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Il direttore dei lavori è responsabile a metà con l’appaltatore per eventuali difetti delle opere di costruzione. Lo ha affermato il Tribunale Ordinario di Perugia con la sentenza 1313/2016.
 
Nel caso preso in esame, un professionista aveva collaborato con un’impresa alla ristrutturazione di un immobile in qualità di direttore dei lavori. Al termine degli interventi, il committente aveva riscontrato dei difetti e aveva chiesto la loro rimozione.
 
Il direttore dei lavori aveva spiegato che l’impresa ad un certo punto del contratto lo aveva estromesso. A suo avviso, per questo motivo non doveva essere considerato responsabile.
 

Difetti di costruzione, la responsabilità del direttore lavori

Di parere opposto i giudici. Il tribunale ha ricordato che “il direttore dei lavori presta, per conto del committente, un'opera professionale in esecuzione di un'obbligazione di mezzi e non di risultati”. Dal momento che lo svolgimento dell’incarico implica l'impiego di peculiari competenze tecniche, i giudici hanno aggiunto che il direttore dei lavori deve utilizzare tutte le sue risorse intellettive ed operative per raggiungere il risultato atteso dal committente.
 
Secondo il principio “diligentia quam in concreto”, si legge nella sentenza del Tribunale di Perugia, tra gli obblighi del direttore dei lavori rientrano l’accertamento della conformità dell’opera al progetto, al capitolato e alle regole della tecnica, ma soprattutto l'adozione di tutti i necessari accorgimenti tecnici volti a garantire la realizzazione dell’opera senza difetti costruttivi.
 
In altre parole, il direttore dei lavori deve sorvegliare su tutte le fasi della realizzazione delle opere, la corrispondenza dei materiali impiegati e l’osservanza delle regole dell’arte. Per questi compiti non è richiesta la presenza continua e giornaliera sul cantiere, ma sono sufficienti visite periodiche e contatti diretti con gli organi tecnici dell'impresa.
 
I giudici hanno spiegato che la responsabilità non viene meno se il direttore dei lavori è statoestromesso dall’impresa. Per non essere considerato responsabile, il professionista avrebbe dovuto comunicare al committente le condizioni che avrebbero potuto determinare la revoca del suo incarico, invece aveva presentato comunque la sua parcella, che poi era risultata “gonfiata”.
 
Il professionista è stato quindi condannato, oltre che alla restituzione delle somme indebitamente percepite, al pagamento del 50% delle spesenecessarie alla riparazione dei difetti dell’opera. Il restante 50% è stato pagato dall’impresa appaltatrice.

Ad un anno dall’introduzione del leasing abitativo emerge la fotografia dei richiedenti: il 50% è al di sotto dei 35 anni e 4 su 10 sono donne.
 
A svelarlo la prima indagine sulla domanda di leasing abitativo svolta dall’Associazione italiana del leasing (Assilea).
 

Leasing immobiliare: l’identikit dei richiedenti 

L’indagine Assilea spiega che 50% dei richiedenti del leasing abitativo per l’acquisto della prima casa rientra nella fascia che ha il massimo delle detrazioni fiscali, cioè è al di sotto dei 35 anni e con reddito complessivo non superiore a 55mila euro.
 
L’altro 50% ha un’età al di sopra dei 35 anni, comunque attratto dalle detrazioni che, seppur dimezzate, sono comunque più convenienti del mutuo.
 
Dall’indagine Assilea risulta anche che 4 richiedenti su 10 sono donne mentre il taglio medio delle operazioni si attesta sui 200 mila euro.
 
Oltre il 55% delle domande proviene dal Nord, con il Nord Est a primeggiare grazie all’Emilia Romagna (14,7% e prima ex-aequo tra le regioni con la Lombardia) e al Veneto (11,9%). Lazio al quarto posto con l’11,3%.
 
Prima Regione del Sud è la Sicilia (sesta assoluta) con il 7%. L’Abruzzo precede, nell’ordine, Puglia, Toscana, Campania e Friuli Venezia Giulia. Pochissime richieste arrivano dalla Basilicata, Molise, Sardegna e Valle d’Aosta tutte e tre ampiamente al di sotto dell’1%.
 

Leasing abitativo: vantaggi fino al 2020

Da gennaio 2016 (e fino al 31 dicembre 2020) chi desidera comprare la prima casa può farlo attraverso il leasing abitativo che prevede sgravi fiscali per i soggetti con un reddito complessivo non superiore a 55 mila euro.
 
I giovani di età inferiore a 35 anni potranno detrarre dalle tasse il 19% dei canoni di locazione finanziaria fino a un massimo di 8.000 euro annui ed il 19% del prezzo di riscatto finale fino a un massimo di 20.000 euro. Per gli over 35 le agevolazioni Irpef si applicheranno in misura ridotta del 50%.
 
Per entrambe le fasce d’età l’imposta di registro è ridotta all’1,5% sull’acquisto dell’abitazione principale da concedere in locazione finanziaria.
 
Inoltre si può usufruire della cumulabilità del Leasing abitativo con altre agevolazioni (IVA al 4%, 50% dell’IVA dovuta sull’acquisto di abitazioni di nuova costruzione ad alto standard energetico, interventi di riqualificazione energetica degli edifici, bonus ristrutturazioni ecc).
 
Infine l'utilizzatore non è tenuto al pagamento nè l’IMU nè la TASI, nel caso in cui fissi la residenza anagrafica e la propria dimora abituale nell'immobile oggetto del contratto di leasing abitativo (sono escluse le abitazioni censite nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9).

È stato fissato per giovedì 2 febbraio il click day per accedere al credito di imposta del 30% sugli interventi di riqualificazione di alberghi e strutture ricettive effettuati nel 2016.
 
Le domande vanno presentate online, complete dell’attestazione delle spese sostenute, sul portale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact).
 
Il legale rappresentante dell’impresa deve registrarsi al portale e compilare l’istanza dalle ore 10:00 del 9 gennaio 2017 alle 16:00 del 27 gennaio 2017.
 
Il click day vero e proprio inizierà alle 10:00 del 2 febbraio e terminerà alle 16:00 del 3 febbraio 2017.
 

Tax credit alberghi

La misura, lo ricordiamo, consiste in un credito di imposta del 30% delle spese per la ristrutturazione edilizia, il restauro e risanamento conservativo, la riqualificazione energetica, l’eliminazione di barriere architettoniche e l’acquisto di mobili nelle strutture ricettive.
 
Possono accedere al bonus gli alberghi con almeno sette camere, compresi villaggi-albergo, residenze turistiche, alberghi diffusi, esistenti al 1° gennaio 2012.
 

Nel 2017 tax credit alberghi al 65%

In base alla Legge di Bilancio 2017, le spese di riqualificazione delle strutture alberghiere sostenute nel 2017 e 2018 potranno accedere ad un credito di imposta del 65%. All’agevolazione saranno ammessi anche gli agriturismi.

Come ogni fine anno, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto “Milleproroghe”, facendo slittare di un anno o qualche mese i termini per una serie di obblighi e adempimenti.
 
Vediamo alcune delle norme che continuano ad avere effetto anche nel 2017.
 

Edilizia scolastica

Slitta al 31 dicembre 2017 il termine entro cui i Comuni devono affidare i lavori di ristrutturazione delle scuole per non perdere le risorse assegnate. Si tratta dei 150 milioni di euro stanziati dal Decreto “del Fare” (DL69/2013convertito nella Legge 98/2013) e ripartiti tra le Regioni, che hanno successivamente selezionato i progetti presentati dagli Enti locali.
 
Ai Comuni sono state quindi erogate le risorse necessarie per il completamento dei progetti di ristrutturazione delle scuole, ma è stato anche posto loro un vincolo temporale per consentire il veloce avvio dei cantieri. Se i lavori non saranno affidati entro la fine dell’anno, ai Comuni saranno revocate le risorse riconosciute e non sarà più possibile effettuare gli interventi.
 

Norme antincendio nelle scuole

Gli edifici scolastici e i locali adibiti a scuola dovranno adeguarsi alla normativa antincendio entro il 31 dicembre 2017.
 
Tutto lasciava credere che non ci sarebbero più state proroghe e che dal nuovo anno le scuole sarebbero state a norma. A maggio 2016 è entrato in vigore il decreto per l’adeguamento antincendio degli edifici scolastici, che prevedeva scadenze e interventi differenziati in base all’età delle scuole. Entro il 31 dicembre 2016, si sarebbe dovuta presentare tutta la documentazione. Con la nuova norma ci sarà un anno in più.
 

Contabilizzazione del calore

È stato rinviato al 30 giugno 2017 il termine entro il quale installare sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore nei condomìni con impianti centralizzati.
 

Agevolazioni post-sisma

La norma prevede inoltre la proroga al 31 dicembre 2017 del termine di sospensione dei pagamenti delle rate dei mutui e di altri finanziamenti nei Comuni colpiti dal sisma del 2016.
 
Per i fabbricati inagibili saranno sospesi di altri sei mesi i termini per il pagamento delle fatture (gas, elettricità, acqua, assicurazioni, telefonia, RAI).
 
I Comuni terremotati nel 2017 potranno finanziare, con avanzi di amministrazione o operazioni di indebitamento, interventi di ricostruzione per cui sono già in possesso dei progetti esecutivi redatti e validati, completi di cronoprogramma.
 
A questi Comuni, sempre per il 2017, è stato riconosciuto un contributo straordinario di 32 milioni di euro complessivi, con cui si fronteggeranno le maggiori spese e le minori entrate.
 
Il Milleproroghe ha infine rifinanziato il contributo straordinario per la ricostruzione del Comune de L’Aquila.
 

Cultura e progetto Pompei

Continueranno per un altro anno gli incarichi di collaborazione per la partecipazione alle attività progettuali e di supporto al Grande Progetto Pompei. L’obiettivo è garantire la prosecuzione delle attività di tutela, recupero e valorizzazione del sito per poi passare ad una gestione ordinaria senza logiche emergenziali.

“Con il ‘Foia’ ci sarà un ulteriore controllo sull’operato delle Amministrazioni e la trasparenza è l’argine principale alla corruzione”. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione (Anac), ha commentato così il via libera alle linee guida che spiegano alle Amministrazioni come organizzarsi per consentire l’“accesso civico generalizzato”.
 
Si tratta della possibilità di prendere visione di dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni per i quali non sussiste uno specifico obbligo di pubblicazione. Dati che, in linea con il modello del "Freedom of Information Act" (FOIA) di matrice anglosassone, diventano di dominio pubblico. Tranne che in qualche caso.

Per rendere operativa la novità, il Governo ha messo a disposizione dei cittadini una pagina dedicata con i modelli e le istruzioni per la presentazione delle istanze di accesso. 

Le linee guida chiudono il cerchio del D.lgs. 97/2016, attuativo della riforma della Pubblica Amministrazione (Legge 124/2015), che ha introdotto una serie di obblighi di trasparenza entrati in vigore il 23 dicembre.
 

Foia: documenti aperti, ma alcuni dati restano segreti

Per fare un esempio dei documenti che è possibile consultare, nel caso dei contratti pubblici si può accedere alle informazioni inerenti alla struttura proponente, l’oggetto del bando, l’elenco degli operatori invitati a presentare offerte, l’aggiudicatario, l’importo di aggiudicazione, i tempi di completamento dell’opera, servizio o fornitura e l’importo delle somme liquidate.

Restano escluse dall’obbligo di trasparenzale informazioni coperte dal segreto di Stato. Si deve inoltre valutare volta per volta se la divulgazione di determinati documenti si riferisce a dati personali o sensibili o se può pregiudicare la sicurezza nazionale, le relazioni internazionali, lo svolgimento di attività ispettive, gli interessi economici e commerciali pubblici o privati, la segretezza della corrispondenza. In questi casi, il rifiuto va sempre adeguatamente motivato.
 

Foia, come funzionano gli obblighi sulla trasparenza

Sono obbligati a rendere pubblici i documenti le Amministrazioni pubbliche, gli enti pubblici, gli ordini professionali, le associazioni o fondazioni con un bilancio superiore a 500mila euro.
 
Gli enti devono creare un registro degli accessi e organizzare un ufficio per l’esame delle istanze. In ogni caso è obbligatorio dare, entro trenta giorni, risposte motivate agli utenti. Le uniche richieste che possono essere respinte sono quelle “irragionevoli”, che implicano un carico di lavoro tale da interferire con il buon funzionamento dell’amministrazione.
 

