni ambiente e territorio, perito industriale in impiantistica elettrica ed automazione, perito industriale in meccanica ed efficienza energetica, perito industriale in prevenzione e igiene ambientale, tecnico del restauro dei beni culturali.

Gli elenchi sono stati aggiornati grazie alla collaborazione tra Dipartimento Politiche Europee, Regioni e l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (Isfol).

Cos’è il regime fiscale forfetario del 15% per imprenditori e professionisti introdotto nel 2015, come si applica e quali sono le criticità emerse nel primo anno di applicazione. A tutte queste questioni risponde l’Agenzia delle Entrate con la Guida al Regime forfetario (Circolare 10/E del 4 aprile 2016).
 

Il regime fiscale forfetario

Il nuovo regime per i piccoli contribuenti - spiega l’Agenzia - è stato introdotto dallaLegge di Stabilità 2015 e successivamente modificato dalla Legge di Stabilità 2016. Prevede un’imposta unica, che sostituisce Irpef, addizionali regionali e comunali e Irap, con un’unica aliquota fissa del 15% e si applica sul reddito imponibile determinato forfettariamente sulla base dei ricavi o dei compensi. Le nuove attività beneficiano dell’imposta sostitutiva al 5% per i primi cinque anni. I contribuenti in regime forfetario possono usufruire, in compensazione, anche del credito di imposta per gliinvestimenti nel Mezzogiorno.
 

Chi può accedere al regime forfetario

Il regime forfetario è riservato alle persone fisiche che esercitano un’attività di impresa, arte o professione in forma individuale. A differenza dei regimi agevolati previgenti, per fruirne non è prevista alcuna scadenza legata agli anni di attività o all’età anagrafica. Possono accedere al regime forfetario i soggetti già in attività e chi inizia un’attività di impresa, arte o professione, purché rispettino alcuni requisiti e condizioni, tra cui: aver conseguito ricavi o percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a determinati limiti, differenziati a seconda del codice Ateco che contraddistingue l’attività esercitata, incrementati, a decorrere dal 1° gennaio 2016, dal comma 112 della Stabilità 2016.
 

Chi non può accedere al regime forfetario

A partire dal 2016 non possono utilizzare il regime forfetario coloro che nell’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente o assimilati di importosuperiore a 30.000 euro. Tra i regimi speciali ai fini Iva e i regimi forfetari di determinazione del reddito che comportano la fuoriuscita dal regime rientra anche ilpatent box, ossia il regime opzionale di tassazione agevolata per i redditi derivanti dall’utilizzo di opere dell’ingegno, brevetti industriali, marchi, disegni e modelli, processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili (articolo 1, commi da 37 a 45, della Legge 190/2014).
 

Come accedere al regime forfetario

Dal 2015 i contribuenti che hanno i requisiti previsti dalla legge e intendono avviare una piccola impresa o attività professionale, possono accedere direttamente al regime al momento della richiesta di apertura della partita Iva. Chi svolge già un’attività di impresa, arte o professione, accede al regime forfetario senza dover fare alcuna comunicazione, preventiva o successiva (come la dichiarazione annuale). 
Se vogliono fruire anche del regime contributivo agevolato, i contribuenti sono però obbligati a inviare la comunicazione telematica all’Inps entro il 28 febbraio di ogni anno. Il possesso dei requisiti per l’accesso al regime e l’assenza della cause ostative andranno confermate in sede di dichiarazione dei redditi. Quest’anno, in Unico 2016, i contribuenti dovranno barrare i campi 1 e 2 del rigo LM21.
 

Le agevolazioni per i piccoli contribuenti

La Circolare ricorda che i contribuenti che applicano il regime forfetario godono di numerose agevolazioni: non addebitano l’Iva in fattura; non devono osservare gli obblighi di liquidazione e versamento dell’imposta né gli obblighi contabili e dichiarativi previsti dal Dpr 633/1972; sono esonerati dalle comunicazioni dello spesometro e dei dati black list; sono esclusi dagli studi di settore; non subiscono ritenute d’acconto e sono esonerati dall’applicarle; sono esonerati dall’obbligo di registrazione e tenuta delle scritture contabili. 

I contribuenti devono però assicurare alcuni adempimenti: certificare i corrispettivi, numerare e conservare le fatture di acquisto e le bollette doganali, versare l’Iva per le operazioni in cui risultano essere debitori di imposta, dopo aver integrato la fattura indicando l’aliquota e la relativa imposta.
 

Regimi abrogati e periodo transitorio

Dal 1° gennaio 2015 sono stati abrogati i precedenti regimi agevolati previsti per i contribuenti di minori dimensioni. Per consentire un passaggio graduale alle nuove regole, però, i soggetti che al 31 dicembre 2014 applicavano il regime di vantaggio o il regime delle nuove attività produttive possono applicare le agevolazioni previste per le nuove attività fino alla conclusione del periodo agevolato (per un massimo di cinque anni).
 
Per esempio, un soggetto che ha iniziato una nuova attività nel 2014, e ha applicato il regime fiscale di vantaggio oppure il regime delle nuove attività produttive, potrà applicare le specifiche agevolazioni previste dalla legge (riduzione dell’imponibile di un terzo per il 2015, applicazione dell’imposta sostitutiva nella misura del 5% a decorrere dal 2016) fino al 2018.
 
Inoltre, i soggetti che al 31 dicembre 2014 applicavano il regime fiscale di vantaggio possono continuare ad applicarlo per il periodo che residua al completamento del quinquennio agevolato o fino al compimento del 35° anno di età se successivo alla scadenza del quinquennio, anche se hanno iniziato l’attività nel 2015.

“Il Jobs Act degli autonomi è un provvedimento che per primo si occupa del lavoro autonomo nella sua specificità. Per questo lo giudichiamo positivamente. Poiché i nostri studi attestano una diminuzione media del 25% dei redditi professionali, accogliamo con grande favore tutte quelle misure che consentono la deducibilità dei costi, quali ad esempio quelli per formazione continua e certificazione delle competenze”.
 
Lo ha detto Armando Zambrano, Coordinatore della Rete delle Professioni Tecniche e Presidente del CNI, in audizione presso la Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato sul Jobs Act degli autonomi e, più in generale, sulle problematiche dei professionisti italiani.
 

Parametri economici per i costi delle prestazioni

“Detto questo - ha aggiunto Zambrano - si può fare molto di più. Ad esempio introdurreparametri economici di solo riferimento per l’indicazione dei costi delle prestazioni professionali, come già previsto nell’ambito della vigente disciplina dei contratti pubblici. L’assenza di riferimenti normativi che consentano di stabilire con sufficiente chiarezza il livello delle prestazioni professionali in linea con standard qualitativi predeterminati, oltre a provocare un evidente disorientamento nella committenza, incide in modo significativo sulla stessa corretta applicazione di importanti discipline legislative, come quelle in ambito energetico”.
 
Il riferimento sembra essere agli Attestati di Prestazione Energetica (APE), spesso redatti a prezzi stracciati, per i quali il CNI ha recentemente invitato gli ingegneri a ‘chiedere un compenso adeguato’.
 

Accesso ai Fondi Europei

Tra le ulteriori direzioni di intervento indicate alla Commissione dalla Rete, c’è quella dei Fondi Europei. Si chiede, ad esempio, di far rientrare le attività svolte da Ordini e Collegi in materia di formazione continua tra le attività finanziabili col Fondo sociale europeo. Inoltre, si chiede un intervento delle Regioni per rendere effettivo l’accesso ai Fondi Europei, attraverso lo studio di misure ad hoc per i professionisti, in assenza delle quali il loro accesso a queste risorse resterebbe solo sulla carta.
 

Ritardi dei pagamenti della P.A.

Un aspetto importante del Jobs Act degli autonomi è la tutela del professionista rispetto al committente privato, giudicata positivamente. La Rete, tuttavia, lamenta il fatto che nel testo del provvedimento nulla si dica a proposito di tutela nei confronti della committenza pubblica, con particolare riferimento alla criticità rappresentata dairitardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione.
 

Previdenza e Società tra Professionisti

In tema di previdenza, i professionisti tecnici hanno chiesto di rendere possibile ilversamento dei contributi integrativi presso le casse di previdenza professionali e di consentire alle professioni ordinistiche sprovviste di aderire alle casse di previdenza esistenti.
 
La RPT ha chiesto, infine, una seria azione di rilancio delle Società tra Professionisti, con particolare riferimento alla possibilità di scegliere il regime fiscale da adottare, dal momento che non tutti i professionisti che decidono di associarsi sono uguali e caratterizzati da identiche problematiche.
 
“Le nostre proposte - ha concluso Zambrano - sono state condivise nel metodo e nel merito dalla Commissione. Il Presidente sen. Maurizio Sacconi, che ringrazio per la sensibilità dimostrata, ci ha chiesto di formulare compiutamente ulteriori proposte emendative e integrative del testo in discussione, che invieremo nei prossimi giorni”.

Fissare parametri e corrispettivi economici di riferimento anche negli incarichi privati. È la richiesta con cui il presidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri (CNI), Armando Zambrano, ha commentato la decisione dell’Antitrust di multare il tentativo di reintroduzione delle tariffe fatto dagli avvocati.

Non si tratta di un ritorno alle tariffe, ha specificato il presidente Zambrano in una nota diramata nei giorni scorsi, ma dell’introduzione di “standard di prestazione e di corrispettivi economici”. Anche se una recente indagine del CNI ha rivelato che l’86% dei professionisti vuole tornare ad avere tariffe di riferimento, Armando Zambrano ha preso atto "dell’opposizione anche ideologica a questa ipotesi", a suo avviso
“basata su un contestabile principio di libera concorrenza”. 
 

Tariffe e Compensi nel mercato privato

Secondo Armando Zambrano, i professionisti hanno un problema nel mercato privato. Nel settore pubblico, infatti, la normativa esistente consente di stabilire un corretto rapporto tra l’attività professionale prestata e il suo valore economico.
 
Questo perché, dopo la riforma delle professioni e l’abolizione delle tariffe, il Decreto “parametri” (DM 143/2013) ha stabilito le modalità con cui determinare i compensi da porre a base di gara nelle procedure per l’affidamento degli incarichi di progettazione.
 
“Nel settore privato invece – si legge nella nota - l’abolizione delle tariffe ci ha privati di punti di riferimento. In tal senso è necessario un intervento e noi professionisti tecnici siamo pronti a fare la nostra parte”.
 
Per risolvere questo problema senza proporre la reintroduzione delle tariffe, Armando Zambrano propone la definizione di standard di prestazione e di corrispettivi economici, in modo da orientare e garantire adeguatamente la committenza privata che spesso non ha cognizione del valore e dell’impegno richiesto per effettuare un servizio attinente all’ingegneria e all’architettura.
 
In questo modo, sostiene Zambrano, da una parte sarebbe assicurata la qualità del servizio e un compenso adeguato al tipo di prestazione e dall’altra, sulla base dell’esperienza già maturata nel settore pubblico, verrebbe garantito il rispetto della concorrenza e del principio di parità di trattamento.
 

Ritorno alle tariffe, strada sbarrata

Il commento del CNI prende le mosse dalla decisione dell’Antitrust di multare per un milione di euro il Consiglio nazionale forense per aver aggirato l’abolizione delle tariffe reintroducendo dei compensi minimi vincolanti.
 
Nel 2014 il CNF aveva stabilito, con una circolare, che gli accordi tra le parti non potevano giungere ad un compenso inferiore al minimo tariffario perché così non sarebbero stati rispettati né il Codice deontologico né la dignità del professionista.
 
L’Antitrust aveva quindi sanzionato il CNF sostenendo che aveva limitato l’autonomiadei professionisti rispetto alla determinazione del proprio compenso.
 
Una decisione prima ridimensionata dal Tar, che aveva dimezzato l’importo della multa, ma poi confermata dal Consiglio di Stato, che nei giorni scorsi con la sentenza 1164/2016 ha confermato la sanzione di un milione di euro per la violazione delle regole sulla concorrenza.
 
Fermo restando il divieto di tornare alle tariffe minime e di tutelare la concorrenza, il CNI ha però chiesto dei parametri che garantiscano la qualità nel settore privato ed evitino deprezzamenti eccessivi delle attività svolte.

Gli ingegneri hanno ancora una settimana di tempo per autocertificare i quindici crediti formativi (CFP) ottenuti con le attività di aggiornamento professionale informale.

Le attività di aggiornamento andranno infatti caricate sulla piattaforma www.mying.itentro il 31 marzo 2016.
 

Ingegneri: Autocertificazione CFP

I CFP per le attività di aggiornamento professionale informale svolte nel 2015, sono riconosciuti per:
- pubblicazioni qualificate nell'ambito dell'ingegneria;
- brevetti nell'ambito dell'ingegneria;
- partecipazione qualificata ad organismi, gruppi di lavoro, commissioni tecniche nell'ambito dell'ingegneria;
- partecipazione a commissioni di esami di stato per l'esercizio della professione di ingegnere.

Nell’istanza va specificato attraverso quali modalità sono state espletate le attività di aggiornamento informale: ad esempio approfondimenti tecnici, aggiornamenti normativi, partecipazione ad eventi o manifestazioni fieristiche o simili, partecipazione, in Italia o all’estero, a corsi, seminari, convegni, o altri eventi di provato valore scientifico in modalità frontale o a distanza.

Nella domanda bisogna indicare l’Ordine di appartenenza e la propria posizione lavorativa, ad esempio dipendente pubblico o privato, libero professionista con Partita Iva o appartenente ad una società o associazione di professionisti.
 
Gli iscritti dal 1° gennaio 2014 in poi, devono conseguire 5 CFP su etica e deontologia professionale.
 
Si può essere esonerati dall’obbligo di aggiornamento in caso di: maternità o paternità, per un anno; servizio militare volontario e servizio civile; grave malattia o infortunio; altri casi di documentato impedimento.

In caso di esercizio della professione senza aver assolto l’obbligo di aggiornamento professionale, il Consiglio di Disciplina territoriale decide se applicare una sanzione disciplinare.

Un ingegnere può svolgere il ruolo di direttore tecnico in un’impresa di restauro. È quanto sostiene l’Ordine degli ingegneri di Napoli, che ieri ha organizzato un incontro cui hanno partecipato il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI), l’Associazione Costruttori Edili Napoli (ACEN) e Federcostruzioni.
 
L’incontro è stato organizzato per discutere sui requisiti di idoneità che gli ingegneri col ruolo di direttori tecnici delle imprese con attestazione SOA nel settore del restauro (categoria OG 2relativa agli interventi sugli immobili tutelati). Tutto in vista dell’approvazione del nuovo Codice Appalti.
 
Sul tema a fine 2014, presso l'Ordine degli ingegneri di Napoli, è stato costituito  il Gruppo di lavoro “Competenze degli ingegneri in materia di edifici vincolati”, coordinato dal vice presidente dell'Ordine, Paola Marone.
 

Restauro e competenze degli ingegneri

Come lamentato dai professionisti durante l’incontro, il Regolamento attuativo del Codice Appalti (DPR 207/2010) ha previsto la riforma dei titoli professionali richiesti per la direzione tecnica delle categorie relative al restauro.
 
Con questa novità gli ingegneri, direttori tecnici delle imprese attestate SOA nel settore del restauro, anche se in possesso di consolidate esperienze e professionalità, non sono stati più ritenuti idonei allo svolgimento dell’incarico. Per fare il direttore tecnico la nuova normativa ha infatti ritenuto necessarie le lauree in Architettura o Conservazione dei beni culturali.
 
Il Consiglio di Stato, però, con la sentenza 4290/2015 ha affermato che non si può negare l’attestazione Soa nelle categorie OG 2 e OS 25 alle imprese con un direttore tecnico già in carica al momento dell’entrata in vigore delDPR 34/2000, la norma che ha introdotto il sistema di qualificazione Soa.
 
Questo significa, sostengono gli ingegneri, che chi già svolgeva l’incarico di direttore tecnico può continuare a farlo.
 
Ma non solo, perché in vista della riforma degli appalti, gli ingegneri hanno chiesto che la possibilità di svolgere il ruolo di direttore tecnico nelle imprese di restauro sia riconosciuto a tutti gli ingegneri edili con una significativa esperienza e a tutti i laureati in Ingegneria edile-architettura.

Ripristino di tariffe di riferimento, revisione della formazione universitaria, agevolazioni fiscali specifiche e nuove forme di welfare.
 
Queste le richieste esposte degli Ingegneri al Governo nel corso dell’Assemblea del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) intitolata “Obiettivo Lavoro”, tenutasi a Bologna venerdì 4 marzo 2016.
 

Ingegneri: le proposte del CNI per uscire dalla crisi

Al Governo gli ingegneri italiani chiedono una serie di interventi per aiutare i professionisti a fronteggiare gli effetti della crisi che, tra il 2007 e il 2014, ha fattocalare il reddito professionale medio degli ingegneri quasi del 20%.
 
Inoltre il Presidente del CNI, Armando Zambrano, ha affermato che “le previsioni per il 2016 non sono per niente rassicuranti”: secondo le stime del CNI i redditi degli ingegneri, nella migliore delle ipotesi, resteranno immutati, ma potrebbero anchesubire un calo fino all’1%.
 
Ecco perché gli ingegneri chiedono alla politica delle iniziative che segnino una rottura rispetto al passato come il ripristino di tariffe di riferimento, un piano organico di incentivi per investimenti in conto capitale per i professionisti, sgravi fiscali e il miglioramento delle norme che regolano il lavoro professionale sulla scia del Jobs Act per gli autonomi.
 
Il CNI ha messo in evidenza anche l’importanza della formazione che andrebbe ripensata e migliorata, a partire dai percorsi universitari. Zambrano, ha infatti dichiarato: “Una delle ragioni per cui gli ingegneri italiani sono così richiesti nel mondo è che possiedono una formazione universitaria di base forte. Quella può garantirla al meglio soltanto un percorso quinquennale. Su questo punto abbiamo avviato un confronto costruttivo col Ministro dell’Istruzione”. 
 

Ingegneri: verso una revisione della professione

Il Vice Presidente del CNI Fabio Bonfà, dopo aver presentato i risultati di una ricerca effettuata dal Centro Studi del CNI tra gli iscritti all’Ordine, ha dichiarato: “I dati hanno confermato l’alta aspettativa degli ingegneri nei confronti dei possibili interventi del Governo a sostegno della libera professione. In particolare, gli ingegneri lamentano ancora una volta l’abolizione delle tariffe che, a loro avviso, rappresentano uno degli elementi che più ha pesato nel crollo dei fatturati e nella crisi di attività”.
 
Riccardo Nencini, Vice Ministro Infrastrutture ha risposto agli ingegneri: “Non ho obiezioni da fare rispetto alle proposte degli ingegneri. All’estero chiedono soprattutto ingegneri italiani. Si fidano delle università italiane. Ma abbiamo meno possibilità di competere con i nostri ingegneri perché le società sono troppo piccole. A tutto questo si aggiunge il forte calo degli investimenti pubblici. Quindi esistono delle carenze sul piano dei finanziamenti che bisognerebbe superare. Ma c’è anche un problema di carenza di progettualità”.
 
Maurizio Sacconi, Presidente della Commissione Lavoro del Senato e relatore del Jobs Act autonomi, ha dichiarato: “Sono attento al tema che voi sollevate, quello della proletarizzazione delle professioni. Ma la strada sbagliata sarebbe quella di avvicinare i professionisti al mondo della subordinazione. Compito del Governo deve essere liberare la funzione professionale dalla pressione fiscale e regolatoria. Ma potenziamento dell’autonomia, dell’indipendenza, dell’orgoglio della professione liberare restano fondamentali per un tipo di attività che resta profondamente diversa rispetto al lavoro subordinato”.
 
A commentare le richieste degli ingegneri, tra gli altri, anche Filippo Taddei, Responsabile economia del PD: “C’è un sentiero coerente di trasformazione di questo Paese. Il nostro problema è come fare in modo che i lavoratori potenzino il proprio capitale umano. Occorre investire competenze. Col Jobs Act autonomo diciamo: siamo dalla vostra parte quando investite su voi stessi”.

Nonostante il 2015 sia stato un anno di lieve ripresa per l’economia italiana, gli architetti risultano essere ancora schiacciati dalla crisi, con una riduzione, registrata tra il 2008 e il  2015, del reddito annuo del 41% e un aumento del numero di architetti con un reddito inferiore a 9 mila (dal 31,8% del 2013 al 34% del 2015).
 
Questo lo scenario tracciato dalla V edizione dell’Osservatorio sulla professione di Architetto, promosso dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori in collaborazione con il Cresme.
 

Architetti italiani: calo dei redditi e mutamento del lavoro

Nello specifico, lo studio ha evidenziato, assieme alla crescita dei professionisti con un reddito inferiore a 9 mila euro, la riduzione, dal 21% al 16,6%, degli architetti con un reddito annuo superiore a 30 mila euro e una diminuzione della crescita degli iscritti agli Ordini provinciali.
 
L’Osservatorio fa notare che, come conseguenza di questo scenario, stanno decisamente mutando i modelli organizzativi degli studi professionali che stanno evolvendo verso una dimensione di maggiore interdisciplinarità,sfruttando il coworking, ovvero la condivisione degli ambienti di lavoro e dei costi fissi di gestione degli studi.
 
In più, per combattere la crisi, gli architetti si dirigono sempre più verso una maggiore specializzazione, sia in attività tradizionali come redazione capitolati, perizie estimative, catasto, collaudi e sicurezza nei luoghi di lavoro, sia in quelle più innovative come certificazione di classi energetiche, GIS (Geographic Information System), studi e progettazioni di fattibilità, project financing, facility management. 
 
Inoltre lo studio mette in luce le nuove necessità dei professionisti come ampliare la dimensione degli studi attraverso forme di aggregazione, lo sviluppo del sito web e di un brand riconoscibile per promuovere l’attività.
 
La diffusione di market-place nel settore della progettazione e di altri servizi on-line, basati sul sistema del feedback, seppur ritenuta inevitabile, secondo l’Osservatorio non rappresenta per gli architetti un’occasione da cogliere, in quanto quei servizi sono ritenuti inutili, se non addirittura dannosi, in quanto in grado di aumentare la concorrenza, ridurre i compensi e svilire le prestazioni intellettuali riducendole a mero prodotto commerciale.
 

Crisi degli architetti: le motivazioni

L’Osservatorio collega la crisi degli architetti al crollo del settore delle nuove costruzioni e delle opere pubbliche. Inoltre il segmento della riqualificazione e del risparmio energetico, pur resistendo, non ha permesso agli architetti italiani di risollevarsi; nel 2015 i progettisti hanno avuto a disposizione appena 104 mila euro a testa di mercato potenziale, il secondo valore più basso tra tutti i paesi europei (superiore soltanto a quanto misurato per la Grecia), un terzo del mercato di riferimento pro-capite stimato per gli architetti tedeschi e tra otto e nove volte in meno rispetto a Francia e Regno Unito.
 
Il mercato della progettazione ha continuato a ridursi, portandosi a 16 miliardi nel 2015 (ancora -0,8% a valori reali rispetto al 2014). Tra 2015 e 2006 la dimensione del mercato è crollata del 45% (ovvero di ben 13 miliardi di euro in meno).