Foia, il commento di Anac e Anci

Come spiegato da Raffaele Cantone all’Agi, “c’è il rischio che il Foia venga visto come un adempimento burocratico perché si tratta oggettivamente di un aggravio difficile da quantificare. Non abbiamo elementi per prevedere quante saranno le richieste di accesso. Le amministrazioni si dovranno organizzare con il personale a disposizione. Il problema reale è che queste riforme vengono fatte a costo zero. Noi nelle linee guida abbiamo tenuto a sottolineare come si tratti di una svolta importante nella direzione del sistema vero delle democrazie occidentali. Le amministrazioni devono essere sempre più come 'case di vetro'. In alcuni casi le resistenze sono fisiologiche, in altri no”.

Sul nodo delle risorse si è soffermato anche Antonio Decaro, presidente dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). "Per innovare serve personale" ha dichiarato a La7, spiegando che al momento le assunzioni hanno subito un crollo, con il turnover fermo al 25%, ma è stato chiesto al Governo di portarlo al 75% per ringiovanire il personale e avere dipendenti più inclini all'innovazione.

Con la Legge Regionale 46/2016, la Calabria ha prorogato il Piano Casa fino al 31 dicembre 2018. Non si tratta di un semplice slittamento dei termini. La norma ha infatti introdotto una serie di modifiche sostanziali.
 

Ampliamenti volumetrici

Le precedenti versioni del Piano Casa riconoscevano la possibilità di ampliare gli edifici esistenti fino al 20% della volumetria. La nuova legge limita invece al 15% i premi di cubatura previsti per questi interventi.
 
D’altro canto, però, vengono premiate maggiormente le iniziative per la sicurezza antisismica. Con l'adeguamento sismico dell'intero aggregato strutturale, l’ampliamento può infatti raggiungere il 30%.
 
È inoltre riconosciuto un ulteriore premio del 10% in funzione del livello di sostenibilità ambientale raggiunto in base al Protocollo ITACA Calabria (Regolamento regionale 19/2016che attua la LR 41/2011 – Norme per l’abitare sostenibile.
 

Interventi di demolizione e ricostruzione

Scendono dal 35% al 30% i premi volumetrici collegati agli interventi di demolizione e ricostruzione.
 
Anche in questo caso, è riconosciuto un ulteriore premio del 10% in funzione del livello di sostenibilità ambientale raggiunto in base al Protocollo ITACA Calabria.
 

Antisismica

Oltre ai premi di cubatura maggiori per gli interventi che contestualmente all’ampliamento prevedono l’adeguamento antisismico, la nuova legge regionale prevede l’obbligo di miglioramento sismico sugli immobili già oggetto di condono edilizio.
 

Fascicolo del fabbricato

Per censire gli interventi di trasformazione edilizia sul territorio e lo stato degli edifici, la Regione ha deciso di implementare un sistema informativo denominato “fascicolo del fabbricato”. Le modalità per il suo funzionamento saranno definite entro la fine di giugno 2017, cioè dopo sei mesi dall’entrata in vigore della legge regionale.

Come spiegato dal Presidente della Regione, Mario Oliverio, “con questa legge si cerca di incentivare i cittadini che vogliono investire nel settore della sicurezza, sostenendo anche in maniera significativa l'attività edilizia ed il relativo indotto; da una parte si riduce la possibilità di ampliamento indifferenziato previsto dalla precedente normativa e dall'altro invece si consente un aumento per coloro che vogliono investire nella sicurezza degli edifici”. 

Con la Legge di Bilancio 2017sono in arrivo 290 milioni di euro per la sostenibilità e la riqualificazione urbana. Si tratta delle iniziative per la realizzazione di ciclovie e la riqualificazione delle periferie all’interno del Piano nazionale per le città.
 
A queste risorse si aggiungeranno i proventi dei titoli abilitativi e delle sanzioni previste dal testo unico dell'edilizia, che dal 2018 saranno destinati esclusivamente ad opere di manutenzione e riqualificazione urbana.
 

Ciclovie turistiche

La Legge di Bilancio 2017 dà nuova linfa al piano nazionale per le ciclovie turistiche stanziando 13 milioni di euro per il 2017, 30 milioni di euro per il 2018 e 40 milioni di euro all'anno tra il 2019 e il 2024.
 
Il piano nazionale per le ciclovie turistiche è iniziato con la Legge di Stabilità per il 2016, che ha destinato 91 milioni di euro alla progettazione e realizzazione di un sistema nazionale di piste ciclabili turistiche, alla progettazione e realizzazione di ciclostazioni e ad interventi per la sicurezza della ciclabilità cittadina.
 

Riqualificazione delle periferie

La Legge di Bilancio 2017 conferisce 7 milioni di euro per il 2017 al Fondo per l'attuazione del Piano nazionale per le città. Le risorse finanzieranno il Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie.
 
Ricordiamo che il Bando Periferie al momento sta finanziando 121 progetti con 2,1 miliardi di euro.
 

Proventi dei titoli abilitativi

A partire dal 1° gennaio 2018 i proventi dei titoli abilitativi edilizi e delle sanzioni previste dal testo unico dell'edilizia saranno destinati esclusivamente e senza vincoli temporali alla realizzazione e alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici e nelle periferie degradate, a interventi di riuso e di rigenerazione, a interventi di demolizione di costruzioni abusive, all’acquisizione e alla realizzazione di aree verdi destinate a uso pubblico, a interventi di tutela e riqualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della prevenzione e della mitigazione del rischio idrogeologico e sismico e della tutela e riqualificazione del patrimonio rurale pubblico, nonché a interventi volti a favorire l’insediamento di attività di agricoltura nell’ambito urbano.

I condomìni che hanno usufruito dell’Ecobonus o delle detrazioni sulle ristrutturazioni per la riqualificazione delle parti comuni devono inviare online tutti i dati all’Agenzia delle Entrate entro il 28 febbraio di ogni anno.
 
La spiegazione è arrivata con il DM 1 dicembre 2016 del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
 

Ecobonus e Bonus ristrutturazioni in condominio

Come spiegato nel testo del decreto, la normativa in vigore consente di usufruire delle detrazioni fiscali del 65% e 50% per i lavori di efficientamento energetico e ristrutturazione sulle parti comuni degli edifici condominiali. Per l’arredo delle parti comuni ristrutturate si può inoltre richiedere il Bonus Mobili.
 

Ecobonus e bonus ristrutturazioni, comunicazioni telematiche al Fisco

A partire dai dati relativi al 2016, gli amministratori di condominio trasmettono in via telematica all'Agenzia delle entrate, entro il 28 febbraio di ciascun anno, una comunicazione contenente i dati relativi alle spese sostenute nell'anno precedente dal condominio.
 
Nella comunicazione devono essere indicate le quote di spesa imputate ai singoli condòmini.
 
Le prime trasmissioni telematiche avverranno quindi entro il 28 febbraio 2017. Le modalità per l’invio telematico saranno definite con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Arrivano dall’Inail i chiarimenti sulle novità in materia di Durc online, in particolare sulla verifica della regolarità contributiva e sulle procedure concorsuali.
 
E’ stata, infatti, pubblicata la circolare 48/2016che illustra le modifiche apportate dal DM 23 febbraio 2016 al DM 30 gennaio 2015.
 

Durc online: verifica della regolarità contributiva 

L’Inail ha spiegato che, come illustrato nella circolare 33/2016 del Ministero del Lavoro, la nuova formulazione è diretta a evitare che il riscontro sulla regolarità contributiva venga omesso in relazione ai versamenti dovuti alle Casse edili da parte di quelle imprese che, benché classificate in settore diverso dall’edilizia, applicano il relativo contratto, considerato che l’obbligo di iscrizione alle Casse edili sussiste per le aziende che applicano il contratto collettivo nazionale del settore edile.
 
Inoltre la circolare ribadisce che in caso di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa con esercizio provvisorio l’impresa va considerata regolare per il solo fatto che gli obblighi contributivi siano scaduti anteriormente alla data di autorizzazione all’esercizio provvisorio o alla data di apertura della procedura di amministrazione straordinaria.
 
In sostanza, è stata ora inclusa anche l’ipotesi della liquidazione coatta amministrativa con esercizio provvisorio di cui all’articolo 206 della legge fallimentare e, soprattutto, ai fini della regolarità è stata eliminata la condizione dell’avvenuta insinuazione al passivo da parte degli Enti previdenziali per gli obblighi contributivi scaduti prima dell’autorizzazione all’esercizio provvisorio o del decreto di apertura della procedura.
 

Durc: critiche da Confimprenditori

Secondo Confimprenditori (Associazione nazionale che rappresenta imprenditori e liberi professionisti), nonostante le semplificazioni apportate, il Durc “toglie serenità alle piccole e medie imprese italiane”. In base al report elaborato dal centro studi dell’associazione “i tempi di rilascio variano dalle 24 ore di Treviso, ai cinque giorni di Bologna fino ai 30 giorni di Palermo”.
 
Confimprenditori ha, infatti, denunciato: “I tempi qui si ampliano e molti dei Durc possono rimanere negativi anche dopo aver sanato le posizioni debitorie per errori burocratici o irregolarità legali. Anche in questo caso la situazione appare piuttosto differente fra le regioni italiane: si passa dallo zero per cento di ritardi causati dalle inefficienze della burocrazia statale a Treviso, Verona, Mantova, Ragusa e Sassari al 5% di Pavia e Caserta, al 7% nelle province della Toscana, al 15-20% a Chieti, Pescara e Bari, al 30% di Vicenza al 90% dei Durc negativi a Palermo. Lentezza che provoca un danno alle piccole e medie imprese già vessate dalla crisi”.
 
L’Associazione ha stimato una perdita totale minima intorno agli 84 milioni di euro ogni anno. Mentre è pari a 140 milioni all’anno per i soli consulenti del lavoro che in Italia si attestano intorno alle 14mila unità.
 
Di fronte a questi dati il presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo ha chiesto a Tito Boeri, presidente dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), l’istituzione di un tavolo tecnico per l’ottimizzazione del rilascio del Durc al fine di rendere su tutto il territorio nazionale un’omogeneità nella procedura di rilascio del documento.

Il fascicolo di fabbricato torna d’attualità. A rispolverarlo, dopo una serie di tentativi andati male, è stato il deputato Andrea Maestri, che ha presentato un ordine del giorno durante l’approvazione del decreto “Terremoto”.
 
L’approvazione della legge è avvenuta in tempi rapidi a cavallo della crisi del governo Renzi e del passaggio di consegne al nuovo presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Molti emendamenti non sono stati discussi, ma sono stati presentati sotto forma di ordini del giorno, impegnando il Governo ad esaminarli.
 
Tra questi c’è la proposta di rendere obbligatorio il fascicolo di fabbricato per tutti gli edifici esistenti e per quelli di nuova costruzione.
 

Fascicolo di fabbricato e messa in sicurezza

La proposta, si legge nel documento presentato da Maestri, parte da una constatazione contenuta in un recente rapporto del Consiglio nazionale degli ingegneri (CNI): in Italia una casa su due è a rischio crollo.
 
Il fascicolo di fabbricato aiuterebbe a conoscere le condizioni dell’edificio e a prevedere il suo comportamento in caso di terremoto o altre calamità naturali. Durante le consultazioni per l’elaborazione del progetto “Casa Italia”, molte associazioni di tecnici hanno chiesto di renderlo obbligatorio, soprattutto per le scuole.
 
Questo perché, continua l’ordine del giorno, i terremoti che si sono succeduti in Italia hanno dimostrato l’inadeguatezza delle infrastrutture presenti.
 
Uno dei maggiori ostacoli che finora ha sbarrato la strada al fascicolo di fabbricato è rappresentato dai costi. Una legge con l’introduzione del fascicolo di fabbricato obbligatorio sarebbe impopolare perché costringerebbe i proprietari a sostenere i costi per la sua redazione. L’ordine del giorno propone al Governo di prevedere degli incentivi ad hoc.
 

Fascicolo di fabbricato e Regioni

Alcune Regioni hanno cercato di regolare autonomamente la questione, ma spesso le norme approvate sono finite nella tagliola della Corte Costituzionale.
 
L’ultima in ordine di tempo è stata la Legge Regionale 27/2014 della Puglia, abrogata dopo la dichiarazione di incostituzionalità. La norma prevedeva l’obbligo del fascicolo di fabbricato per gli edifici pubblici e per quelli privati di nuova costruzione, ma anche che fosse redatta una scheda informativa per i fabbricati esistenti e che i Comuni raggruppassero i fabbricati esistenti per probabile livello di rischio.
 