Altro problema messo in evidenza dall’Osservatorio il ritardo nei pagamenti. Nel 2015 la percentuale di architetti che indica di vantarecrediti residui nei confronti della clientela privata è il 67%, il 6% in più rispetto alla situazione del 2014 (con una dimensione media del 26% del fatturato annuo).
 
Sono invece quasi un terzo gli architetti che attendono pagamenti da parte del settore pubblico (dimensione media pari all’11% del fatturato annuo); sono però in leggero calo, nel 2015, i giorni necessari per ottenere un pagamento da parte della Pubblica Amministrazione che passano da 200 a 141. 115 sono, invece, i giorni medi di attesa per i pagamenti delle imprese e 84 giorni per i pagamenti delle famiglie.

Dall’Osservatorio si deduce che il perdurare della crisi per gli  architetti, i  pianificatori, i  paesaggisti e i conservatori è testimoniato, in modo emblematico, dall’assenza del “progetto” che dovrebbe, invece, rappresentare il settore principale della loro professione, ma che continua invece ad essere mal pagato e troppo gravato di burocrazia. Senza una inversione di tendenza, che appare sempre più improcrastinabile,  l’Italia perderà quel  fondamentale know how di creatività e tecnica proprie di una professione  che è indispensabile  per uno sviluppo ordinato e sostenibile e per creare bellezza.
 

Architetti: la situazione di neoiscritti e donne

I dati dello studio confermano anche la difficoltà dell’inserimento professionale per i neo laureati. Nel 2014, ad un anno dal conseguimento del titolo di laurea di secondo livello in architettura (magistrale o magistrale a ciclo unico), il tasso di disoccupazione si è portato al 31% (era il 17% nel 2010). Dopo 5 anni il 60% degli architetti ha aperto la Partita Iva, ma sei su dieci collaborano in forma esclusiva con un unico studio.
 
Negli ultimi sette anni la quota di donne tra i neo-iscritti alla cassa previdenziale è stata regolarmente superiore al 50%; le donne architetto infatti rappresentano circa il 54% degli iscritti ai corsi di laurea di secondo livello in architettura, e sono la maggioranza tra i nuovi immatricolati. Degli oltre 154 mila architetti italiani oggi le donne sono quasi il 42% (circa 64 mila), il 10% in più rispetto alla situazione del 1998.
 
Nell’ultimo decennio il cosiddetto gender-wage gap (differenza percentuale tra reddito maschile e femminile) si è ridotto considerevolmente, ma rimane ancora elevato. Nel 2015 il reddito medio annuo degli uomini è stato superiore del 57% , la stessa differenza era l’85% all’inizio degli anni duemila. 

Redigere gratis il Piano strutturale comunale. È la richiesta che il Comune di Catanzaro ha fatto agli architetti. Una proposta duramente criticata dal mondo delle professioni e da alcuni esponenti politici, che hanno chiesto al Comune di tornare sui propri passi, annullando il bando o prevedendo un compenso per l’incarico.
 

Il bando per gli incarichi gratuiti

Il Comune di Catanzaro ha indetto un bando  per il conferimento di incarichi professionali a titolo gratuito, volti alla selezione dello staff di progettisti esterni per la redazione del Piano Strutturale Comunale.
 
Si tratta di una delle componenti del Piano regolatore generale (PRG) che, lo ricordiamo, si articola in piano strutturale, piano operativo e regolamento urbanistico.
 
Prima di bandire la gara, il Comune ha chiesto il parere della Corte dei Conti, che ha dato il via libera alla possibilità di richiedere prestazioni gratuite, giustificate dalla voglia di autopromuoversi dei professionisti.
 

Incarichi gratuiti, le critiche di professionisti e politici

Secondo il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (Cnappc), “è estremamente grave, impraticabile e insostenibile che i progettisti incaricati redigano a titolo gratuito lo strumento urbanistico” non solo per il diritto a vedere adeguatamente remunerata ogni prestazione professionale, così come sancito dalla Costituzione e dal Codice Civile, ma anche per una questione di qualità delle opere pubbliche.
 
Assegnare un incarico a titolo gratuito significherebbe, a detta del Cnappc, non effettuare controlli e non dare il giusto riconoscimento alla qualità progettuale, con ripercussioni negative sull’efficienza e l’efficacia della pianificazione urbanistica.
 
Bollato come “proposta indecente” dal consigliere comunale Sergio Costanzo, il bando dovrebbe a suo parere investire sulla qualità della progettazione in modo da evitare il proliferare della speculazione urbanistica ed edilizia.
 
“Non è abitudine né del Sindaco né della giunta chiedere pareri preventivi alla locale Corte dei conti su atti di natura prettamente politico-amministrativo – scrive Sergio Costanzo in una nota pubblicata sul sito web del Comune - ciò autorizza a pensare che la richiesta di detto parere, molto probabilmente, è stata pensata e irritualmente avanzata dallo stesso ufficio urbanistica al solo fine di creare una parvenza di regolarità al conferimento di un incarico professionale la cui forma e contenuto offendono la dignità professionale delle categorie abilitate alla redazione dei Piani strutturali comunali”.
 
Resta ora da capire se il Comune ritirerà o modificherà il bando. O se invece continuerà per la sua strada.

L'Agenzia Certing inizierà presto a certificare le competenze degli ingegneri su tutto il territorio nazionale.
 
Ad annunciarlo il Consiglio Nazionale Ingegneri (CNI) in una circolare in cui spiega la tempistica con cui l'Agenzia Certing svolgerà la certificazione volontaria delle competenze degli ingegneri iscritti ai vari Ordini territoriali.
 

Certificazione delle competenze degli ingegneri: le fasi

Il CNI sottolinea che non tutti gli Ordini sono organizzati per gestire, nell'immediato, le richieste dei propri iscritti; per questo l'Agenzia Certing inizierà per gradi, partendo dagli Ordini che hanno contribuito alla fase di sperimentazione.
 
Il 5 Marzo ci sarà la presentazione della piattaforma web (www.cnicerting.it) e da quella data in poi sarà possibile certificare le competenze degli ingegneri iscritti agli Ordini che hanno già fatto conoscere all'Agenzia la loro capacità operativa. Dal 5 marzo al 30 giugno ci sarà una fase di sperimentazione della piattaforma in cui gli Ordini dovranno attivarsi, contattando l'Agenzia, per predisporre il meccanismo di certificazione.
 
In questa prima fase la piattaforma non sarà pubblicizzata agli iscritti (se non a quelli degli organismi già attivi) ma il CNI fa sapere che potrebbero arrivare sulla piattaforma (che sarà on line e aperta) richieste di certificazione anche da colleghi i cui Ordini non si siano attivati. In questo caso le richieste verranno vagliate dall'Agenzia assieme all'Ordine.
 
In questi quattro mesi ciascun Ordine si organizzerà al proprio interno individuando un Coordinatore, un congruo numero di valutatori e un comitato tecnico per la certificazione. In questo periodo di graduale avviamento l'Agenzia Certing sarà a disposizione con un'attività di affiancamento, tutoring e assistenza in grado di accompagnare ciascun Ordine.
 
Il 1 luglio 2016 ci sarà il lancio definitivo della piattaforma e il meccanismo sarà esteso a tutti gli ingegneri italiani che potranno certificare le proprie competenze direttamente on line.
 

Ingegneri: certificazione volontaria delle Competenze

Ricordiamo che tramite il progetto ‘Cert-Ing - La Certificazione volontaria delle Competenze’, il CNI si propone di valorizzare l’esperienza dei propri iscritti,convalidando la competenza da loro acquisita in specifici settori attraverso l’attività professionale esercitata in forma societaria, autonoma o subordinata e la formazione successiva all’iscrizione all’Albo, anche in conformità all’obbligo di aggiornamento della competenza professionale.
 
In particolare l’Agenzia ha come scopo:
- vigilare sulla corretta attuazione e gestione della Certificazione volontaria delle competenze presso gli Ordini Territoriali e/o i loro Organismi di Gestione, secondo i criteri stabiliti dal Regolamento Generale Cert-Ing;
- fornire il supporto tecnico e organizzativo per l’introduzione e la successiva gestione della Certificazione delle competenze presso gli Ordini territoriali e/o i loro Organismi di Gestione;
- esaminare e approvare le modifiche al Regolamento Generale Cert-Ing nonché ai documenti ad esso allegati o collegati;
- vigilare sulla promozione della Certificazione volontaria delle competenze effettuata dagli Ordini Territoriali presso Aziende, Enti, Istituzioni e altre Organizzazioni di livello regionale o nazionale, oltre che, in generale, nel mercato del lavoro;
- attuare la campagna nazionale di comunicazione e promozione della Certificazione volontaria delle competenze Cert-Ing.

Le donne ingegnere sono un’eccellenza nel mondo delle professioni tecniche ma non vengono ancora considerate adatte ad un ruolo di leadership professionale come i colleghi maschi.
 
Questa una delle tendenze emerse nel corso del convegno “Ingenio al femminile. Storie di donne che lasciano il segno” organizzato dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri il 25 Febbraio 2016.
 

Donne nelle professioni tecniche: persiste la disparità di genere

Nel corso del convegno è stata presentata anche una ricerca del Centro Studi CNI “Leadership al femminile” con la quale si è voluto fare il punto sulla presenza delle donne nelle posizioni apicali.
 
Dalla ricerca si evince come la strada che porta alla parità tra uomini e donne, e ad una presenza più consistente delle donne nelle posizioni di vertice delle imprese, è ancora lunga e difficile. “A fronte dei cambiamenti del mercato e della maggiore istruzione delle lavoratrici femminili, l’equiparazione non c’è e spesso le donne risultano meno pagate, più a rischio di perdere il lavoro e meno libere di scegliere”.
 
La ricerca del Centro Studi riporta alcuni dati che dimostrano come, nonostante siano stati fatti importanti passi in avanti, il ruolo delle donne ingegnere faccia fatica ad emergere in Italia più che nel resto d’Europa; è infatti pari al 19% l’indice relativo al gender eployment gap, ovvero la differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile.
 
E’ del 6% il gender pay gap, ovvero l’indice che misura la differenza di retribuzioneoraria tra uomini e donne in rapporto alla retribuzione oraria media degli uomini, uno dei dati peggiori del contesto europeo.
 
Il tasso di occupazione femminile si attesta attualmente al 50,3%, 13 punti sotto la media UE. Il Centro Studi CNI ha quindi fatto notare che questi numeri devono far riflettere sulla necessità di garantire una piena eguaglianza di opportunità di accesso nel mercato del lavoro.
 
Secondo la ricerca la diretta conseguenza di questa complessa condizione di partenza è rappresentata dalla limitata presenza di donne nelle posizioni di vertice delle principali istituzioni nazionali e nelle imprese. Si osserva infatti che la quota di donne presenti ai vertici delle diverse organizzazioni, pur in crescita, resta persistentemente minoritaria, quasi sempre su soglie inferiori o di poco superiori al 30%.
 

Donne ingegnere: l’impegno del Centro Studi CNI  

Armando Zambrano, Presidente del CNI ha dichiarato: “Come Consiglio Nazionale  abbiamo dato un forte contributo per la crescita delle donne ingegnere italiane. Altro faremo in futuro. Le prossime iniziative che prenderemo per raccontare l’eccellenza dell’ingegneria italiana nel mondo, ad esempio, daranno molto spazio alle donne che si sono distinte in questa nostra professione”.
 
“Siamo fortemente impegnati su questo fronte – ha aggiunto Fabio Bonfà, Vice Presidente del CNI – perché abbiamo modo di constatare come dalle donne ingegnere venga un contributo notevole, sia in termini di razionalità che di voglia di fare. Le donne contribuiscono non solo al mondo dell’ingegneria italiana ma all’intero Paese”.
 
Sempre a nome del CNI è intervenuta anche Ania Lopez, Consigliere e curatrice di “Ingenio al femminile”, che ha commentato: “Finché nel nostro e in altri paesi ci sarà questa cultura che tende a penalizzare il ruolo della donna nel mondo del lavoro, in particolare per quanto riguarda le posizioni di vertice, le quote rosa svolgono un’importante funzione. Potremo abbandonarle solo quando la parità farà parte della nostra cultura”.
 
Carla Cappiello, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Roma, ha giudicato “’Ingenio al femminile’ un’ottima occasione per riflettere sullo stato delle donne nel mondo del lavoro, con particolare riferimento all’ingegneria. La nostra presenza è ancora scarsa, anche in ambito tecnico-scientifico”.

“I professionisti tecnici iscritti agli albi risultano i soli in possesso di un livello di adeguata formazione ed esperienza per svolgere le valutazioni immobiliari”.
 
Questa la convinzione espressa dalla Rete delle Professioni Tecniche (RPT) che ha invitato l’Associazione bancaria italiana (ABI) a unire i propri sforzi a quelli dei professionisti tecnici, nel richiedere che l'attività di valutazione immobiliare sia ricondotta alla esclusiva competenza dei professionisti iscritti ad Ordini e Collegi professionali.
 

Valutazioni immobiliari e Direttiva Mutui

Come ricorda una circolare del Consiglio Nazionale Ingegneri (CNI), il 21 marzo 2016 il Governo dovrà provvedere all'attuazione della “direttiva mutui" (2014/17/UE), che, definendo un quadro comune delle disposizioni relative ai contratti di credito concernenti beni immobili residenziali, intende garantire un livello più elevato di tutela e protezione dei consumatori soprattutto promuovendo una maggiore professionalità in capo ai soggetti operanti nel settore come i valutatori immobiliari.
 
Il CNI sottolinea che la figura del valutatore immobiliare ha assunto un ruolo determinante negli ultimi anni, in considerazione della centralità acquisita dai beni immobili nella determinazione delle garanzie a tutela dei crediti bancari.
 
Con riferimento a tale specifica professionalità, la direttiva europea sottolinea l'importanza di garantire la corretta valutazione del bene immobile prima della conclusione del contratto di credito, evidenziando la necessità di ricorrere a standard affidabili di valutazione, riconosciuti a livello internazionale.
 
La direttiva UE, in particolare, richiede:
- che i professionisti tecnici, che conducono le valutazioni immobiliari, sianocompetenti sotto il profilo professionale e sufficientemente indipendenti dal processo di sottoscrizione del credito, in modo da poter fornire una valutazione imparziale ed obiettiva;
- che tutte le relazioni di valutazione siano redatte con la competenza e la diligenza professionali dovute;
- che i valutatori rispondano a determinati requisiti in materia di qualifiche professionali.
 
Intanto, in attesa dell'adozione dei provvedimenti di attuazione della direttiva da parte del Governo, un tavolo di lavoro formato da ABI, Assovib e Ordini e Collegi professionali dell'area tecnica ha provveduto ad elaborare delle Linee guida specifiche. 
 

Valutatori immobiliari: competenza esclusiva ai professionisti tecnici

La Rete delle Professioni Tecniche, citando la norma UNI 11558/2014, ha evidenziato che solo i professionisti iscritti agli albi sono adatti per le valutazioni immobiliari. La norma UNI infatti, nel delineare compiti e responsabilità specifici del valutatore immobiliare, si rivolge principalmente al ''professionista ricompreso nell'ambito delle professioni regolamentate". 
 
Inoltre, per RTP, assicurare un elevato livello delle prestazioni dei valutatori immobiliari rappresenta una condizione indispensabile sia al fine di garantire lasicurezza strutturale dell'immobile oggetto di stima che la correttezza e il rispetto dei termini delle attività di valutazione che si svolgono in sede giurisdizionale o in ambito bancario o aziendale.
 
La proposta della Rete infatti prevede che i nominativi dei professionisti iscritti agli albi, specificamente qualificati per svolgere le attività di valutazione immobiliare, sianoinseriti in un apposito elenco, istituito su base nazionale presso i Consigli Nazionali di ciascun Ordine e/o Collegio delle professioni tecniche.
 
RTP però specifica che tra le condizioni necessarie per l'iscrizione del professionista in tale elenco ci sarà il regolare ottemperamento degli obblighi relativi alla formazione continua, all'assicurazione professionale e al versamento delle quote contributive agli Ordini.

 Il 30% degli iscritti ad Inarcassa è in ritardo con il pagamento dei contributi; questo comporta un mancato introito per 800 milioni di euro per la Cassa.
 
Riconoscendo le oggettive difficoltà degli architetti e ingegneri, il Comitato Nazionale dei Delegati di Inarcassa ha approvato il ‘Progetto sanzioni’, nuove misure che alleviano il sistema sanzionatorio applicato dall’Ente di previdenza e assistenza per gli architetti e ingegneri liberi professionisti e che semplificano l’adempimento contributivo.
 
Il nuovo sistema - spiega Inarcassa in una nota - ha lo scopo di introdurre unamaggiore gradualità sanzionatoria, per tenere conto del mutato quadro generale macroeconomico e dei professionisti in particolare, che ha prodotto significative minori disponibilità finanziarie per il rispetto degli adempimenti nei termini.
 
Il sistema viene pertanto rimodulato grazie alla modifica dell’art. 10 comma 1 del Regolamento Generale di Previdenza 2012 relativo al ritardato pagamento, legando la modalità dell’incremento della sanzione in ordine al periodo di ritardo. Ciò al fine di correlare l’inadempimento al tempo, con una scala crescente, che penalizzi in modo più che proporzionale il ritardo reiterato:
 
• 0,5% mensile per i primi dodici mesi di ritardo;
• 1% mensile dal tredicesimo al ventiquattresimo mese di ritardo;
• 1,5% mensile dal venticinquesimo mese al trentaseiesimo mese di ritardo;
• 2% mensile dal trentasettesimo mese fino al quarantottesimo mese di ritardo;
• 60% fisso dal quarantanovesimo mese di ritardo.
 
È stato inoltre previsto un ulteriore abbattimento delle aliquote indicate, connesso all’entità dell’importo, a favore degli iscritti che complessivamente abbiano maturato un debito per i contributi dovuti e non pagati:
 
• del 50% per un debito pari o inferiore a 10.000 euro;
• del 30% per un debito compreso tra 10.001 e 15.000 euro;
• del 20% per un debito compreso tra i 15.001 e 20.000 euro.
 
Verrà anche applicata una riduzione agli istituti di conciliazione ACA(Accertamento con Adesione) e ROP (Ravvedimento Operoso) fino ad un massimo rispettivamente dell’85% in luogo del 70% e del 50% in luogo del 30% qualora il pagamento integrale di quanto dovuto, contributi, interessi e sanzioni, avvenga in unica soluzione entro 60 giorni.
 
Parte integrante del ‘Progetto sanzioni’ è però anche un’azione bilanciata nel campo del Welfare, con l’approvazione di nuove forme di sostegnovolte a fronteggiare situazioni di bisogno effettivo, in relazione a difficoltà contingenti e connesse all’esercizio della libera professione.
 
“Si tratta di un provvedimento innovativo - ha dichiarato il Presidente Giuseppe Santoro - che punta ad arginare il fenomeno dell’inadempienza previdenziale ed il conseguente aggravamento di situazioni debitorie non più emendabili. Il credito scaduto infatti vede coinvolto il 30% degli iscritti alla Cassa ed è pari a 800 milioni di euro, con evidenti riflessi negativi sul patrimonio e sui relativi rendimenti”.
 
“Al tempo stesso - ha aggiunto Santoro - il nuovo regime sanzionatorio riconosce i comportamenti attivamente virtuosi degli iscritti inadempienti con interventi sulle modalità di applicazione delle sanzioni nel tempo e sulla tempistica per una rapida risoluzione degli obblighi previdenziali”.
 
Il provvedimento sarà ora sottoposto al vaglio dei Ministeri Vigilanti. Le modifiche varranno esclusivamente per tutte le irregolarità successive all’approvazione ministeriale, secondo il principio “tempus regit actum” ed a salvaguardia della maggioranza degli iscritti che con grande sacrificio e puntualità rispettano le scadenze previdenziali.

I professionisti che intendono prestare in un altro Paese dell’Unione Europea servizi temporanei e occasionali avranno uno strumento in più per vedere riconosciute le proprie qualifiche: la tessera professionale europea.
 
E’ stato infatti pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DLgs 15/016 che regola le qualifiche professionali e introduce la ‘tessera professionale’, uno strumento che facilita la procedura di riconoscimento da parte dell’autorità competente della qualifica ottenuta dal professionista.
 

Professionisti: le novità del decreto

Il nuovo decreto prevede che la libera prestazione di servizi non può essere limitata per ragioni attinenti alle qualifiche professionali se il professionista è legalmente stabilito in un altro Stato membro per esercitarvi la corrispondente professione e se lo spostamento è temporaneo e occasionale. Se nello Stato di origine la professione non è regolamentata, il professionista deve dimostrare di aver esercitato la professione almeno per un anno(non più due) nei dieci anni precedenti.
 
Il nuovo provvedimento introduce altre importanti innovazioni come un meccanismo di allerta per segnalare, attraverso il sistema IMI, i professionisti nel campo della salute e dell’istruzione dei minori colpiti da una sanzione disciplinare o penale che abbia incidenza sull’esercizio della professione.
 
Inoltre il decreto introduce la possibilità, a determinate condizioni, di ottenere un accesso parziale alla professione e la possibilità di ottenere il riconoscimento del tirocinio professionale effettuato in parte all’estero.
 
Con l’accesso parziale il professionista potrà esercitare la propria attività limitatamente al settore per il quale è qualificato nel caso in cui, nel Paese ospitante, quella attività rientri in un ambito più ampio, comprendente profili per i quali non possieda una adeguata qualifica.
 

La tessera professionale europea

Per consentire una circolazione più agevole dei professionisti in UE sarà possibile richiedere la Tessera professionale europea (EPC), vale a dire un certificato elettronico per il riconoscimento della qualifica professionale.

La tessera non sarà una ‘carta fisica’, ma avrà la forma di un certificato elettronico che testimonierà come il professionista abbia superato ogni procedura per ottenere il riconoscimento della qualifica professionale nel Paese ospitante. 

Riguarderà sia i professionisti europei che intendono esercitare in Italia sia i professionisti italiani che intendono esercitare in un altro Paese europeo e faciliterà il trasferimento, anche solo temporaneamente, dell’attività in un altro Paese dell’Unione. 

Al momento, la tessera riguarda solo cinque professioni (infermiere, farmacista, fisioterapista, guida alpina e agente immobiliare) ma in futuro potrà essere estesa anche ad altre professioni.
 
La domanda di rilascio della tessera professionale europea può essere presentata esclusivamente online.

Molte le novità per i professionisti, introdotte (o di prossima introduzione) dal Governo; tra queste il nuovo regime fiscale forfettario, l'obbligo di Pos, l’accesso dei professionisti ai fondi europei ed una futura revisione degli studi di settore.
 

Professionisti: il nuovo regime forfetario

La novità fiscale più importante per i professionisti riguarda la modifica del quadro fiscale previgente con l'introduzione del nuovo regime forfettario; dal 1° gennaio 2016 infatti professionisti titolari di Partita iva, con ricavi fino a 30 mila euro, paganoun’imposta forfettaria al 15%.
 