La legge è stata giudicata incostituzionale perché, oltre ad introdurre obblighi “irragionevoli”, non considerava che conoscere lo stato conservativo degli immobili, per una politica di prevenzione e protezione dai rischi di eventi calamitosi, è una materia di esclusiva competenza statale.

16/12/2016 – Un Fondo da 400 milioni di euro per finanziare i progetti di autorecupero degli immobili abbandonati o degradati presentati dai cittadini. È la proposta contenuta in un disegno di legge presentato a ottobre in Senato.
 
Non è una proposta isolata. Un altro disegno di legge per l’esproprio e la riqualificazione degli immobili abbandonati sta iniziando il suo iter in Commissione Ambiente della Camera.
 
Le due norme puntano sulla creazione di nuovi alloggi senza consumare suolo, migliorando la sicurezza statica e le prestazioni energetiche di edifici oggi per lo più in condizioni di degrado.
 

Autorecupero degli immobili abbandonati

Il disegno di legge, presentato dal Movimento 5Stelle, prevede la creazione di un Fondo, cui inizialmente saranno destinati 400 milioni di euro, per l’autorecupero degli immobili abbandonati, non utilizzati o in stato di degrado. Le risorse, si legge nella relazione, dovrebbetro essere recuperate con la riduzione della percentuale di deducibilità degli interessi passivi delle banche e di altri enti e società finanziari nonché dalla rideterminazione del valore della produzione netta delle banche e di altri enti e società finanziarie. 
 
Il meccanismo per l’autorecupero dovrebbe funzionare così: i Comuni dovrebbero censire gli immobili e le aree ed emanare un avviso pubblico indicando le opere da eseguire e i requisiti per ottenere l’incarico.
 
Sulla base di queste indicazioni, i cittadini formeranno dei gruppi di autorecupero che formuleranno le proposte operative per la realizzazione degli interventi e stimeranno i tempi necessari per il completamento dei lavori.
 
Il Fondo finanzierà l’acquisto dei materiali, mentre i cittadini del gruppo di autorecupero otterranno un comodato d’uso di 18 anni sulle unità abitative ristrutturate.
 
I vantaggi potrebbero essere molteplici. Da una parte verrebbero creati alloggi senza consumare suolo, dall’altra gli immobili verrebbero riqualificati dal punto di vista statico ed energetico. I proprietari ristrutturerebbero gratis gli immobili abbandonati e, alla scadenza dei 18 anni previsti, rientrerebbero in possesso di edifici sicuri ed utilizzabili.
 

Riqualificazione ed espropriazione degli immobili abbandonati

Il disegno di legge fa una premessa: in Italia ci sono 2 milioni di case abbandonate e disabitate ubicate prevalentemente nei piccoli comuni, nelle campagne e in montagna.
 
Tra questi ci sono immobili che possono avere un interesse culturale. Per il loro recupero, il ddl propone delle modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.lgs. 42/2004) dando alle Soprintendenze un termine di novanta giorni per pronunciarsi sulle richieste di dichiarazione di interesse culturale avanzate dai Comuni e dalle Regioni.
 
Il ddl dà ai proprietari sei mesi di tempo per “farsi vivi”, far valere i propri diritti e riqualificare gli edifici. Nel caso in cui siano irreperibili o rinuncino, il Comune potrebbe espropriare l’immobile per riqualificarlo e utilizzarlo per finalità di interesse pubblico oppure venderlo rispettando i limiti imposti dalla Soprintendenza.
 
Procedura simile per gli immobili abbandonati e degradati che non hanno un interesse culturale. In questo caso i proprietari dovrebbero osservare le prescrizioni di decoro, recupero e messa in sicurezza stabilite dalle ordinanze comunali. Nelle zone sismiche 1 e 2le attività di recupero degli immobili devono necessariamente comportare l’adeguamento antisismico.
 
La norma prevede infime che nelle zone sismiche i comuni, entro il termine di sei mesi, debbano procedere all’individuazione degli immobili abbandonati, sia nel caso che possano essere beni culturali, sia in tutti gli altri casi.

La rimodulazione retroattiva degli incentivi al fotovoltaico è legittima. La Corte Costituzionale con la sua decisione ha spiazzato gli operatori del settore, che speravano invece nella cancellazione delle norme “Spalma Incentivi”.
 
Si tratta di un pacchetto di regole, varate nel 2014, che hanno cambiato le carte in tavola mettendo in difficoltà molti investitori. Operatori che erano convinti di ottenere un determinato guadagno, ma che invece, dopo aver sostenuto le spese, sono rimasti delusi.
 
L’anno scorso, di fronte alle numerose proteste, il Tar Lazio ha accolto il ricorso delle aziende green e chiesto la pronuncia della Corte Costituzionale, affermando che chi ha sostenuto un investimento all’insegna dell’efficienza energetica ha il diritto di mantenere l’incentivo del Conto Energia accordato al momento della realizzazione dell’intervento.
 
La Corte Costituzionale, però, nei giorni scorsi ha confermato le scelte compiute due anni fa dal Governo, deludendo ulteriormente gli addetti ai lavori.
 

Spalma Incentivi e rimodulazione dei bonus al fotovoltaico

Il Decreto “Spalma Incentivi” (DL 91/2014) e le norme attuative (DM 16 ottobre 2014 e DM 17 ottobre 2014) hanno dato agli operatori la possibilità di scegliere fra tre opzioni:
a) erogazione per 24 anni della tariffa, ricalcolata secondo percentuali di riduzione indicate nell’allegato 2 al Decreto Competitività;
b) incentivo erogato in 20 anni e rimodulato secondo le modalità individuate dal DM 17 ottobre 2014;
c) tariffa erogata in 20 anni e ridotta, per il periodo residuo di incentivazione, di una percentuale proporzionale alla potenza dell’impianto.
 
In assenza di una dichiarazione esplicita è stata applicata la terza opzione, che secondo le rilevazioni del Gse si è rivelata la più diffusa.
 

Spalma incentivi, il ricorso

Gli investitori hanno chiesto la dichiarazione di incostituzionalità delle norme, che operano una modifica peggiorativa del rapporto contrattuale con effetti retroattivi, violando il principio della certezza del diritto e quello del legittimo affidamento, tutelato dagli articoli 3 e 41 della Costituzione.
 
Tutte le accuse sono state rispedite al mittente perché il taglio degli incentivi risponde al cambiamento delle condizioni economiche, all’esigenza di non pesare sulle bollette e di non falsare il mercato e la concorrenza con la concessione di aiuti a determinati settori.
 

Spalma incentivi, il commento delle aziende

“Contestiamo la decisione della Corte Costituzionale, che non solo non condividiamo ma che ci sorprende – ha dichiara Paolo Rocco Viscontini, Presidente di ITALIA SOLARE - D’ora in avanti non ci potrà più essere fiducia nelle leggi dello Stato sulle quali cittadini e imprese fanno delle scelte di investimento. Abbiamo notizia di diversi investitori che all’indomani della decisione della Corte Costituzionale hanno deciso di interrompere le loro attività in Italia.”
 
“Stupisce constatare come una riduzione retroattiva degli incentivi possa essere stato considerato un provvedimento non lesivo di diritti costituzionalmente garantiti, quali la tutela del legittimo affidamento e la libertà di impresa - ha affermato il Presidente di Assorinnovabili, Agostino Re Rebaudengo, che ha aggiunto - la non retroattività delle misure e la stabilità sul lungo termine dei meccanismi di supporto sono considerati principi cardini imprescindibili”.

Classificazione sismica degli edifici, Norme Tecniche per le Costruzioni, decreti attuativi e correttivo del Codice Appalti. Sono i provvedimenti su cui il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti è stato colto di sorpresa dalla crisi di governo. Norme per cui si è temuto un arresto o comunque un rallentamento dell’iter, ma che sembrano invece al sicuro data la conferma del Ministro Graziano Delrio. 
 

Classificazione sismica degli edifici

Il Mit sta collaborando con il Consiglio dei Lavori Pubblici alla stesura di linee guida che introdurranno sei classidalla A alla F, che indicheranno il rischio cui è sottoposto l’edificio e il modo in cui risponde ad un evento sismico.
 
Lo strumento consentirà di misurare il miglioramento antisismico generato da un intervento di messa in sicurezza non solo dal punto di vista strutturale, ma anche da quello economico. In base alle condizioni degli edifici, verranno misurati infatti i costi necessari per riparare i danni causati da un terremoto.
 
Nelle linee guida ci saranno le indicazioni cui i professionisti dovranno attenersi per classificare l’immobile e certificare il miglioramento ottenuto con l’intervento.
 
Le linee guida consentiranno la piena operatività del sismabonus, lo strumento introdotto dalla Legge di Bilancio 2017 che riconosce incentivi maggiori in base al livello di miglioramento antisismico raggiunto.
 

Norme Tecniche per le Costruzioni

Sulle NTC è ancora acceso il dibattito. Una commissione in seno al Consiglio Superiore dei lavori pubblici sta valutando tutti i rilievi sollevati. Il testo si pone in continuità con le NTC 2008, riconfermandone sostanzialmente l’impostazione concettuale e metodologica.
 
Rispetto alle NTC 2008, il testo normativo è stato parzialmente rivisto, integrato ed aggiornato nei contenuti specifici, sia in relazione all’evoluzione tecnico-scientifica del settore delle costruzioni, sia a seguito dell’aggiornamento della normativa comunitaria in materia di prodotti da costruzione, nonché nella prospettiva di una sempre maggiore integrazione delle norme nazionali con i documenti normativi europei, fra cui gli Eurocodici. Per renderne più chiaro il contenuto, è stata apportata una maggiore uniformazione terminologica e lessicale, sono stati eliminati alcuni refusi redazionali sia nelle formule che nel testo, sono stati aggiornati i riferimenti normativi e si è proceduto ad una riorganizzazione complessiva, spostando alcuni paragrafi nell’ambito dello stesso capitolo per renderne più omogenea la lettura.
 

Attuazione del Codice Appalti

Il Ministero delle Infrastrutture ha portato a termine il decreto sulle superspecialistiche, ma sta curando la predisposizione di altre norme attuative del Codice Appalti. Tra questi, uno dei più attesi è quello sui livelli di progettazione, che dovrebbe facilitare anche l’applicazione del nuovo decreto parametri bis (DM 17 giugno 2016).
 
Ci sono poi il decreto sul direttore dei lavori, quello sui requisiti per la partecipazione alle gare di progettazione, già a buon punto, e la norma per la redazione dei piani triennali delle opere pubbliche, che dovrebbe dare priorità al completamento delle incompiute.
 

Correttivo al Codice Appalti

Potranno continuare senza intoppi anche i lavori sul Correttivo al Codice Appalti, che deve essere approvato entro il 18 aprile 2017. Le modifiche più probabili riguardano la possibilità di portare da cinque a dieci anni il periodo di riferimento per ottenere la qualificazione Soa e di elevare a 2,5 milioni di euro la soglia per l’aggiudicazione degli appalti col prezzo più basso introducendo l’esclusione automatica delle offerte anomale con sistema antiturbativa.

Per dare continuità a piccoli interventi di recupero degli alloggi di edilizia popolare, il Ministero delle Infrastrutture ha ripartito tra le Regioni 16 milioni di euro, come anticipo dell’annualità 2017.
 
L’anticipo e la ripartizione sono avvenute con il DM 5 ottobre 2016 pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che ha ufficializzato l’erogazione dei primi 25 milioni di euro previsti dal “Piano Casa Renzi”.
 
Le risorse saranno destinate ai lavori di importo fino a 15mila euro eseguiti sugli alloggi di proprietà dei Comuni e degli Istituti Autonomi Case Popolari, o altri enti con analoghe funzioni.
 
La quota maggiore, oltre 5 milioni di euro, andrà alla Lombardia, seguita da Emilia Romagna (2,2 milioni), Veneto (1,7 milioni) e Toscana (1,2 milioni). 
 

La storia del Piano Casa Renzi

Ricordiamo che il Piano Casa voluto dal Governo Renzi (DL 47/2014) ha stanziato 468 milioni di euro, di cui 67,9 milioni destinati a piccoli interventi di manutenzione di importo fino a 15mila euro e 400 milioni per interventi di ripristino e manutenzione straordinaria fino a 50 mila euro. 
 
I 468 milioni del Piano Casa Renzi sono stati ripartiti tra Le Regioni con il DM 16 marzo 2015 in base al numero di alloggi di risulta, di sfratti e alla presenza di Comuni ad alta tensione abitativa. 
 
Le Regioni hanno quindi inviato una serie di proposte di interventi considerati prioritari al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha stilato una graduatoria. Il DM 12 ottobre 2015 ha ammesso ai finanziamenti i progetti e autorizzato le Regioni a prevedere spese pari alle risorse assegnate.
 
Successivamente, il DL 185/2015approvato il 25 novembre 2015, ha autorizzato lo sblocco della prima tranche delle risorse, pari a 25 milioni di euro, destinate ai piccoli interventi di manutenzione.
 
Il DM 5 ottobre 2016, pubblicato in Gazzetta nei giorni scorsi, ha ufficializzato l'erogazione alle Regioni dei 25 milioni di euro del DL 185/2015. Rispetto alla quota riconosciuta per il 2016, gli Enti locali hanno chiesto delle risorse aggiuntive. Per dare continuità agli interventi, il decreto ha quindi previsto una anticipazione di 16 milioni di euro sull’annualità 2017.

Dal 1° gennaio 2017 gli impianti centralizzati di riscaldamento e di fornitura di acqua calda sanitaria condominiali, per rimanere in esercizio, dovranno allinearsi agli obblighi previsti dal DLgs 141/2016 che recepisce la direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica.
 

Impianti di riscaldamento condominiali: i nuovi obblighi

La Legge impone che entro il 31 dicembre 2016 vengano installati sistemi per la misurazione del calore di ciascuna unità abitativa. Questo consentirà di distribuire in maniera equa i costi, premiando i comportamenti virtuosi dei condomini più attenti nella gestione dell'impianto e della propria abitazione con la misura dei consumi effettivi, superando l'attuale modello di calcolo che fa riferimento alla sola superficie dei locali e non penalizza coloro che “sprecano calore”.
 
E’ possibile derogare all'installazione del sistema di contabilizzazione soltanto nel caso in cui un tecnico abilitato dichiari la sussistenza di precisi motivi di non fattibilità tecnica o l’antieconomicità degli interventi.
 
In tal caso sarà possibile suddividere l’importo complessivo tra gli utenti finali attribuendo una quota di almeno il 70% agli effettivi prelievi volontari di energia termica e suddividendo gli importi rimanenti secondo altri metodi (millesimi, metri quadri, metri cubi o altro). 
 

Nuovi obblighi per il riscaldamento: gli attori coinvolti

L’intervento di realizzazione della termoregolazione e contabilizzazione coinvolge: amministratoreprogettista dell’impianto di termoregolazione e contabilizzazione (tecnico abilitato); installatore dell’impianto; direttore dei lavori; collaudatore; proprietario dell’unità immobiliare.
 
La procedura inizia con la raccolta di alcune informazioni da parte dell’amministratore (in collaborazione informale con un tecnico di fiducia), al fine di preparare l’assemblea preliminare in cui informare i condomini sugli obblighi di legge e proporre l’iter corretto per la realizzazione della termoregolazione e contabilizzazione.
 
Una volta ricevute le offerte professionali, si affida l’incarico di progettazione al professionista incaricato che predispone il progetto. L’amministratore, una volta raccolte le offerte di installazione, convoca l’assemblea per la decisione dell’affidamento dell’appalto di installazione.
 

Impianti centralizzati: come si divideranno le spese

Negli impianti condominiali centralizzati soggetti all’adeguamento le spese per il riscaldamento si dovranno ripartire secondo la norma tecnica UNI 10200 che lega il costo agli effettivi consumi di energia termica utile e ai costi generali per la manutenzione dell’impianto, non più ai millesimi di proprietà.
 
La procedura di ripartizione della spesa totale di riscaldamento e acqua calda sanitaria secondo la UNI 10200 richiede quindi alcuni passaggi che possono essere così riassunti:
1) determinare la spesa totale;
2) determinare l’energia utile prodotta;
3) calcolare il costo unitario dell’energia utile, ovvero il costo dell’energia all’uscita dal generatore;
4) ripartire l’energia utile totale fra consumi volontari (prelievi di energia) e involontari (dispersione dell’impianto);
5) ripartire l’energia utile volontaria in base alle letture delle apparecchiature;
6) ripartire l’energia utile involontaria in base ai millesimi di riscaldamento.


Mancato adeguamento: le sanzioni

Dal 1° gennaio 2017 (salvo proroghe), l’inadempienza agli obblighi di adeguamento degli impianti saranno sanzionati con una multa che va dai 500 ai 2.500 euro. Le sanzioni potranno riguardare sia il condominio che il singolo proprietario dell’unità immobiliare.

Per dare ai proprietari più tempo per adeguarsi, Confedilizia ha chiesto di rinviare di un anno l’applicazione delle sanzioni in caso di inadempienza all’obbligo di installare sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore nei condomìni. Per il momento però, le richieste della confederazione sono rimaste inascoltate. 
 

Contabilizzatori di calore: la guida degli Ingegneri di Cagliari

Secondo l’Ordine degli Ingegneri di Cagliari c’è il rischio che le “perizie tecniche non conformi ai dettami della normativa tecnica vigente siano contestate e dichiarate irricevibili da parte degli Organi di controllo, i quali, se ravvisassero in esse finalità di elusione alla Legge, potrebbero applicare pesanti sanzioni ai proprietari delle unità immobiliari.
 
Per questa ragione, facendo seguito alle numerose richieste e segnalazioni pervenute da parte di cittadini, amministratori condominiali e iscritti, la Rete delle Professioni Tecniche della Sardegna col supporto della Commissione energia e sostenibilità dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Cagliari, ha redatto una guida per fare luce sugli obblighi e sulle condizioni a base delle deroghe.

Entro il prossimo 16 dicembre i proprietari di abitazioni non adibite a prima casa dovranno versare il saldo finale di Imu e Tasi.
 
La rata andrà calcolata sulla base delle aliquote e delle detrazioni applicate lo scorso anno, considerando che la Legge di Stabilità 2016 ha bloccato l'innalzamento delle aliquote comunali.
 

Imu e Tasi: le aliquote da applicare 

Il MEF ha fornito chiarimenti in tema di aliquote da applicare per il calcolo del saldo Imu e Tasi precisando che il versamento della seconda rata deve essere effettuato sulla base delle delibere approvate dal Comune entro il 30 aprile 2016 e pubblicate sul sito internet del MEF entro il 28/10/2016. In caso di ritardi, anche di un solo giorno, si devono applicare le aliquote e le detrazioni deliberate per l’anno 2015 (unica eccezione è prevista per i Comuni del Friuli Venezia Giulia).
 
Si chiarisce anche che l’aliquota fissata per singole fattispecie non deve essere, a seguito del “blocco dei tributi”, superiore a quella stabilita per l’anno 2015. Nel caso in cui un Comune abbia deliberato per talune fattispecie un’aliquota superiore a quella prevista per l’anno 2015 e per altre un’aliquota inferiore, la sospensione dell’efficacia della delibera opera limitatamente alla parte in cui sono disposti detti aumenti, mentre rimangono salve le parti della delibera che recano una diminuzione o una conferma delle stesse rispetto all’anno precedente.
 
Inoltre, in virtù del “blocco degli aumenti”, per gli immobili in comodato, laddove sia deliberata un’aliquota Imu più alta, occorre applicare l’aliquota vigente nel 2015; si applicherà, quindi, sia la riduzione del 50% della base imponibile che l’aliquota agevolata vigente nell’anno 2015. Analogo ragionamento deve essere applicato in presenza dei contratti a canone concordato.
 
Infine il MEF ricorda che la mancata approvazione della delibera per il 2016inibisce, per l’anno in corso, l’applicazione della maggiorazione Tasi dello 0,8 per mille ancorché deliberata per l’anno precedente; affinché tale maggiorazione possa essere applicabile anche per l’anno 2016, il Comune deve confermarla con un’espressa delibera del consiglio comunale.
 

Tasse sulla casa: esenzioni e sconti

Ricordiamo che l’abitazione principale (ad eccezione di quella classificata nelle categorie catastali A/1, A/8 ed A/9) è esentata dal pagamento di Imu e Tasi.

L’esenzione è stata estesa anche alla casa coniugale assegnata al coniuge; alle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari; ai fabbricati di civile abitazione destinati ad alloggi sociali; agli immobili posseduti, e non concessi in locazione, dal personale in servizio permanente appartenente alle Forze armate e alle Forze di polizia.
 
Le abitazioni date in comodato d’uso gratuito ai familiari di primo grado usufruiscono di uno sconto del 50% sulla base imponibile di Imu che la Tasi; per usufruire della riduzione però è necessario che il contatto di comodato sia registrato e che il parente di primo grado in linea diretta utilizzi l’immobile come abitazione principale.

E’ previsto inoltre uno sconto del 25% per i proprietari di una seconda casa che decideranno di affittarla a canone concordato a un soggetto che la utilizzerà come abitazione principale.

Via libera alla Legge di Bilancio per il 2017. Il Senato ha approvato senza modifiche, con 166 voti favorevoli, 70 contrari e un astenuto, il testo già licenziato dalla Camera. 

Sono confermati la proroga dell'Ecobonus 65% e della detrazione 50% per gli interventi sulle singole unità immobiliari, il sismabonus e i bonus maggiorati per i condomìni. Via libera anche al credito di imposta per la riqualificazione degli alberghi, al Fondo Infrastrutture da 47,5 miliardi di euro e a una serie di misure per il risanamento delle periferie e il post-Expo.

Salta invece la proposta di estendere l’Ecobonus 65% alla bonifica dell’amianto in condominio e alla classificazione sismica degli edifici senza lavori. Non ce l’hanno fatta neanche la cessione del credito di imposta nei lavori sulle singole unità immobiliari e la detrazione del 50% per la sistemazione a verde delle aree pertinenziali. 
 

Ecobonus 65%

Confermata la proroga di un anno, fino al 31 dicembre 2017, dell’Ecobonus 65% sugli interventi di efficientamento energetico delle singole unità immobiliari.
 
Gli interventi di efficientamento energetico nei condomìni usufruiranno di bonus graduati in base all’entità dei lavori e ai risultati raggiunti. Si partirà quindi dal 65%, come nelle singole abitazioni, ma si potrà salire al 70% se l’intervento interessa almeno il 25% dell'involucro edilizio, ad esempio quando si dota l’edificio del cappotto termico. Gli incentivi potranno arrivare al 75% nel caso in cui l’intervento porti al miglioramento della prestazione energetica invernale ed estiva. Gli incentivi saranno validi per le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021. Le detrazioni saranno calcolate su un ammontare delle spese fino a 40mila euro moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio. Il rimborso avverrà in cinque anni anziché in dieci.
 

Detrazione 50% sulle ristrutturazioni

Il Bonus del 50% sugli interventi di ristrutturazione eseguiti sulle singole unità immobiliari e sulle parti comuni dei condomìni sarà prorogato fino al 31 dicembre 2017.
 
La stessa scadenza del 31 dicembre 2017 è prevista per il Bonus Mobili, cioè la detrazione del 50% per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici efficienti abbinata ad un intervento di ristrutturazione.
 

Sismabonus

Per quanto riguarda la messa in sicurezza antisismica, ci sarà una detrazione fiscale del 50%, che sarà possibile richiedere fino al 31 dicembre 2021, con tetto di spesa incentivabile a 96mila euro e rimborso in cinque anni. L’incentivo cresce a seconda dei risultati raggiunti con l’intervento. Sarà infatti riconosciuto un bonus al 70% o all’80% in caso di miglioramento di una o due classi di rischio. Nelle spese incentivabili rientrano anche quelle per la classificazione e la verifica sismica.
 
Nei condomìni il bonus fiscale parte dal 50%, ma può arrivare al 75% e 85% in presenza di miglioramenti di una o due classi di rischio riguardanti tutto l’edificio. Il tetto di spesa incentivabile sarà di 96mila euro moltiplicato per il numero delle unità immobiliari del condominio.
 

Riqualificazione alberghi

Per il 2017 e il 2018 sarà riconosciuto un credito di imposta del 65% per la riqualificazione delle strutture ricettive turistico alberghiere, inclusi gli agriturismi.
 

Ricostruzione post-sisma

Per la ricostruzione post-sisma sono stati stanziati 6,1 miliardi: 100 milioni nel 2017 e 200 milioni all'anno nei 30 anni compresi tra il 2018 e il 2047. Come già annunciato, sarà erogato un miliardo di euro per la ricostruzione degli edifici pubblici: 250 milioni nel 2017, 300 milioni tra il 2018 e il 2019, 150 milioni nel 2020.
 