Sono previste agevolazioni per i primi cinque anni di attività; in questo periodo l’aliquota dell’imposta è ridotta al 5%
 
In questo modo la Legge di stabilità 2016, amplia la platea dei possibili beneficiari(il precedente regime fiscale prevedeva ricavi fino a 15 mila euro) e aumenta i beneficidiscendenti dall’adesione al regime.  
 
Infatti l’aliquota d’imposta da applicare ai redditi forfetizzati, pari 15%, è fissa nel tempo ed è al 5% nei primi 5 anni di attività. Il regime così modificato sostituisce definitivamente il regime “dei minimi”.
 
Il nuovo regime forfetario è aperto anche ai lavoratori dipendenti e pensionati che hanno un’attività in proprio, sempreché il loro reddito da lavoro dipendente o da pensione non superi i 30mila euro.
 

Partite Iva: i dati del Mef

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pubblicato i dati sulle partite IVA rilevando che nel mese di dicembre 2015 sono state aperte 40.674 nuove partite Iva, con un incremento rispetto al mese precedente pari +5,1%.
 
Il dato non è però confrontabile con quello di dicembre 2014. A dicembre 2015 era infatti fissata l’ultima possibilità di aderire al regime fiscale “di vantaggio”, che dal 1° gennaio 2016 è stato definitivamente sostituito dal regime “forfetario”, mentre durante tutto lo scorso anno è stata data la possibilità di opzione tra i due regimi.
 
Secondo il Mef questa circostanza spiega l’incremento rispetto al mese di novembre, imputabile al fatto che alcuni professionisti hanno ritenuto di aderire al regime di vantaggio prima della sua definitiva cancellazione (15.108 soggetti, con un aumento del 62% rispetto a novembre) mentre 2.049 soggetti hanno aderito al nuovo regime forfetario. 
 

Obbligo di POS per i professionisti ma multe da definire

Un’altra novità introdotta dalla Legge di Stabilità 2016 riguarda l’obbligo di Pos: dal 1° gennaio 2016 è diventato obbligatorio per i professionisti accettare pagamenti elettronici di qualsiasi importo (anche sotto i cinque euro).
 
Fino al 2015 l’obbligo è stato applicato solo all’acquisto di prodotti o alla prestazione di servizi di importo superiore a 30 euro. Dal 2016 invece i professionisti e gli esercenti commerciali dovranno accettare pagamenti elettronici di piccolo importo sia con carte di debito che con carte di credito.
 
Non avranno l’obbligo di dotarsi del POS i professionisti che dimostrano l’esistenza di una “oggettiva impossibilità tecnica”. 
 
Attualmente però chi non rispetta l'obbligo di accettare pagamenti digitali non incorre in alcuna sanzione; le multe per i trasgressori e la specifica su quali siano gli “impedimenti tecnici” saranno definite da un decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, che sarebbe dovuto uscire il 1 febbraio 2016.
 

Professionisti: accesso ai fondi europei

La Legge di Stabilità 2016 ha riconosciuto il diritto di tutti i liberi professionisti, regolamentati e non, ad accedere ai finanziamenti del Fondo sociale europeo (FSE) e del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), rientranti nella programmazione dei fondi strutturali europei 2014/2020.
 
La norma equipara i professionisti alle piccole e medie imprese come esercenti attività economica, a prescindere dalla forma giuridica rivestita.
 

Super ammortamenti sugli investimenti in beni strumentali

Imprese e professionisti che investono in beni strumentali nuovi dal 15 ottobre 2015 fino al 31 dicembre 2016 potranno portare in ammortamento, in un solo anno, un valore maggiorato del 40%.
 
Ciò significa che, oltre all'ammortamento immediato il primo anno, avranno anche una deduzione fiscale extra del 40%. Nell’agevolazione sono inclusi mobili, computer, macchine da cantiere e auto aziendali, ma non gli immobili (ad esempio studi e capannoni) e software applicativi. L'agevolazione non produrrà effetti ai fini dei calcoli per gli studi di settore.
 

Professionisti: verso la revisione degli studi di settore

Un’altra novità che potrà riguardare i professionisti nel prossimo futuro è la revisione, o l’abolizione, degli studi di settore. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze infatti harecentemente manifestato l'intenzione di procedere ad una revisione degli studi di settore, nati per valutare la capacità di produrre reddito e scoprire eventuali evasioni, per renderli più efficaci ed attenibili. La semplificazione passerà anche attraverso la riduzione del loro numero.
 
Secondo le anticipazioni, si dovrebbe scendere dagli attuali 204 modelli a 170, mentre i circa 2mila cluster, cioè i gruppi omogenei di ricavi e compensi, dovrebbero essere sostituiti dai “modelli organizzativi di business” (MOB).
 
Nelle intenzioni dell’Esecutivo c’è però l’eliminazione di un buon numero di studi di settore, che saranno soppiantati da altri strumenti, come la fatturazione elettronica, in grado di ridurre maggiormente il rischio di evasione. Questo perché, come sottolineato da Rossella Orlandi, anche senza studi di settore ci saranno sempre delle possibilità di controllo, che però verranno semplificate.
 

Partite Iva: le novità del Jobs Act degli autonomi

Novità per i liberi professionisti arriveranno anche dallo Statuto dei lavoratori autonomi (Jobs Act degli Autonomi) che introdurrà la totale deducibilità (nel limite di 10 mila euro all’anno) per spese di iscrizione a master e corsi di formazione o aggiornamento professionale.
 
Saranno inoltre totalmente deducibili, nel limite di 5 mila euro all’anno, le spese per i servizi di certificazione delle competenze, orientamento, ricerca e sostegno all’autoimprenditorialità erogati da organismi accreditati e utili per trovare sbocchi occupazionali.
 
Il Jobs Act degli Autonomi introdurrà anche maggiori tutele contro i ritardi nei pagamenti: saranno considerate abusive le clausole contrattuali con cui le parti concordano tempi di pagamento superiori a sessanta giorni dal momento in cui il committente riceve la fattura.

Infine saranno attivate maggiori tutele nel caso di malattie, anche gravi, e maternità.  

“Il ddl sul Lavoro Autonomo presentato dal Governo rappresenta un passo avanti perché per la prima volta la politica redige un documento organico sul lavoro autonomo, introducendo alcune tutele e riconoscendolo come uno dei pilastri importanti del sistema economico italiano”.
 
Così l’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma (OAR) sullo Statuto dei Lavoratori Autonomirecentemente approvato dal Consiglio dei Ministri.
 
“Nel complesso - prosegue la nota - l’OAR ritiene quindi positivo l’interessamento da parte del Governo al mondo del lavoro autonomo. Tuttavia sono risultano evidenti alcune gravi mancanze nel testo presentato: senza opportuni correttivi questo provvedimento rischia di incidere ben poco nella vita professionale e personale dei lavoratori autonomi e in particolare dei professionisti iscritti agli Albi, che rappresentano una parte preponderante del lavoro autonomo”.
 
Quindi, il Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma chiede al Governo Renzi una necessaria e urgente revisione del testo.
 
“Il principale problema dei lavoratori autonomi - spiegano gli architetti romani - è il diritto a contrattare una prestazione compensata equamente e il ddl non prevede, per i mancati pagamenti, la possibilità di ricorrere al rito del lavoro”.
 
“Crediamo sia giunto - si legge ancora nella nota - il momento di affrontare il tema del compenso equo per il lavoro professionale: le tariffe professionali, eliminate nella rincorsa al modello liberista, costituivano l’affermazione di questo principio e, pur non rappresentando un sistema perfetto, dobbiamo chiederci come regolamentare un mondo del lavoro in cui, all’architetto conredditi medi di 17.000 euro lordi annui, si arriva a chiedere prestazioni di altissimo livello per pochi euro l’ora”.
 
Inoltre, “limitare molte delle norme del ddl ai soli professionisti iscritti alla Gestione separata INPS limita e depotenzia un testo che potrebbe avere ben altro rilievo e valore qualora parlasse della libera professione in tutte le sue accezioni”.
 
“Pur preservando l’autonomia statutaria e regolamentare delle Casse Professionali, va ribadito con forza che alcuni diritti fondamentali, come quello alla salute e al concepimento,  appartengono al lavoratore in quanto tale e non perché iscritto o meno a un certo istituto di previdenza: per questochiediamo al Governo, ma anche a Inarcassa - si legge in conclusione - di aprire il dibattito in merito alla possibilità di considerare le tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori Autonomi come diritti minimi a cui i diversi istituti di previdenza si adeguano.

Un terzo degli ingegneri liberi professionisti non ha un'assicurazione professionale perché non ne riconoscerne l’utilità’ e la trova troppo costosa.
 
E' quanto emerge da un'indagine del Centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI), che ha coinvolto 7.242 ingegneri iscritti all’Albo (in particolare ingegneri che svolgono la libera professione in via esclusiva, dipendenti e dipendenti che svolgono anche la libera professione) per comprendere meglio la posizione dei professionisti italiani di fronteall’obbligo dell’assicurazione professionale.
 

Obbligo di assicurazione professionale

Dal mese di agosto 2013 la sottoscrizione di una polizza per responsabilità civile professionale è un obbligo di legge per una percentuale rilevante di professionisti iscritti ad un Albo. Per quanto riguarda gli ingegneri, l’obbligo riguarda oltre 100mila iscritti che esercitano la libera professione full-time o associata ad un lavoro dipendente.
 
L’assicurazione professionale è uno strumento di tutela da rischi legati all’attività lavorativa ma, secondo la ricerca del Centro Studi CNI, vienepercepito come uno dei tanti oneri eccessivi da sostenere, con scarsi ritorni in termini di utilità.
 
Tale percezione è particolarmente rilevante tra i professionisti più giovani, caratterizzati da livelli di fatturato piuttosto contenuti e sui quali sembranogravare costi incomprimibili sempre più consistenti.
 

Assicurazione professionale: le criticità

I risultati della ricerca del Centro Studi CNI fanno emergere un quadro con diverse criticità; per prima cosa è molto elevata la percentuale di liberi professionisti (circa un terzo) che non è in regola con l’obbligo di stipulare una polizza RC.
 
Inoltre risulta molto basso il livello di conoscenza delle polizze e, comunque, l’interesse si concentra essenzialmente sul prezzo, elemento sul quale si concentra anche gran parte dell’insoddisfazione.
 
Il Presidente del CNI, Armando Zambrano, ha dichiarato a tal proposito: “L’indagine del nostro Centro Studi dimostra come persista un diffuso atteggiamento di resistenza all’assicurazione. Gli ingegneri lamentano soprattutto gli alti costi delle polizze e l’obbligo alla loro sottoscrizione è percepito come l’ennesimo balzello che grava sui liberi professionisti, già alle prese con una situazione di mercato senza precedenti”.
 
“Preoccupa che circa un terzo interpellati abbia dichiarato di essere privo di polizza. Sono elementi che il nostro Consiglio Nazionale dovrà tenere in seria considerazione nell’ottica della promozione di una polizza di tipo collettivo, destinata specificatamente agli ingegneri iscritti all’Albo” ha concluso Zambrano.
 
Il Presidente del Centro Studi CNI, Luigi Ronsivalle, ha commentato: “Gli ingegneri liberi professionisti hanno un approccio problematico con l’assicurazione causata soprattutto da una scarsa propensione a conoscere e approfondire il contenuto e il meccanismo di funzionamento delle polizze e del loro costo, considerato mediamente elevato. Stentano a riconoscerne l’utilità e in molti casi appaiono quasi insofferenti all’obbligo imposto per legge. Probabilmente si sentirebbero rassicurati se la scelta a monte delle migliori condizioni contrattuali fosse fatta da un loro fiduciario completamente disinteressato all’aspetto economico”.
 