Ciclovie turistiche

La legge ha stanziato 13 milioni di euro per il 2017, di 30 milioni di euro per il 2018 e di 40 milioni di euro all'anno tra il 2019 e il 2024 per lo sviluppo del sistema nazionale di ciclovie turistiche.
 

Periferie

Al Fondo per l'attuazione del Piano nazionale per le città saranno destinati 7 milioni di euro per il 2017 che finanzieranno il Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie.
 

Proventi dei titoli abilitativi

A partire dal 1° gennaio 2018 i proventi dei titoli abilitativi edilizi e delle sanzioni previste dal testo unico dell'edilizia saranno destinati esclusivamente e senza vincoli temporali alla realizzazione e alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici e nelle periferie degradate, a interventi di riuso e di rigenerazione, a interventi di demolizione di costruzioni abusive, all’acquisizione e alla realizzazione di aree verdi destinate a uso pubblico, a interventi di tutela e riqualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della prevenzione e della mitigazione del rischio idrogeologico e sismico e della tutela e riqualificazione del patrimonio rurale pubblico, nonché a interventi volti a favorire l’insediamento di attività di agricoltura nell’ambito urbano.
 

Fondo Infrastrutture

Istituito un nuovo Fondo da 47,5 miliardi di euro che finanzierà trasporti e viabilità, infrastrutture, ricerca, difesa del suolo, dissesto idrogeologico, edilizia pubblica e privata, innovazione tecnologica e informatizzazione dell'amministrazione giudiziaria e penitenziari, mobilità sostenibile, sicurezza stradale, riqualificazione e accessibilità delle stazioni ferroviarie, rete idrica e opere di collettamento, fognatura e depurazione, risanamento ambientale e bonifiche, investimenti per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie ed eliminazione delle barriere architettoniche.
 

Sviluppo industriale

Ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2018 per usufruire della Nuova Sabatini, la misura per sostenere le piccole e medie imprese nell’acquisto, anche in leasing, di macchinari, impianti e attrezzature nuovi di fabbrica. L'importo massimo dei finanziamenti a valere sul plafond presso Cassa depositi e prestiti S.p.A., è incrementato fino a 7 miliardi di euro.
 
Per l’acquisto di beni alto contenuto tecnologico sarà riconosciuto un ammortamento pari al 150%.
 

Scuole belle

Il programma Scuole Belle, scaduto il 30 novembre, è stato prorogato fino al 30 giugno 2017. Alla misura sono destinati 128 milioni di euro, che si aggiungeranno ai 64 milioni stanziati per il 2016.
 

G7

Istituito un Fondo, con una dotazione di 45 milioni di euro per il 2017, per l’organizzazione e lo svolgimento del G7 che si svolgerà a Taormina il 26 e 27 maggio 2017. Le risorse saranno destinate ad adeguamenti infrastrutturali e sicurezza.


Ferrovie e reti viarie

Per la realizzazione della linea ferroviaria Ferrandina - Matera La Martellasarà autorizzata la spesa di 10 milioni di euro per l'anno 2017, di 32 milioni di euro per l'anno 2018 e di 42 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2019 al 2022.
 
Per la realizzazione della finale di coppa del mondo di sci a marzo 2020 e i campionati mondiali di sci alpino a Cortina d’Ampezzo, il presidente di Anas S.p.A., in qualità di Commissario straordinario sarà delegato a realizzare opere di adeguamento della viabilità statale nella provincia di Belluno. La spesa autorizzata ammonta a 20 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2017 al 2021.
 

Post-Expo 2015

Stanziati 8 milioni di euro nel 2017 per la riqualificazione dell’area Expo 2015. Il progetto, che avrà durata pluriennale, prevede il trasferimento nella zona di alcuni dipartimenti scientifici dell’Università degli Studi di Milano e la costruzione, insieme a “Human Technopole”, di un polo della didattica, della ricerca e dell’innovazione. Le risorse messe in bilancio costituiscono uno stanziamento iniziale, che coprirà l’avvio delle attività di progettazione propedeutiche alla realizzazione delle strutture, ma saranno integrate per consentire lo sviluppo pluriennale del progetto.
 

Human Technopole a Milano

Stanziati 10 milioni di euro nel 2017, 114,3 milioni nel 2018, 136,5 milioni nel 2019, 112,1 milioni nel 2020, 122,1 milioni nel 2021, 133,6 milioni per il 2022 e 140,3 milioni a decorrere dal 2023 per la realizzazione del progetto 'Human Technopole', una infrastruttura scientifica e di ricerca di interesse nazionale multidisciplinare. La sua attività sarà finanziata dai Ministeri fondatori, da soggetti pubblici e privati e sarà gestita da una Fondazione appositamente costituita.
 

Appalti

In caso di licenziamenti dovuti a cambi di appalto, cui fanno seguito assunzioni presso altri datori di lavoro, in attuazione di clausole sociali, non si dovrà pagare il contributo di licenziamento.

In condominio, il pagamento della ritenuta del 4% (a titolo di acconto sui corrispettivi dovuti per le prestazioni relative ad appalti di opere o servizi) si pagherà solo dai 500 euro in su.
 

Lavoratori autonomi

L'aliquota contributiva dovuta dai lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata Inps sarà pari al 25%. 
 

Bilancio 2017, salta il potenziamento di Ecobonus 65% e Bonus ristrutturazioni

La Commissione Ambiente della Camera aveva approvato quattro emendamenti che però non sono stati discussi dall'Aula. La decisione è stata rimandata al Senato, ma dati i tempi stretti, determinati dalla crisi di Governo, il secondo ramo del Parlamento ha approvato il testo uscito dalla Camera, senza modifiche.

Una delle proposte, approvate dalla Conmmissione Ambiente della Camera, prevedeva la possibilità di estendere la detrazione del 65% delle spese, sostenute a partire dal 1° gennaio 2017, per le certificazioni sismiche e statiche eseguite su prime e seconde case e sugli immobili destinati ad attività produttive situati nelle zone sismiche 1, 2 e 3, anche se non seguite da lavori di messa in sicurezza. La Legge di Bilancio agevola queste spese, ma solo nell'ambito di un intervento di migioramento o adeguamento antisismico.

Il secondo emendamento prevedeva la possibilità di riconoscere l'Ecobonus 65%, con tetto massimo a 100mila euro, alla rimozione dell’amianto dalle parti comuni degli edifici condominiali, realizzati dal 
1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018 nell’ambito di un lavoro di riqualificazione energetica.

Non è passata neanche la possibilità di estendere la cessione del credito di imposta ai lavori sulle singole unità immobiliari. Al momento questa chance è riservata solo ai lavori sulle parti comuni degli edifici condominiali.

L'ultima proposta rimasta fuori dalla legge di Bilancio è il riconoscimento della detrazione del 50%, con tetto a 20mila euro, anche agli interventi di sistemazione a verde delle aree scoperte pertinenziali. 

Il decreto correttivo del Codice Appalti dovrebbe essere approvato entro il 19 aprile 2017. In realtà il Codice Appalti non sta ancora spiegando tutte le sue potenzialità perché mancano all’appello diverse norme attuative. A complicare questa situazione di ritardo è sopraggiunta la crisi di Governo, con le dimissioni rassegnate da Matteo Renzi dopo i risultati del referendum costituzionale.
 

Correttivo Appalti

La legge delega con cui è iniziata la riforma dei contratti pubblici (L 11/2016) ha stabilito che entro un anno dall’approvazione del Codice Appalti (D.lgs. 50/2016) devono essere valutati gli effetti delle nuove norme ed elaborato un eventuale correttivo. Il termine per concludere l’operazione sarebbe quindi il 19 aprile 2017.
 
Fin da subito sono state sollevate diverse critiche e proposti aggiustamenti. Su alcuni il Governo aveva mostrato delle aperture. Si tratta della possibilità di portare da cinque a dieci anni il periodo di riferimento per ottenere la qualificazione Soa e di elevare a 2,5 milioni di euro la soglia per l’aggiudicazione degli appalti col prezzo più basso introducendo l’esclusione automatica delle offerte anomale con sistema antiturbativa.
 
Le imprese della filiera delle costruzioni ha chiesto anche una moratoria per l’appalto integrato in modo da poter mandare in gara i progetti validati prima dell’entrata in vigore del Codice. Su questo punto l’Esecutivo si è sempre mostrato scettico e la Rete delle professioni tecniche contraria.
 
Dal momento che si tratta di scelte politiche, l’iter delle modifiche subirà probabilmente un arresto e potrebbe essere chiesta una proroga del termine.
 

Linee guida e norme attuative

Anche se stanno già scadendo i termini per il correttivo, il Codice Appalti non è entrato pienamente a regime. Solo alcune delle linee guida attuativedell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) sono state adottate (servizi di ingegneria e architettura, offerta economicamente più vantaggiosa, Responsabile unico del procedimento, contratti sotto soglia, commissari di gara) mentre restano in sospeso quelle sul rating delle imprese e delle Stazioni Appaltanti, sul Direttore dei lavori e sul partenariato pubblico privato.
 
Situazione complicata anche per le attività dei ministeri. È stato approvato il Nuovo Decreto parametri bis (DM 17 giugno 2016) ed è in fase di pubblicazione il decreto sulle superspecialistiche. Ancora in alto mare, invece, il decreto sui livelli di progettazione, su cui si discute da mesi e che potrebbe subire ulteriori ritardi.

In Calabria il Piano Casa potrebbe essere prorogato al 31 dicembre 2018. La proposta è contenuta nel disegno di legge approvato nei giorni scorsi dalla Commissione Assetto, utilizzazione del territorio e Protezione dell’Ambiente.
 
Il disegno di legge prevedeva inizialmente la classica proroga annuale per il 2017, ma data la situazione di crisi e la mancanza di risorse finanziarie dei privati si è deciso di concedere un tempo maggiore.
 
Il disegno di legge punta ad allargare la platea dei beneficiari. È stato proposto infatti di includere tutti gli edifici realizzati entro il 2015.
 

Il Piano Casa della Calabria

“La proposta normativa – ha sottolineato il consigliere Esposito, che ne ha illustrato in Aula i contenuti – servirà al rilancio dell’economia e a dare nuovo impulso all’impresa edilizia, con interventi al contempo di riqualificazione energetica, architettonica e statica del patrimonio edilizio esistente”.
 
Ricordiamo che la normativa sul Piano Casa consente interventi di ampliamento volumetrico fino al 20% degli edifici residenziali e a destinazione diversa.
 
È anche ammessa la sostituzione edilizia, cioè la demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti con un premio di cubatura fino al 35%.

I Comuni dovranno aiutare gratis chi chiede una consulenza prima di presentare il titolo abilitativo. È una delle novità contenute nel decreto “Scia 2” (D.lgs. 222/2016) che entrerà in vigore l’11 dicembre 2016.
 
Oltre alla tabella, che in corrispondenza dell’intervento da realizzare riporta il titolo abilitativo necessario e la procedura da seguire, il testo contiene una serie di novità pensate per semplificare la vita dei progettisti.
 

Consulenza gratuita pre-Scia

Il testo stabilisce che i Comuni forniranno gratuitamente la necessaria attività di consulenza funzionale all’istruttoria. L’unico pagamento dovuto saranno i diritti di segreteria.
 
Questo significa che i tecnici incaricati di elaborare un progetto potranno preventivamente chiedere al Comune un’interpretazione delle norme vigenti, in modo da non incorrere in bocciature e divieti successivi.
 
Una volta ottenuta la risposta dagli uffici preposti, i progettisti dovrebbero poter presentare la Scia e avviare i lavori senza temere che il cantiere venga fermato.
 

Glossario unico

Per uniformare al massimo la normativa edilizia è prevista l’emanazione del glossario unico delle principali opere edilizie e delle categorie di intervento a cui appartengono. Il glossario sarà facilmente consultabile anche dai non addetti ai lavori. 
 
Sarà il Ministero delle Infrastrutture ad occuparsi della sua redazione. Il testo dovrebbe essere pronto entro il 10 gennaio 2017, cioè trenta giorni dall’entrata in vigore del decreto “Scia 2”.
 

Riduzione dei titoli abilitativi

Il decreto “Scia 2” interviene in modo pesante sul testo Unico dell’Edilizia (Dpr 380/2001). Vengono cancellate la Denuncia di inizio attività (Dia) e la Comunicazione di inizio lavori (Cil).
 
Restano quindi in piedi cinque procedure: l’attività di edilizia libera, per cui non servono comunicazioni, la Comunicazione di inizio lavori asseverata (Cila), il permesso di costruire, la Scia e la Scia alternativa al permesso di costruire.
 
I progettisti dovrebbero quindi orientarsi meglio e con più facilità tra le procedure per la realizzazione dei diversi lavori.
 

Regioni, adeguamento entro il 30 giugno 2017

In base al decreto, le Regioni e gli Enti localiavranno tempo fino al 30 giugno 2017 per adeguarsi alle nuove disposizioni. In alcuni casi potranno apportare delle modifiche alle procedure. Da questo momento in poi si potrà valutare il vero impatto delle semplificazioni.

L’Associazione delle società di ingegneria e architettura italiane, aderente a Confindustria, saluta con favore l’approvazione definitiva delle linee guida dell’Autorità Nazionale Anticorruzione n. 5/2016 sull’albo dei commissari di gara negli appalti pubblici che verranno pubblicate sulla gazzetta ufficiale.

Per il presidente dell’OICE, Gabriele Scicolone, "È questo un momento di particolare soddisfazione per la nostra Associazione, che vede realizzarsi un altro dei principi della riforma degli appalti da noi promosso sia durante l’approvazione della legge 11, sia quando si è scritto il decreto 50. Fin dall’inizio, infatti, abbiamo sostenuto l’opportunità del ricorso a commissari esterni alle stazioni appaltanti per la valutazione delle offerte, anche perché nel settore dei servizi di ingegneria e architettura tutti gli affidamenti di importo superiore a 40.000 euro vengono assegnati con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa o, per meglio dire, del rapporto migliore qualità/prezzo".

"Con le linee guida 5/2016 ci sarà l’obbligo di scegliere i commissari selezionati con rigore dall’Autorità Nazionale Anticorruzione e questo dovrebbe assicurare il perseguimento dell’obiettivo della valutazione della migliore qualità delle prestazioni. Riteniamo infatti che soltanto con una alta professionalità e assoluta indipendenza di chi deve valutare le offerte presentate in gara sia possibile rendere più trasparente ed efficiente l’azione amministrativa e, in definitiva, interrompere qualsiasi eventuale distorsione e anomalia nella fase di scelta del migliore offerente".

Per la piena attuazione del sistema occorre però ancora il varo di due provvedimenti: un regolamento ANAC sulle modalità di scelta dei commissari di gara e sulla gestione dell’albo, che verrà approvato entro sei mesi e che diventerà operativo nei tre mesi successivi, e un decreto ministeriale sulle tariffe dei commissari di gara. Altro punto sostanziale sarà quello relativo alla formazione dell’albo nazionale dei Commissari che sicuramente sarà un passaggio non semplice, e per questo se ne auspica la “messa in cantiere” quanto prima. Per Scicolone, infine, "E’ necessario fare presto così da mettere a regime il nuovo sistema, possibilmente anche chiarendo - in sede di decreto correttivo - qualche distonia rispetto alle disposizioni del Codice, prontamente segnalate da ANAC a Governo e Parlamento".
 
Fonte: ufficio stampa OICE

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto 21 settembre 2016 del Ministero dell’Ambiente che istituisce il Fondo da 17,572 milioni di euro per la progettazione degli interventi di bonifica dall’amianto degli edifici pubblici.
 
Il Fondo ha una dotazione di 5,536 milioni di euro per l’anno 2016 e di 6,018 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018, ed è finalizzato a finanziare la progettazione preliminare e definitivadegli interventi di bonifica dall’amianto su edifici e strutture pubbliche.
 
Il Decreto stabilisce le modalità di funzionamento del Fondo e i criteri di priorità per l’assegnazione del finanziamento ai soggetti pubblici.
 

Fondo bonifica amianto edifici pubblici, i beneficiari

Possono fare domanda di accesso al Fondo le amministrazioni pubbliche, per interventi relativi ad edifici pubblici di proprietà e destinati allo svolgimento dell’attività dell’ente. Tali soggetti possono presentare una sola domanda all’anno.
 
Il progetto presentato dovrà essere corredato da:
- relazione tecnica asseverata da professionista abilitato in cui devono essere specificati: destinazione d’uso dei beni o dei siti sede dell’intervento, la localizzazione e la destinazione d’uso dei manufatti contenenti amianto, la tipologia, la quantità e lo stato di conservazione dei materiali;
- le modalità di intervento di bonifica proposto;
- la stima dei lavori da eseguire con dettaglio dei costi di progettazione soggetti a finanziamento;
- il cronoprogramma orientativo delle attività, incluse le fasi progettuali.
 

Bonifica amianto, gli interventi finanziabili

Il Fondo finanzia esclusivamente la progettazione preliminare e definitiva di interventi di rimozione e smaltimento, anche previo trattamento in impianti autorizzati, dell’amianto e del cemento-amianto presente in coperture e manufatti di edifici pubblici ubicati nel territorio nazionale, effettuati nel rispetto della normativa ambientale, edilizia e di sicurezza nei luoghi di lavoro. Per progettazione preliminare e definitiva si intendono i livelli di progettazione inferiori al progetto esecutivo e comunque necessari alla redazione dello stesso.
 

Bonifica amianto, gli interventi esclusi

Non potranno essere oggetto di finanziamento:
- la progettazione di interventi di ripristino, realizzazione di manufatti sostitutivi e la loro messa in opera;
- spese di acquisto di beni, mezzi e materiali sostitutivi e loro messa in opera;
- la progettazione di interventi realizzati prima della pubblicazione del bando o prima del ricevimento della comunicazione scritta di concessione del contributo richiesto.
 

Bonifica amianto, il Bando e i criteri di priorità

I finanziamenti del Fondo saranno erogati, su base annuale e fino all’esaurimento delle relative disponibilità, tramite Bando del Ministero dell’Ambiente.  
 
A seguito della presentazione delle domande, il Ministero dell’ambiente disporrà una graduatoria, su base annuale, dando priorità agli interventi relativi ad edifici pubblici:
- collocati all’interno, nei pressi o comunque entro 100 metri da asili, scuole, parchi gioco, strutture di accoglienza socio-assistenziali, ospedali, impianti sportivi;
- per i quali esistono segnalazioni da parte di enti di controllo sanitario e/o di tutela ambientale e/o di altri enti e amministrazioni in merito alla presenza di amianto;
- per i quali si prevede un progetto cantierabile in 12 mesi dall’erogazione del contributo;
- collocati all’interno di un sito di interesse nazionale e/o inseriti nella mappatura dell’amianto.
 
Ulteriore criterio di priorità è la presenza di attestazioni di friabilitàe di cattivo stato di conservazione del manufatto contenente amianto, che determina una condizione di pericolosità di esposizione degli occupanti ad elementi nocivi.
 

Erogazione del finanziamento

Il finanziamento sarà liquidato nelle seguenti modalità;
 - il 30% della somma ammessa a finanziamento al momento dell’ammissione;
 - il 40% della somma ammessa a finanziamento al momento dell’approvazione del progetto definitivo;
 - il 30% della somma ammessa a finanziamento momento della rendicontazione finale delle spese sostenute per la progettazione preliminare e definitiva degli interventi, nelle modalità previste dal bando su base annuale.

In arrivo il Piano d’azione nazionale per incrementare gli edifici ad energia quasi zero (PANZEB) contenente gli obiettivi intermedi di miglioramento della prestazione energetica degli edifici di nuova costruzione e le misure finanziarie per promuoverli.
 
La norma attuerà il Dlg 192/2005, aggiornato con il DL 63/2013, che prevede che entro il 31 dicembre 2020 tutti gli edifici di nuova costruzione siano ad energia quasi zero e, a partire dal 31 dicembre 2018, tutti gli edifici di nuova costruzione occupati da enti pubblici e di proprietà di questi.
 

Edifici ad energia quasi zero: i requisiti

Il Piano d’azione in esame chiarisce il significato di Edificio ad energia quasi zero (Nearly Zero Energy Building - NZEB), affermando che sarà considerato in questo modo ogni edificio, sia esso di nuova costruzione o esistente, che risponderà ai requisiti tecnici indicati nel Piano stesso.
 
Tra i requisiti richiesti è previsto un maggiore isolamento termico dell’involucro edilizio. Inoltre ogni edificio deve rispettare regole stringenti sugli impianti termici: essi devono essere progettati e realizzati in modo da garantire il rispetto della copertura, tramite il ricorso ad energia prodotta da impianti alimentati da fonti rinnovabili, del 50% dei consumi previsti per l’acqua calda sanitaria, il riscaldamento e il raffrescamento.
 
Il Piano riporta anche una valutazione dell’indice di prestazione energeticaper alcuni edifici aventi diversa tipologia edilizia, destinazione d’uso e zona climatica e analizza i sovra costi di investimento, per gli edifici nuovi e per quelli esistenti, connessi al raggiungimento delle condizioni di NZEB.
 

NZEB: le strategie per migliorare l’efficienza energetica

Il Capitolo 3 del Piano contiene un quadro della situazione immobiliare della Nazione (oltre il 70% dell’intero patrimonio edilizio esistente senza accorgimenti specifici sul tema dell’efficienza energetica) che porta ad ipotizzare un incremento degli interventi di riqualificazione energetica e di ristrutturazione importante degli edifici esistenti.
 
In particolare, per quanto riguarda le realizzazioni di nuovi edifici, si ipotizza che in una certa percentuale questi siano costruiti in modo da rispettare, già prima della vigenza dell’obbligo, i criteri e le prescrizioni degli edifici NZEB.
 
Inoltre sono riportate alcune Best practice regionali in tema di edifici a basso impatto già realizzati in Italia.
 
Infine nel Capitolo 4 vengono illustrate le misure che promuovono la transizione del parco edilizio esistente verso l’edilizia a energia quasi zero. Tra gli strumenti di promozione dell’efficienza energetica in edilizia attivi a livello nazionale vengono evidenziati il Conto Termico, le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio e i Fondi Strutturali già programmati e in programmazione. 

La detrazione 50% delle spese per l’acquisto di un box auto è possibile anche nel caso di acquisto senza bonifico bancario o postale. In questa ipotesi i contribuenti dovranno farsi rilasciare dal venditore un certificato che attesti l'importo speso. 
 
A chiarirlo l’Agenzia delle Entrate nella circolare 43/E in cui vengono fornite le indicazioni da seguire per accedere all’agevolazione prevista per l’acquisto di autorimesse e posti auto di pertinenza a immobili residenziali.
 

Detrazione per box auto pertinenziale: l’agevolazione

L’Agenzia ricorda che la detrazione del 50% è ammessa anche per gli interventi relativi alla realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali a immobili residenziali, anche a proprietà comune, nonché, per l’acquisto di autorimesse e posti auto pertinenziali, limitatamente ai costi di realizzo comprovati dall’attestazione rilasciata dal costruttore.
 
In base al provvedimento del Direttore dell’Agenzia del 30 giugno 2010, la ritenuta alla fonte dell’8% prevista dal Dl 98/2011 va applicata tra le altre alle spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio.
 
Nella circolare, però, le Entrate chiariscono che non si perde automaticamente il diritto al beneficio nei casi in cui viene soddisfatta la finalità della norma agevolativa, che punta alla corretta tassazione del reddito derivante dalla esecuzione delle opere di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica.
 
Nel caso di pagamento che non risulti da un bonifico, il ricevimento delle somme da parte dell’impresa deve risultare attestato dall’atto notarile.
 

Detrazione box auto: i documenti necessari

Il contribuente deve farsi rilasciare una dichiarazione sostitutiva di atto notorio che attesti che i corrispettivi accreditati a suo favore sono stati inclusi nella contabilità dell’impresa ai fini della loro concorrenza alla corretta determinazione del reddito del percipiente.
 
Anche in caso di bonifico bancario errato, cioè compilato in modo tale da non consentire alle banche e a Poste italiane di effettuare la ritenuta d’acconto dell’8%, il contribuente può continuare ad aver diritto all’agevolazione. Basterà farsi rilasciare una dichiarazione sostitutiva in cui il venditore afferma di aver ricevuto le somme e di averle incluse nella contabilità dell’impresa.

Escludere le manutenzioni ordinarie dall’obbligo di andare in gara col progetto esecutivo e i lavori di piccolo importo dalle norme sui collaudi. Sono le richieste per la modifica del Codice Appalti avanzate dal presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) e sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante il convegno organizzato a Roma da Cgil, Cisl e Uil.
 