“Una polizza collettiva contratta dal CNI”, prosegue Ronsivalle, “offrirebbe alcune importanti garanzie: le migliori condizioni base di una polizza all risks; un prezzo della polizza base decisamente inferiore rispetto a tutti quelli attualmente sul mercato; la scelta di un broker ai massimi livelli di affidabilità; garanzie sulla riassicurazione, a condizioni prestabilite e non eccessivamente onerose”.
 
“La polizza base, dunque, avrebbe lo scopo fondamentale di garantire una copertura di buon livello per tutti che, ad un prezzo molto contenuto, consentirebbe di assolvere ad un obbligo di legge anche a quei professionisti che, stando al rilevamento effettuato dal Centro Studi, non sono attualmente in regola” ha concluso Ronsivalle.

L’OICE, l’Associazione delle società di ingegneria e di architettura aderente a Confindustria, al fine di facilitare l’operato delle stazioni appaltanti e per offrire agli operatori del settore un supporto operativo utilizzabile nei rapporti con la committenza, ha messo a disposizione sul proprio sito www.oice.it un format che consente ai committenti di attestare lo svolgimento di servizi di ingegneria e architettura.
 
Il format potrà essere utilizzato indipendentemente dal periodo in cui i servizi sono stati svolti e, quindi, dalla denominazione attribuita, in base alla tariffa professionale vigente al momento dell’affidamento e delle svolgimento (art. 14 della Legge 143/1949 o tavola Z-1 del DM 143/2013), alla destinazione funzionale dei lavori cui si riferiscono i servizi. Tale modello può essere utile anche alla “conversione” di precedenti attestati predisposti soltanto sulla base delle classi e categorie di cui all’articolo 14 della legge 143/1949.

L’attestazione dello svolgimento di servizi di ingegneria e architettura rappresenta un elemento di particolare importanza all’interno dei mezzi di prova del possesso dei requisiti necessari per la partecipazione alle procedure di affidamento di servizi di ingegneria e architettura, così come oggi vengono richiesti in base all’articolo 263 del Dpr 207/2010.

Il modello è stato preparato in base alla normativa vigente (Codice dei contratti pubblici e Regolamento attuativo) e riguarda tutte le prestazioni di servizi di ingegneria e architettura come classificate nella tavola Z-2 del DM 143/2013 e, per la fase di progettazione, prevede anche un’apposita voce per il ruolo che il “giovane professionista” (con meno di cinque anni di abilitazione professionale) ha assunto nell’ambito di un raggruppamento di progettisti ai sensi di quanto previsto dagli articoli 90, comma 7 del codice e 253, comma 5 del vigente regolamento.

In prospettiva dell’evoluzione della normativa e, quindi, dell’emanazione del decreto delegato di attuazione della Legge 11/2016 (delega per la riforma del codice appalti e per il recepimento delle direttive europee), si sottolinea l’importanza per tutti gli operatori economici che acquisiscono servizi di ingegneria e architettura (nel settore pubblico e privato, in Italia e all’estero) di avere aggiornata al DM 143/2013 tutta le certificazione dei servizi svolti, ancorché il suddetto decreto ministeriale preveda nella tavola Z-1 le corrispondenze fra ID.Opere del decreto e le classi e categoria dell’art. 14 della legge 143/49.

Non sono infrequenti infatti i casi in cui siano messe in discussione lecorrispondenze fra le vecchie e le nuove classificazioni.

“L’obiettivo del Jobs Act degli autonomi deve essere l’apertura di nuove partite Iva”. Questa la richiesta avanzata da Emiliana Alessandrucci, presidente del Coordinamento Libere associazioni professionali (Colap) al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini.
 
Secondo la presidente Alessandrucci, il testo approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri rispecchia l’attenzione del Governo al tema del lavoro autonomo, ma potrebbe essere migliorato per incidere sull’occupabilità e sul Pil.
 
Le nuove norme, sottolinea Emiliana Alessandrucci, oltre ad incentivare l’apertura di nuove Partite Iva dovrebbero infatti spingere i privati a ricorrere ai servizi professionali.
 
Se da una parte, afferma il presidente del Colap, la maggiore diffusione delle tutele, come l’indennità di maternità senza astensione e le malattie lunghe, è un atto di giustizia ed equità che andava fatto, dall’altra ci sono degli aspetti da rivedere.
 
Secondo Emiliana Alessandrucci per i professionisti bisognerebbe studiaremisure ad hoc e non semplicemente trasferire i provvedimenti applicati ai lavoratori dipendenti, che avrebbero scarsa efficacia.
 
Passando a degli esempi concreti, la presidente Alessandrucci fa notare che se la deducibilità al 100% dei costi di formazione è una notizia positiva, bisogna stare attenti ai “fatturifici”, cioè costi alti della formazione e fatture gonfiate, che rischiano di diventare strumenti di evasione per i professionisti con redditi alti.
 
In questo panorama il Colap ha annunciato la presentazione di undocumento sulla competitività con deducibilità per il cittadino dei costi dei servizi professionali, accessi agevolati alla professione con aliquote previdenziali ridotte, aliquote sostenibili nel presente e nel futuro, fisco equo e sostenibile, sinergie tra associazioni e centri per l’impiego, ruolo delle associazioni nei processi formali di individuazione e validazione delle competenze.
 
Anche Calogero Lo Castro, Presidente di Confedertecnica, ha segnalato alcuni punti da rivedere. Primo fra tutti il pagamento dell’assicurazione per garantirsi la parcella. “Riteniamo assurdo - lamenta Lo Castro -  il ricorso incentivato alle assicurazioni private per ottenere il pagamento della parcella dovuta. Ma in quale paese al mondo, tra quelli che conoscono la civiltà giuridica, lo Stato ammette che non essendovi la necessaria correttezza nei pagamenti, l'unica speranza per essere saldati del dovuto è quella di rivolgersi ad un assicuratore privato, versandogli un premio?” 
 
Sotto accusa anche la formazione obbligatoria. "Non si può risolvere il problema fissando l'obbligo e lasciando ai singoli di barcamenarsi tra i tanti corsi a pagamento e dalla dubbia efficacia" sostiene il presidente di Confedertecnica.

Confedertecnica ha quindi chiesto un incontro con il Governo per esporre le necessità delle Partite Iva "cui lo Stato è bravissimo a chiedere le tasse più alte d'Europa e altrettanto abile nel negarsi, quando occorre un dialogo".
 
Un appello simile è arrivato nei giorni scorsi da Fondazione Inarcassa, che ha chiesto di introdurre nello Statuto degli autonomi il riconoscimento dell’equo compenso e procedure semplificate per la messa in mora dei clienti che non pagano.
 

I destinatari dello Statuto degli autonomi

Tra le richieste di modifica che si stanno registrando, si fa largo anche il dubbio sulla platea di soggetti cui lo Statuto dei lavoratori autonomi è rivolto. Alcune associazioni professionali, come Confedertecnica e Cgia Mestre, sostengono che sia rivolto solo agli iscritti alla gestione separata dell’Inps e non ai professionisti iscritti agli Ordini, che versano i contributi alle casse di categoria.
 
In realtà, come rilevato anche da Acta, l’associazione del freelance, il provvedimento coinvolge tutti i lavoratori autonomi, così come individuati nel Titolo III del Libro V del Codice Civile. Quindi tutti coloro che svolgono un’opera o un servizio con lavoro proprio, senza nessun vincolo di subordinazione. Professioni ordinistiche comprese.

Drastica riduzione della burocrazia, meno discrezionalità nella valutazione delle gare pubbliche, stop al doppio lavoro per i dipendenti pubblici, ampliamento della platea dei soggetti che partecipano alle gare di servizi di architettura e di ingegneria.
 
E ancora: incentivi per le aggregazioni professionali, onorari decorosi per i Consulenti tecnici d’ufficio, tagliando alla riforma delle professioni, rigenerazione ‘smart’ degli edifici pubblici e privati.
 
Sono gli otto punti che Inarsind, il sindacato nazionale di ingegneri e architetti, indica in una lettera aperta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per “rafforzare le libere professioni e spingere il Paese sulla strada della crescita economica e sociale accompagnati da alcune perplessità sul recente Job act per il lavoro autonomo”.
 
Nella lettera Inarsind ricorda che “un libero professionista su quattro vive sotto il livello di povertà e, addirittura, se è un tecnico laureato la situazione si aggrava dato che nel 2014 oltre il 40% degli architetti e degli ingegneri hanno avuto un reddito inferiore a 10.000 euro l’anno”.
 
Rispetto al passato - spiega Inarsid -, il Governo Renzi rappresenta “un’inversione di tendenza”, che solo da recente ha saputo mostrare un “effettivo interesse verso le libere professioni”, sottolinea Inarsind, citando la Legge di Stabilità 2016 che, per la prima volta, prevede l’accesso ai fondi strutturali europei anche per i liberi professionisti, ladelega sui lavori pubblici, in cui trovano finalmente riscontro alcuni punti su cui Inarsind si è battuta per anni, come l’eliminazione dell’incentivo del due per cento per i progettisti interni alla P.A., e il Jobs Act per il lavoro autonomo.
 
Su quest’ultimo provvedimento - continua Inarsind - “dobbiamo rilevare che, se da un lato lo riteniamo un atto di ‘civiltà’, in quanto estende alcuni ‘normali’ diritti del lavoro anche alle partite IVA e consente l’integrale deducibilità dei costi di formazione (per altro obbligatoria), dall’altro restiamo contrari al meccanismo di assicurazione dei crediti visto che il professionista, oltre al proprio lavoro, sarebbe costretto ad anticipare anche le spese legali ed il costo dell’ennesima assicurazione per recuperare quanto gli è dovuto”.
 
Si tratta di provvedimenti che vanno certamente nella giusta direzione, ma se l’obiettivo dichiarato è quello di “ridare fiato al grande patrimonio di capacità tecniche e conoscenze che rappresentano le libere professioni”, occorre rimuovere “i vincoli strutturali che bloccano i professionisti, ancor più della stessa congiuntura economica”.
 
“Siamo certi - prosegue la lettera - che Lei comprenda come le libere professioni rappresentino una risorsa e non un problema per il Paese: una forza vitale capace di produrre il 15% del PIL e occupazione diretta e/o indiretta per oltre 4 milioni di addetti; ma anche un potenziale di innovazione e di sviluppo inespresso a causa di alcuni vincoli strutturali che le bloccano più della stessa congiuntura economica.
 
Nella lettera aperta di Inarsind, indirizzata al presidente del Consiglio e ai ministri della Giustizia, delle infrastrutture, della Semplificazione, dello Sviluppo economico e del Lavoro, il sindacato nazionale degli ingegneri e architetti non chiede bonus o leggi protettive, ma reclama “una concorrenza leale” e non “drogata” da chi già svolge un lavoro presso la pubblica amministrazione o dai docenti di ogni ordine e grado, che sottraggono ampie fette di mercato ai liberi professionisti e ne impediscono l’accesso a migliaia di giovani.

Obbligatorie 40 ore di aggiornamento, pena la sospensione e l’annullamento degli atti sottoscritti

Per rimanere nella lista dei professionisti antincendio è necessario aver conseguito 40 ore di aggiornamento obbligatorio, pena la sospensione dagli elenchi.
 
A chiarirlo il Consiglio Nazionale Ingegneri (CNI) in una circolare in cui esplicita i requisiti per rimanere nell’elenco dei professionisti antincendio, secondo quanto stabilito dal Ministero dell’Interno.
 

Antincendio: come rimanere nell’elenco dei professionisti

Il CNI ha ricordato che, come stabilito dal DM 5 agosto 2011 il 26 agosto 2016 terminerà il primo “quinquennio di riferimento” per coloro che erano già iscritti negli elenchi alla data di entrata in vigore del DM 5 agosto 2011.