Progettazione esecutiva nel Codice Appalti

Secondo i Comuni, “servirebbe evitare la progettazione esecutiva per la manutenzione ordinaria” perché in questo modo aumentano i tempi di esecuzione e si causano ritardi agli interventi. “Pensiamo ai rubinetti rotti nelle scuole o alle buche nelle strade – ha sottolineato il presidente Decaro - evenienze non individuabili a monte dalla progettazione esecutiva”.
 
Uno dei cavalli di battaglia del nuovo Codice Appalti, lo ricordiamo, è proprio quello di mandare in gara i progetti esecutivi invece che i progetti preliminari o definitivi, come accadeva in precedenza, proprio per evitare di incorrere in imprevisti e risparmiare tempo.
 
Secondo i Comuni, però, questa impostazione, se troppo rigida, può portare all’effetto contrario.
 

Collaudi e Codice Appalti

Sui Collaudi, l’Anci ha chiesto di “non prevederli per lavori di piccoli importo, lasciando la certificazione al certificato di regolare esecuzione”. Si tratta di una soluzione che, ha spiegato Decaro, semplificherebbe la vita ai piccoli Comuni in cui non ci sono le professionalità per effettuare i collaudi. In questi casi bisognerebbe affidarli all’esterno, con la conseguenza inevitabile di far lievitare i costi.
 
L’Anci ha affermato di condividere il percorso intrapreso con il nuovo Codice Appalti, ma ha affermato che per valorizzarlo bisogna risolvere le criticità, tra cui l’appesantimento delle procedure sotto i 40mila euro, la qualificazione delle Stazioni appaltanti e la mancanza di un decreto sui livelli di progettazione.

Per esercitare il ruolo di responsabile unico del procedimento (RUP) negli appalti è necessario essere in possesso di un titolo di studio commisurato all’importo della gara e di molta esperienza sul campo. È questo, in sintesi, il contenuto delle linee guida definitive sul RUP, messe a punto dall’Anac in attuazione del Codice Appalti.
 

RUP: titoli di studio, esperienza e importo delle gare

In base alle linee guida, il RUP deve essere in possesso di specifica formazione professionale, soggetta a costante aggiornamento, e deve aver maturato un’adeguata esperienza professionale alle dipendenze di stazioni appaltanti o nell’esercizio di un’attività di lavoro autonomo, subordinato o di consulenza in favore di imprese operanti nell’ambito dei lavori pubblici o privati.
 
Per gli importi inferiori a un milione di euro, il RUP deve essere almeno in possesso di un diploma rilasciato da un istituto tecnico, ad esempio perito industriale, perito commerciale, perito agrario, agrotecnico, perito edile, geometra/tecnico delle costruzioni. È necessaria inoltre un’esperienza di almeno dieci anni nell’ambito dell’affidamento di appalti e concessioni di lavori.
 
Per importi compresi tra un milione di euro e le soglie comunitarie, il RUP deve essere in possesso di una laurea triennale in architettura, ingegneria, scienze e tecnologie agrarie, scienze e tecnologie forestali e ambientali, scienze e tecnologie geologiche, scienze naturali ed essere abilitato all’esercizio della professione. È anche richiesta un’esperienza di almeno cinque anni nell’ambito dell’affidamento di appalti e concessioni di lavori.
 
Oltre la soglia comunitaria, il RUP deve essere in possesso di una laurea magistrale o specialistica e possedere un’anzianità di servizio ed esperienza di almeno cinque anni nell’ambito dell’affidamento di appalti e concessioni di lavori.
 
Per gli appalti di particolare complessità, dopo l’entrata in vigore del nuovo sistema di qualificazione delle Stazioni Appaltanti, sarà necessario possedere la qualifica di project manager.
 

I compiti del RUP

Nella fase di programmazione, il RUP formula proposte e fornisce dati e informazioni utili per la predisposizione del programma triennale dei lavori pubblici e dei relativi aggiornamenti.
 
Nella fase dell’affidamento, il RUP si occupa della verifica della documentazione amministrativa. Se questa è affidata ad un altro ufficio, esercita una funzione di coordinamento e controllo.
 
Nel caso di aggiudicazione con il criterio del minor prezzo, il RUP verifica la congruità delle offerte. Nel caso di aggiudicazione con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo, il RUP verifica la congruità delle offerte con il supporto della commissione giudicatrice.
 
Nella fase dell’esecuzione, il RUP, avvalendosi del direttore dei lavori, sovraintende a tutte le attività finalizzate alla realizzazione degli interventi affidati  assicurando il rispetto delle normative, in particolare quelle in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, e garantendo il rispetto dei tempi di esecuzione previsti nel contratto e la qualità delle prestazioni.
 
Il RUP può svolgere anche le funzioni di progettista, di direttore lavori o di direttore dell’esecuzione, a condizione che sia in possesso del titolo di studio, della formazione e dell’esperienza professionale necessaria e che non ci siano conflitti di interesse.

La bonifica dell’amianto entra nei bonus per la riqualificazione energetica dei condomìni. Lo prevede un emendamento al disegno di Legge di Bilancio 2017, approvato ieri.
 

Ecobonus e bonifica dell’amianto

Gli interventi di rimozione dell’amianto dalle parti comuni degli edifici condominiali potranno usufruire della detrazione fiscale del 65%. Il valore massimo della detrazione sarà 100mila euro.
 
Saranno ammesse al bonus le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018.
 
La norma prevede però un paletto. Le bonifiche dovranno far parte di un intervento di miglioramento dell’efficienza energetica dell’edificio. Questo significa che il progetto complessivo dovrà essere diretto all’efficientamento energetico del condominio e al suo interno si potrà prevedere anche la rimozione dell’amianto.

Bonifica dell’amianto, le altre misure in campo

Tra le altre iniziative per la rimozione e lo smaltimento dell’amianto ricordiamo gli incentivi per le imprese.
 
Alle aziende che nel 2016 hanno effettuato o intendono completare interventi di bonifica dall’amianto sui loro beni e strutture produttive è riconosciuto un credito di imposta pari al 50% delle spese sostenute. La spesa complessiva per il progetto di bonifica deve essere compresa tra 20mila e 400mila euro. Interventi con un costo inferiore o superiore non sono ammessi all’agevolazione.

Gli Enti locali potranno spendere le risorse presenti in cassa per interventi di edilizia scolastica, l’adeguamento antisismico e la prevenzione del rischio idrogeologico.
 
In base al disegno di legge di Bilancio per il 2017, saranno concessi spazi finanziari pari a 700 milioni di euro all’anno nel triennio 2017 – 2019.
 
Potranno usufruirne gli Enti locali già in possesso del progetto esecutivo dell’intervento che intendono finanziare, completo del cronoprogramma della spesa.
 

Edilizia scolastica, antisismica e rischio idrogeologico

Gli spazi finanziari per gli interventi di edilizia scolastica ammonteranno a 300 milioni di euro annui. Il Ministero dell’Economia ripartirà i restanti 400 milioni di euro tra gli Enti locali entro il 15 marzo di ogni anno.
 
Nella ripartizione si seguirà un criterio di priorità: prima gli interventi di edilizia scolastica non rientranti nei 300 milioni iniziali, poi gli investimenti per l’adeguamento antisismico degli immobili e infine quelli per la prevenzione del rischio idrogeologico.
 
Per il 2017 gli Enti locali devono comunicare gli spazi finanziari di cui necessitano entro il 20 febbraio. Dall’anno successivo i termini scadranno ogni 20 gennaio.

Chi non utilizza lo spazio finanziario concesso, l’anno successivo non potrà chiederne altri.

Sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale le linee guida per la compilazione del Documento di gara unico europeo (DGUE). Si tratta del modello che servirà a professionisti e imprese per dichiarare i requisiti di idoneità e l’assenza di cause di esclusione in fase di domanda di partecipazione ad una gara e di presentazione delle offerte. Ma non solo, perché con i dovuti adattamenti potrà essere usato anche dall’operatore che si è aggiudicato la gara e che vuole ottenere l’autorizzazione al subappalto.
 
Il DGUE, in pratica, sostituisce i singoli moduli predisposti dalle Amministrazioni, semplifica le procedure e standardizza le dichiarazioni, riducendo gli oneri amministrativi che gravano sulle PA e sugli operatori che intendono partecipare ad una gara.
 
Previsto dalla Direttiva 2014/247UE sugli appalti pubblici, il DGUE è stato introdotto in tutti i Paesi Europei come modello con il Regolamento 7/2016. In Italia è stato regolato dall’articolo 85 del Codice Appalti (D.lgs. 50/2016). Trattandosi di una novità, sono state necessarie delle linee guida per orientare gli operatori che lo useranno.
 

Documento di gara unico europeo

Le linee guida spiegano innanzitutto che il DGUE sarà utilizzabile in tutte le procedure di affidamento e per qualunque importo. Fanno eccezione gli affidamenti diretti sotto 40mila euro, dove la Stazione Appaltante potrà scegliere se usare o meno il DGUE.
 
Dal 18 aprile 2018 il DGUE sarà solo online. Fino ad allora versione telematica e cartacea coesisteranno.
 
Con il DGUE si fornirà alla Stazione Appaltante una sorta diautocertificazione sul possesso dei requisiti richiesti dal bando e sull’assenza di cause di esclusione previste dall’articolo 80 del Codice.
 

Documento di gara unico europeo, dichiarazioni in sei parti

Il DGUE si articola in sei parti. La prima contiene tutte le informazioni sulla procedura d’appalto e l’amministrazione aggiudicatrice. Nella seconda devono essere indicate le informazioni sull’operatore economico e sull’eventuale ricorso all’avvalimento o al subappalto.
 
La terza parte certifica l’assenza di cause di esclusione. Si compone di tre sottosezioni: la A, riferita alle condanne penali, la B, al pagamento di imposte, tasse e contributi previdenziali, e la C contenente le informazioni su insolvenze, conflitti di interesse o illeciti professionali.
 
La quarte parte contiene le informazioni sul possesso dei requisiti richiesti, cioè idoneità professionale, capacità economica e finanziaria, capacità tecniche e professionali.
 
Nella quinta parte l’operatore autocertificherà di essere tra i soggetti che la SA non può escludere per limitare il numero di candidati qualificati nelle procedure di particolare complessità. Questo meccanismo è previsto dall’articolo 91 del Codice Appalti e, in caso di procedura ristretta per la realizzazione di un’opera complessa, consente alle Amministrazioni aggiudicatrici di non prendere in considerazione alcuni operatori per assicurare la qualità e la competenza.
 
La sesta parte contiene le dichiarazioni finali sulla veridicità delle informazioni rese.
 
Le Stazioni Appaltanti potranno prevedere che, in corrispondenza dei dati dichiarati, l’operatore indichi l’Autorità che possa comprovarne la veridicità.

Il nuovo Codice Appalti non è ancora entrato completamente a regime (mancano infatti i decreti attuativi) e già desta qualche dubbio interpretativo nelle applicazioni pratiche.
 
È il caso dell’articolo 20, che consente di non applicare il Codice, quindi di non bandire gare, quando a curare la realizzazione delle opere pubbliche sono i privati a loro spese. La formulazione dell'articolo è stata considerata troppo generica, tanto da non rendere chiari alle Amministrazioni i paletti della norma, cioè quando un'opera è realizzata a titolo gratuito.
 

Codice Appalti e opere senza gara

Su questa norma il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, aveva già espresso le sue perplessità in fase di approvazione del Codice Appalti. Riserve fondate dato che, a pochi mesi di distanza, ha dovuto chiarire cosa si intende per privato che realizza l’opera pubblica a sue spese.
 
Con la delibera 763/2016, Raffaele Cantone ha spiegato che se il privato, ad esempio un imprenditore, propone la realizzazione di un’opera e la realizza completamente a suo carico, non è necessario bandire nessuna gara.
 
Se, però, il privato chiede in cambio delle utilità, la realizzazione dell’opera non può essere più considerata a titolo gratuito e deve quindi essere bandita una gara d’appalto.
 

Codice Appalti e opere senza gara, il caso

La pronuncia dell’Anac segue la richiesta di parere avanzata dalla Regione Lombardia dopo che un imprenditore, promotore per la realizzazione di un centro commerciale, aveva proposto di realizzare a sue spese la viabilità speciale per il raggiungimento della struttura.
 
In cambio l’imprenditore aveva chiesto le autorizzazioni necessarie ad aprire il centro tra cui, in primis, il rilascio del permesso di costruire.
 