Dopo tale scadenza, per gli iscritti agli elenchi che avranno maturato le 40 ore di aggiornamento obbligatorio decorrerà un nuovo quinquennio.
 
Viceversa gli iscritti che non avranno completato l’aggiornamento obbligatorio saranno temporaneamente sospesi dagli elenchi del Ministero dell’Interno con l’interdizione all’esercizio delle prestazioni riservate ai professionisti antincendio, pena la segnalazione al consiglio di disciplina territoriale per esercizio abusivo della professione.
 
Gli Ingegneri specificano che gli atti emessi e sottoscritti da professionisti antincendio in regime di sospensione sono nulli. 
 
Il professionista sospeso però sarà reintegrato negli elenchi a seguito delcompletamento delle 40 ore di aggiornamento obbligatorio. Completato l’aggiornamento l’Ordine provinciale provvederà a ripristinare l’iscrizione del professionista negli elenchi e da quella data inizierà un nuovo quinquennio di riferimento, indipendentemente dalla durata del periodo di sospensione.
 

Antincendio: collaborazione tra CNI e Vigili del Fuoco

Il CNI ha fatto sapere che sta collaborando con la Direzione centrale dei Vigili del Fuoco per garantire prossimamente ai professionisti antincendio l’accessibilità diretta all’anagrafe dei crediti formativi tramite il portale Mying, e non solo tramite le segreterie degli Ordini provinciali.
 
Gli Ingegneri inoltre hanno esortato gli Ordini a proseguire “in maniera incessante”nell’attività formativa valida per l’aggiornamento dei professionisti sulle norme antincendio.

 

In un’interrogazione si chiede di garantire corsi gratuiti minimi e maggiore uniformità di regole negli ordini territoriali

Sorpassare la ‘sterile logica di accumulo casuale di crediti’, garantendo sia un’offerta formativa uniforme e gratuita, soprattutto per i neo laureati e per i professionisti a basso reddito, che uniformità di giudizio tra consigli di disciplina sul territorio nazionale.
 
Queste le richieste avanzate dai senatori del Movimento 5 Stelle in un’interrogazione depositata il 26 gennaio 2016 e indirizzata al Ministro della Giustizia.
 

Formazione continua: le criticità per il conseguimento dei CFP

Secondo i senatori del M5S la norma che introduce l’obbligo di formazione continuanon tiene conto della condizione economica in cui versano i professionisti (secondol’Adepp con redditi sempre più bassi) in quanto non è prevista un’equa suddivisione tra corsi gratuiti e a pagamento.  
 
Per gli interroganti sarebbe opportuno prevedere un bilanciamento tra seminari e corsi gratuiti a fronte della quasi esclusiva offerta formativa privata, per garantire unamaggiore accessibilità a neo laureati e professionisti a basso reddito.
 
I senatori fanno anche notare al Ministro della Giustizia che la norma vigente non preveda nulla sul piano didattico: non sono ipotizzati eventuali "piani di studio" annuali o pluriennali, o qualsiasi altro strumento che possa valorizzare l'esperienza formativa sotto il profilo della coerenza e sensatezza del percorso didattico vero e proprio, conseguendo i CFP in “una sterile logica di accumulo casuale di crediti”.
 
Perciò chiedono al Ministro di integrare la normativa sulla formazione obbligatoria per gli ingegneri, obbligando gli ordini territoriali a garantire l'apprendimento "non formale" gratuito in misura proporzionale all'offerta formativa di natura privata autorizzata nel medesimo territorio.
 
E più in generale chiedono di migliorare il sistema formativo vigente per renderloun'opportunità che i professionisti in difficoltà economica, neolaureati e laureandi possano cogliere, e non un complicato obbligo da ottemperare.
 

Formazione continua ingegneri: la discrezionalità delle norme

Analizzando il regolamento relativo alla formazione continua degli ingegneri i senatori hanno segnalato la discrezionalità dei consigli di disciplina territoriali nel valutare gliiscritti all'albo che non abbiano maturato la soglia minima dei 30 CFP annuali, senza alcuna certezza circa la formulazione delle relative sanzioni.
 
Inoltre hanno messo in evidenza l'arbitrarietà con la quale vengono attribuiti i CFP a corsi o seminari formativi. Manca infatti una norma chiara e uniforme a cui gli ordini territoriali devono attenersi per il riconoscimento di crediti associati a corsi o seminari formativi, affinché sia garantita omogeneità della qualità dell'offerta formativa sull'intero territorio nazionale e non vi sia alcuna disparità di trattamento nei confronti di alcuna società o ente richiedenti certificazione.
 
Per supportare le proprie tesi i senatori fanno riferimento alla sentenza della causa C-1/12 emanata dalla Corte di giustizia Europea, la quale ha stabilito che un ordine professionale non può imporre ai propri membri un sistema di formazione obbligatoria che elimina parzialmente la concorrenza e stabilisce condizioni discriminatorie a danno dei suoi concorrenti, poiché la restrizione della concorrenza è vietata dal diritto dell'Unione.
 
Per questo i senatori hanno chiesto di adottare delle misure per garantire maggiore uniformità sul territorio nazionale per quanto riguarda la certificazione a scopo formativo di enti e società a cui devono attenersi gli ordini territoriali nazionali nell'ambito dei crediti formativi professionali.
 
In più hanno chiesto uniformità di giudizio tra consigli di disciplina facenti capo ad ordini territoriali differenti nel caso in cui un iscritto compia un atto professionale senza essere in possesso del numero previsto di 30 CFP.
 

Formazione e lavoro: un nuovo ruolo per ordini territoriali

Secondo i 5 Stelle sarebbe auspicabile un ruolo diverso degli ordini e dei consigli nazionali, verso un'integrazione tra formazione e occupazione, in particolare dei giovani iscritti, attraverso opportunità di tirocini formativi tra mondo del lavoro e professioni, inclusi rapporti con pubblica amministrazione (genio civile, uffici tecnici, eccetera) e imprese private locali, con l’attivazione di protocolli di intesa.
 
Secondo i senatori infatti l’ordine professionale dovrebbe essere incline alla "formazione per il lavoro" e non al "lavoro di formazione".
 
Gli interroganti infatti chiedono una revisione del regolamento degli ingegneri che, nell'art. 13 recita: "Il presente regolamento può essere soggetto a revisione trascorso un periodo di tre anni dalla sua entrata in vigore", evidenziando che ci sono gli adeguati margini temporali per un migliore aggiornamento della normativa.

 

Completa deducibilità dei corsi di formazione fino a 10 mila euro, pagamenti entro 60 giorni e maggiori tutele per malattia e maternità

Deducibilità totale dei corsi di formazione e di aggiornamento professionale, tutela contro i ritardi nei pagamenti e in caso di malattia, misure per agevolare l’accesso al mercato degli appalti pubblici.
 
Sono le basi su cui poggia lo Statuto dei lavoratori autonomi che, come annunciato dal sottosegretario al Ministero dell'Economia e delle Finanze, Enrico Zanetti, sta per essere licenziato dal Consiglio dei Ministri. Il disegno di legge sarà collegato alla Legge di Stabilità per il 2016.
 

Statuto lavoratori autonomi: formazione e aggiornamento professionale

Le spese per l’iscrizione a master e corsi di formazione o aggiornamento professionale, nonché quelle per la partecipazione a convegni e congressi, saranno integralmente deducibili nel limite di 10 mila euro all’anno.
 
Saranno totalmente deducibili, nel limite di 5 mila euro all’anno, le spese per i servizi di certificazione delle competenze, orientamento, ricerca e sostegno all’autoimprenditorialità erogati da organismi accreditati e utili per trovare sbocchi occupazionali.
 
Saranno infine completamente deducibili gli oneri per l’assicurazione contro i mancati pagamenti.
 

Tempi di pagamento nello Statuto degli autonomi

Saranno considerate abusive le clausole contrattuali con cui le parti concordano tempi di pagamento superiori a sessanta giorni dal momento in cui il committente riceve la fattura. Il committente non potrà inoltre modificare in modo unilaterale le condizioni contrattuali o recedere dal contratto senza un congruo preavviso. In tutti questi casi, il professionista avrà diritto al risarcimento dei danni.
 

Statuto dei lavoratori autonomi e malattia grave

In caso di malattia o infortunio che impediscano lo svolgimento dell’attività lavorativa per un periodo superiore a sessanta giorni, sarà sospeso il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi per tutta la durata della malattia o dell’infortunio.
 
I periodi di malattia certificata conseguenti alle terapie per malattie oncologiche saranno equiparati alla degenza ospedaliera.
 

Congedi parentali e maternità per i lavoratori autonomi

I professionisti, genitori di bambini nati a partire dal 1° gennaio 2016, potranno usufruire di un congedo parentale della durata di sei mesi entro i primi tre anni di vita del bambino.
 
Le lavoratrici iscritte alla Gestione Separata dell’Inps avranno diritto all’assegno di maternità indipendentemente dalla reale astensione dal lavoro. La loro situazione verrà quindi uniformata alle professioniste iscritte ad altre casse di previdenza di categoria, che corrispondono l’indennità di maternità anche se la lavoratrice emette delle fatture nei mesi in cui potrebbe astenersi dal lavoro.
 

Statuto autonomi e appalti pubblici

I centri per l’impiego dovranno dotarsi di sportelli dedicati al lavoro autonomo attraverso i quali le Pubbliche Amministrazioni potranno promuovere la partecipazione dei lavoratori autonomi agli appalti pubblici. Irequisiti e le procedure previste dai bandi saranno adattati con questo obiettivo.
 
Nell’accesso ai piani operativi regionali (POR) e nazionali finanziati da fondi strutturali europei, i professionisti saranno equiparati alle piccole e medie imprese. 

Lanciata la protesta #NonCiGarba: a rischio la deducibilità totale dei costi di formazione. Confronto aperto su tempi di pagamento e esenzioni per malattia grave

Potrebbero essere ridimensionate le misure contenute nel Jobs Act degli autonomi. È la denuncia lanciata con l’hashtag #NonCiGarba dall’associazione dei freelance Acta in rete insieme ad Alta Partecipazione, Confassociazioni e Confprofessioni.
 
La totale deducibilità delle spese per la formazione e l’aggiornamento professionale, la tutela in caso di malattia grave, gli strumenti per difendersi dai ritardi nei pagamenti delle parcelle e l’aumento del periodo di congedo parentale sono alcuni dei cardini su cui poggia lo statuto dei lavoratori autonomi.
 
Rispetto al testo circolato ad ottobre, potrebbero essere inserite delle condizioni che limiterebbero la portata di alcune misure.
 

Jobs Act autonomi, formazione e aggiornamento professionale

Il testo circolato a ottobre prevede l’integrale deducibilità delle spese per la formazione e l’aggiornamento professionale fino a un massimo di 10 mila euro annui.
 
Le associazioni lamentano però che in una nuova versione sia stato inserito il vincolo dell’accreditamento. Questo significa che i professionisti potranno dedurre solo i costi dei corsi erogati da organismi ed enti accreditati. Secondo le associazioni si tratta di un vincolo inaccettabile dato che è il lavoratore a pagare i corsi e che dovrebbe quindi poter scegliere quelli in grado di garantirgli i migliori sbocchi occupazionali.
 

Tempi di pagamento nello Statuto degli autonomi

La bozza estende ai lavoratori autonomi le tutele contro i ritardi nei pagamenti. Anche in questo caso le associazioni denunciano che, rispetto alla versione iniziale, si sia passati da 60 a 90 giorni per considerare il ritardo un abuso. Al momento il confronto è aperto, ma il Governo potrebbe confermare il limite a 60 giorni.
 
Nei giorni scorsi, un comunicato congiunto diramato dalle associazioni, scriveva infatti “esiste una legge che fissa a 30 giorni il tempo massimo per il saldo delle fatture. È sempre stata ignorata e ciò che ci attendiamo dallo Statuto è che finalmente sia operativo un limite e che impedisca accordi diversi”.
 

Jobs Act autonomi e tutela per malattia grave

Il testo prevede la sospensione degli obblighi previdenziali e fiscali durante il periodo della malattia, per un massimo di venti mesi. A detta delle associazioni, rispetto alla versione iniziale potrebbe essere cancellata la possibilità di equiparare alla degenza ospedaliera i periodi di malattia certificata conseguenti al trattamento di malattie oncologiche. Anche su questo punto il confronto è in atto e Palazzo Chigi potrebbe confermare la copertura delle terapie oncologiche. 
 

Congedi parentali nel Jobs Act autonomi

Potranno usufruire dei congedi parentali anche i padri lavoratori autonomi. Il periodo di congedo passerà dagli attuali tre mesi entro il primo anni di vita asei mesi, anche non consecutivi, nei primi tre anni di vita del bambino.
 

Le altre tutele dello Statuto dei lavoratori

Il Jobs Act degli autonomi contiene anche misure per difendere le invenzionisviluppate dal lavoratore autonomi nell’esercizio della sua attività.
 
L’ Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) sarà coinvolta nella riorganizzazione dei centri per l’impiego, dove saranno istituiti sportelli unici territoriali dedicati ai lavoratori autonomi.
 
Le amministrazioni dovranno promuovere la partecipazione dei lavoratori autonomi agli appalti pubblici.
 
La no tax-area includerà i lavoratori autonomi da 4.800 a 8 mila euro, ricalcando i livelli dei lavoratori dipendenti. Saranno poi agevolati progressivamente gli autonomi nella fascia da 8 mila a 20 mila euro di reddito lordo, con risparmi di imposta stimati tra i 600 e gli 800 euro annui.

Cassazione: nessuna esenzione per chi utilizza beni oltre il minimo indispensabile e si avvale di collaboratori in modo stabile

I professionisti devono pagare l’Irap solo quando la sua attività è organizzata in forma autonoma. Lo ha chiarito la Cassazione, che con la sentenza 573/2016 ha spiegato anche che gli ammortamenti per i beni strumentali non sono sufficienti a provare l’autonoma organizzazione.
 
La Cassazione ha spiegato che il requisito dell'autonoma organizzazionedeve essere accertato caso per caso dal giudice e ricorre quando il professionista è responsabile dell'organizzazione e non inserito in strutture organizzative riferibili ad altri. Ma non solo, perché il professionista deve anche utilizzare beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività o avvalersi di collaboratori in modo non occasionale.
 
Quando ricorrono questi presupposti, il professionista deve pagare l’imposta regionale sulle attività produttive (Irap).
 
Per spiegare meglio il caso, i giudici hanno affermato che deve pagare l’Irap chi si avvale di una struttura organizzata in un complesso di fattori che per numero, importanza e valore economico generano un valore aggiunto rispetto all’attività intellettuale supportata solo da strumenti indispensabili.
 
La Cassazione ha concluso spiegando che la presenza di ammortamenti per l’acquisto di beni strumentali di elevato valore non prova da sola l’esistenza dell’autonoma organizzazione. Se, si legge nella sentenza, il capitale investito è funzionale solo allo svolgimento dell’attività professionale e non costituisce un fattore produttivo di reddito, il professionista non deve pagare l’Irap.
 
Nel caso esaminato, un professionista aveva versato l’Irap, ma aveva successivamente chiesto il rimborso. L’Agenzia delle Entrate aveva respinto la richiesta, ma nei vari gradi di giudizio è stata riconosciuta al professionista la restituzione delle somme.

Ddl Concorrenza: proposto calcolo dell’onorario in base al valore di stima dell’immobile e liquidazione entro un anno dalla perizia

Potrebbero migliorare le condizioni per il calcolo dei compensi dei consulenti tecnici d’ufficio (CTU) chiamati dai giudici a stimare il valore degli immobili. Un emendamento al disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza, oggi all’esame della Commissione Industria del Senato, tenta di rispondere alle richieste e alle critiche avanzate dai professionisti.
 
Al centro della contesa ci sono le modalità con cui calcolare il compenso dei CTU, sulla base del prezzo di vendita o del valore di stima dell’immobile, ma anche i tempi di pagamento, che secondo le attuali norme potrebbero dilatarsi troppo.
 

Compensi dei CTU, come potrebbero cambiare

In base all’emendamento presentato (47.0.11), il compenso dei CTU verrebbe calcolato sul prezzo di vendita dell’immobile solo a condizione che questo non si discosti di oltre il 35% rispetto al valore di stima e che la vendita avvenga entro dodici mesi dal deposito della perizia.
 
In tutti gli altri casi, il compenso sarebbe invece liquidato in riferimento alvalore di stima dell’immobile.
 
Prima della vendita potrebbero inoltre essere erogati acconti fino al 50% del compenso calcolato sulla base del valore di stima, fatti salvi i rimborsi delle spese per prestazioni tecniche accessorie svolte ai fini dell’espletamento dell’incarico.
 

CTU, come funziona la determinazione dei compensi

La Legge 132/2015 prevede che al momento dell’esproprio, il giudice determini il valore dell’immobile in base al valore di mercato e agli elementi forniti dal tecnico nominato. Il tecnico calcola la superficie, il valore per metro quadro in base alle diverse destinazioni, eventuali riduzioni del valore per la presenza di difetti o di oneri e vincoli gravanti sull’immobile.
 
Anche il compenso del tecnico è determinato dal giudice o dall’ufficiale giudiziario, ed è calcolato sulla base del prezzo ricavato dalla vendita dell’immobile.
 
Questo significa, hanno lamentato i professionisti, che dal momento della stima possono passare anche molti anni prima che il bene sia effettivamente venduto. Ma non solo, perché gli immobili spesso vengono venduti a cifre più basse rispetto a quelle stimate e i periti potrebbero essere costretti a restituire una parte del compenso ricevuto a titolo di acconto.
 
Se l’emendamento dovesse essere approvato, i professionisti potrebbero tirare un respiro di sollievo perché a distanza di un anno dalla perizia verrebbe loro garantito un compenso, anche se più basso rispetto alle aspettative iniziali. 

Cassazione: il cliente può recedere prima della scadenza a patto che il regolamento negoziale non escluda tale possibilità

Nei contratti stipulati con i professionisti il cliente può recedere dal contratto prima della scadenza, a patto che il regolamento negoziale, il documento in cui vengono esplicitati gli accordi tra le parti, non escluda tale possibilità.
 
A spiegarlo la sentenza della Cassazione 469/2016 che ha respinto il ricorso di un medico che richiedeva un risarcimento dal cliente per aver interrotto il loro rapporto contrattuale di consulenza prima della scadenza stabilita.
 
Secondo i giudici, infatti, “la previsione di un termine di durata del rapporto non esclude di per sé la facoltà di recesso ad nutum previsto a favore del cliente dal primo comma dell’art. 2237 cod. civ”.
 
Per escludere la possibilità di recesso anticipato è necessario, secondo la Cassazione, che nel “regolamento negoziale le parti abbiano inteso o meno vincolarsi in modo da escludere la possibilità di scioglimento del contratto prima della scadenza pattuita”. 

Tra le novità: accesso ai bandi pubblici, detrazione delle spese per la formazione e maggiori certezze per i pagamenti

Maggiori tutele per professionisti e lavoratori autonomi, accesso ai bandi pubblici, detrazione delle spese di formazione e nuove misure per evitare la disparità di peso contrattuale tra committente e lavoratore autonomo.
 
Queste alcune misure contenute nella bozza del collegato alla Legge di Stabilità 2016 che intende riordinare il lavoro autonomo (noto anche comeJobs Act degli autonomi)  e che sarà presentato dal Governo entro fine gennaio, come riportato da Confprofessioni, soggetto coinvolto nella stesura del testo. 
 

Jobs Act degli autonomile novità per le Partite Iva

Il provvedimento conferma l’intento della Legge di Stabilità per il 2016 diaprire le porte dei bandi pubblici, sino ad oggi riservati esclusivamente alle aziende, anche ad autonomi e professionisti.
 
Di conseguenza i professionisti potranno partecipare ai bandi pubblici indetti dalle varie amministrazioni senza l’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio o l’affiliazione ad una società.  
 
La norma renderà possibile detrarre il 100% delle spese sostenute per l'aggiornamento professionale, come corsi obbligatori, master e spese di iscrizione a convegni e congressi, fino a 10 mila euro l’anno.  
 
Anche le spe­se sostenute per servizi personalizzati di certificazione di competenze, orientamento, ricerca, addestramento, sostegno all'auto­imprenditorialità, formazione o riqualificazione professiona­le erogati da organismi accreditati saranno deducibili interamente dal reddito entro il limite annuo di 5 mila euro.
 
Inoltre i liberi professionisti e lavoratori autonomi potranno stipulare polizze assicurative, il cui costo sarà totalmente detraibile, per "recuperare" il mancato pagamento delle proprie parcelle.
 
Il provvedimento prevede anche una stretta contro la disparità di peso contrattuale tra committente e lavoratore autonomo, frenando clausole vessatorie e abusive a danno del professionista.
 
Ad esempio, sarà vietata la rescissione senza preavviso e unilaterale dei contratti senza un adeguato risarcimento; sarà considerato illecito un patto che riservi al solo committente la facoltà di modificare le condizioni del contratto nonché il patto che disponga termini di pagamento superiori ai 60 giorni dalla data di ricevimento da parte del committente della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente.   
 
Previsto anche lo sportello per gli autonomi sul mercato del lavoro, pres­so i centri per l'impiego e gli organismi accreditati, per la raccol­ta delle offerte e domande di lavoro autonomo, per fornire informazioni a professionisti e imprese, per fornire infor­mazioni relative alle proce­dure per l'avvio di attività autonome e per le eventuali trasformazioni, per l'accesso a commesse e appalti pub­blici, nonché sulle opportu­nità di credito e agevolazioni pubbliche nazionali e locali.  
 
Novità anche sul fronte previdenziale: in caso di malattia di gravità tale da impedire lo svolgimento della profes­sione per più di 60 giorni, si prevede lasospensione del versamento degli oneri previdenziali per l'inte­ra durata della malattia fino a un massimo di due anni. 
 
Al termine della malattia, il lavoratore potrà pagare il debito previdenziale relativo al periodo di sospensione in rate mensili nell'arco di un periodo pari a tre volte quello di sospensione.  
 
Un'altra novità concerne l'in­dennità di maternità che diventa di diritto erogabile alla lavoratrice, in­dipendentemente cioè da una effettiva astensione dall'atti­vità di lavoro; basterà una domanda all'Inps per ricevere la liquidazione dell'indennità di maternità.
 
Per il congedo parentale la norma eleva a sei mesi (attualmente sono tre) il periodo di tutela e allunga il periodo di frui­zione (da un anno) fino a tre anni di vita del bambino equiparando di fatto gli autonomi ai lavoratori dipendenti. 
 

Jobs Act degli autonomia chi si applicherà

La norma si applicherà a tutti i rapporti di lavoro autonomo, con esclusione di imprese e piccoli imprendi­tori artigiani e commercianti iscritti alla camera di commercio.
 
Le norme dovrebbero, pertanto, riferirsi agli iscritti agli ordini professionali e a tutti i titolari di Partita Iva senza un proprio albo di ri­ferimento.
 
Alcune delle disposizioni però non potranno riguardare gli iscritti a ordini professionali, come quelle relative alla previdenza, perché ciascun Ordine ha una sua cassa previdenziale che prevede regole specifiche relative anche alla malattia e alla maternità.