L’Anac ha bocciato questa proposta facendo notare che le autorizzazioni chieste in cambio dei lavori devono essere considerate una sorta di pagamento. Venendo quindi meno la realizzazione a titolo gratuito, i lavori devono essere affidati necessariamente con gara d’appalto. 

Con le correzioni formali al nuovo Codice Appalti arrivano anche piccoli aggiustamenti sulle soglie per l’affidamento degli incarichi di progettazione.
 
Nulla di eclatante, la differenza infatti è di pochi centesimi, tanto che anche queste precisazioni possono essere considerate solo materiali.
 

Le soglie delle gare di progettazione

L’affidamento diretto degli incarichi sarà possibile per importi inferiori a 40mila euro. Nella versione del Codice pubblicata ad aprile era invece previsto un imposto inferiore o uguale a 40mila euro.
 
Cambiano di conseguenza anche gli altri scaglioni di importo.
 
Per le gare di progettazione di importo pari o superiore a 40mila euro (non più superiore) e inferiore a 100mila euro (non più inferiore o uguale) si userà la procedura negoziata con invito rivolto ad almeno cinque operatori del settore.
 
Dai 100mila euro in su si utilizzerà la procedura aperta o ristretta. Si tratta delle procedure regolate dagli articoli 60 e 61 del Codice Appalti, in cui qualunque operatore può presentare domanda di partecipazione in risposta ad un avviso di indizione di gara.
 

Correzioni formali al Codice Appalti

Il comunicato di rettifica al Codice Appalti è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 luglio 2016. Non ha apportato variazioni sostanziali, ma ha corretto solo spazi mancanti, concordanze sbagliate e segni di punteggiatura. Errori dovuti alla fretta con cui è stato pubblicato il Codice.

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la rettifica degli errori materiali del nuovo Codice Appalti.
 
Si tratta di correzioni formali, nulla a che vedere con il primo decreto correttivo che dovrebbe apportare modifiche sostanziali ai contenuti della norma. 
 

Correzioni formali al Codice Appalti

Le otto pagine di rettifiche pubblicate in Gazzetta Ufficiale non modificano il senso della norma.  

Le correzioni riguardano infatti refusi causati probabilmente dalla fretta con cui è stato pubblicato il Codice per rispettare la scadenza del 18 aprile fissata dall'Unione Europea. Tempi stretti, che non hanno consentito una revisione del testo prima della pubblicazione in Gazzetta.

Le correzioni intervengono su spazi mancanti, concordanze sbagliate e segni di punteggiatura. Ognuna riporta l'articolo del Codice su cui interviene e la pagina della Gazzetta Ufficiale del 19 aprile 2016 su cui è avvenuta la pubblicazione.
 

Primo correttivo del Codice Appalti

Al momento si sa che il testo del primo decreto correttivo è in fase di gestazione, ma non se ne conoscono i contenuti e gli operatori del settore stanno avanzando qualche richiesta.
 
È il caso degli importi a base di gara. I parametri per calcolarli, e quindi scegliere la procedura di affidamento più idonea, sono considerati solo facoltativi. Nei giorni scorsi, durante un convegno organizzato a bari dall’Ordine degli Ingegneri, è emerso che i nuovi parametri non danno agli operatori un margine di certezza considerato sufficiente né assicurano compensi dignitosi, in grado di assicurare la qualità.
 
Secondo gli Architetti, sarebbe da rivedere il contenuto del progetto di fattibilità, potenziato rispetto al passato per ridurre le varianti. 
 
Sono però state segnalate delle criticità: il fatto che il progetto di fattibilità viene redatto  prima della redazione dell’elenco annuale, in un momento in cui le amministrazioni non sono ancora in possesso di alcun finanziamento, col rischio di un blocco generale dei progetti, a meno che le Amministrazioni non possano accedere ad appositi fondi di rotazione che coprano i costi della progettazione di fattibilità, da recuperare, a valle dell’affidamento dei lavori, incamerando il ribasso d’asta.
 
Una seconda criticità riguarda i concorsi di progettazione. Il vicepresidente del Consiglio nazionale degli Architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori (Cnappc),Rino La Mendola,  ha sottolineato la necessità di modificare l’articolo 8 stabilendo in modo chiaro gli elaborati ed i documenti che devono essere prodotti dalla stazione appaltante e quelli che invece sono a carico dei concorrenti. Senza una riduzione della documentazione a carico dei concorrenti, La Mendola pensa che la procedura del concorso  non sarebbe praticabile, rischiando di violare un o dei cardini della delega: il rilancio del progetto al centro del processo di realizzazione delle opere pubbliche.

Il GSE ha pubblicato le Procedure Applicative che disciplinano le modalità per accedere agli incentivi destinati alla produzione di energia elettrica da impianti a fonti rinnovabili diversi dal fotovoltaico, come da DM 23 giugno 2016.

Il documento contiene:
- i regolamenti per l’iscrizione ai Registri, alle Procedure d’Asta e ai Registri per i rifacimenti;
- le procedure per la richiesta di accesso agli incentivi;
- le modalità di calcolo e di erogazione degli incentivi, ivi inclusi i criteri di riconoscimento dei premi;
- i principi dello svolgimento dei controlli e delle verifiche sugli impianti.
 
Per l’accesso diretto si può presentare richiesta fino al 31 dicembre 2017 o, in ogni caso, entro 30 giorni dalla data dell’eventuale raggiungimento del tetto di 5,8 miliardi di euro annui, attualmente a quota 5,553 miliardi di euro (contatore Gse).
 
Entro il 20 agosto 2016, come previsto agli articoli 9 e 12 del Decreto, il GSE pubblicherà i Bandi per l’iscrizione ai Registri e per la partecipazione alle Procedure di Asta. 
 
L’iscrizione ai Registri e la partecipazione alle Procedure d’Asta saranno possibili esclusivamente tramite l’apposito portale informatico FER-E.
 

Gli incentivi per le rinnovabili non fotovoltaiche

Il decreto per le rinnovabili diverse dal fotovoltaico metterà a disposizione, a regime,435 milioni di euro all’anno per impianti nuovi, integralmente ricostruiti, riattivati, oggetto di interventi di potenziamento o di rifacimento ed entrati in esercizio dal 1° gennaio 2013.

Il Decreto garantisce incentivi specifici per ciascuna fonte: 105 milioni di euro per la valorizzazione energetica di scarti e dei residui dell’agricoltura (biomasse); 98 milioni di euro per lo sviluppo di tecnologie innovative nel solare termodinamico; 85 milioni per l’eolico on-shore e 10 milioni per l’off-shore; 61 milioni di euro per l’idroelettrico e 37 milioni per la geotermia29 milioni di euro, invece, saranno messi a disposizione dei “rifacimenti”, ovvero per le bonifiche e le riqualificazioni di vecchie centrali.

Quali procedure seguire in base alle conseguenze  che le opere edilizie possono avere sull’ambiente? Lo spiega il decreto “Scia 2”.
 
La terza sezione della tabella allegata al decreto, che schematizza i titoli abilitativi necessari per ogni intervento edilizio, individua l’iter e le autorizzazioni necessarie per valutare l’impatto delle opere sull’ambiente.
 
La tabella comprende Autorizzazioni integrate ambientali (AIA), valutazioni di impatto ambientale (VIA), autorizzazioni uniche ambientali (AUA), attività relative ad immissioni in atmosfera, gestione dei rifiuti, inquinamento acustico, scarichi idrici, dighe, bonifiche per un totale di 37 attività.
 
In corrispondenza di ogni attività è indicato il regime amministrativo, cioè se è necessaria una autorizzazione o è invece sufficiente una comunicazione, l’eventuale concentrazione di regimi amministrativi, cioè il bisogno di adempimenti ulteriori, e i riferimenti normativi che regolano il caso specifico.
 

Autorizzazione integrata ambientale – AIA

Necessitano dell’AIA:
- l’installazione o la modifica sostanziale di impianti destinati ad attività energetiche, come cokerie, raffinerie di petrolio e gas,  gli impianti per la lavorazione dei metalli e i prodotti minerari;
- la modifica non sostanziale degli impianti già in possesso di AIA;
- la voltura dell’AIA.
 

Valutazione di impatto ambientale – VIA

La VIA è richiesta per la realizzazione di opere o impianti che possono produrre impatti significativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale. Si tratta di impianti e opere contenute negli Allegati II e III del Codice Ambientale, tra cui centrali termiche, raffinerie, centrali nucleari, acciaierie, impianti chimici, aeroporti e tronchi ferroviari, porti, autostrade, gasdotti, oleodotti, cave e miniere
 
La valutazione di impatto ambientale serve a misurare il raggio d’azione degli effetti prodotti dalle opere, in termini di qualità ambientale e coinvolgimento di persone e altre opere presenti.
 

Autorizzazione integrata ambientale – AUA

L’AUA deve essere utilizzata per la realizzazione di impianti non soggetti ad AIA che necessitano anche di autorizzazione agli scarichi, comunicazione preventiva per l’utilizzo delle acque di vegetazione e reflue, autorizzazione alle emissioni in atmosfera, comunicazioni in materia di rifiuti.
 

Emissioni in atmosfera

La tabella spiega che per la realizzazione o il trasferimento degli stabilimenti industriali è richiesta una autorizzazione. Se l’attività produce esalazioni insalubri deve essere inviata anche una comunicazione al Comune, che può vietare l’attivazione o prescrivere ulteriori adempimenti per la tutela della salute.
 
Una volta ottenuta l’autorizzazione, per la messa in esercizio dello stabilimento è sufficiente una comunicazione. Le modifiche non sostanziali agli stabilimenti richiedono un’autorizzazione che si può formare anche per silenzio assenso in caso di inerzia del Comune.
 

Bonifiche

Il decreto introduce una serie di semplificazioni con l’obiettivi di incentivare le bonifiche da parte di soggetti estranei alla contaminazione. Proprietari, gestori o soggetti che hanno la responsabilità del sito in cui si rileva il superamento della soglia di contaminazione, o il pericolo che questo accada, possono attuare le misure di prevenzione dandone comunicazione immediata alla Regione.
 
L’estraneità alla contaminazione si può autocertificare e così si può subentrare nelle attività di bonifica in qualunque momento. È inoltre possibile suddividere in lotti non inferiori a 15mila metri quadri le aree da sottoporre a bonifica. I documenti di analisi di rischio e di bonifica possono essere presentati insieme al piano di caratterizzazione.
 
Chi opta per la suddivisione in lotti ha degli sconti fino al 30% sulle garanzie finanziarie da presentare per la realizzazione dell’intervento e il conseguente sfruttamento del sito.
 

Gestione dei rifiuti

Per l’iscrizione all’Albo dei gestori ambientali e la realizzazione di impianti di smaltimento è richiesta una autorizzazione. Per i rinnovi basta invece una comunicazione.
 

Inquinamento acustico

A seconda dell’attività da realizzare saranno necessari determinati accertamenti per valutare l’impatto sugli abitanti. Ma non solo, perché nella costruzione di scuole, ospedali o parchi si valuterà il clima acustico delle aree interessate per capire se la zona è idonea ad ospitare queste strutture. Se non si superano determinate soglie, individuate dal DPCM 14 novembre 1997, basterà la comunicazione.
 
La tabella spiega in dettaglio quali procedure seguire anche per la valutazione dell’impatto prodotto dagli scarichi idrici, dalle dighe e dall’utilizzo dei corsi d’acqua. 

Dal 1° gennaio 2017 la Segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) diventerà unificata e avrà modelli unici in tutta Italia. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore il 28 luglio il D.lgs. 126/2016 che attua la Riforma della Pubblica Amministrazione (Legge 124/2015).
 

Come funziona la Scia Unificata

Alla base della Scia Unificata ci sono i tempi certi entro cui le Amministrazioni devono rispondere e il divieto di chiedere informazioni e documenti aggiuntivi rispetto a quelli previsti o di cui gli uffici pubblici sono già in possesso.
 
Il professionista dovrà quindi presentare un’unica Scia allo sportello unico dell'amministrazione interessata. Sarà poi questa a trasmettere la richiesta alle altre PA nel caso in cui siano necessari altre autorizzazioni o verifiche preventive.
 
Contestualmente alla presentazione della Scia, che potrà avvenire ancheonline, l’Amministrazione rilascerà una ricevuta in cui dovrà indicare itempi di risposta o il momento a partire dal quale si potranno calcolare i termini per la formazione del silenzio assenso.


Se dovesse essere necessaria la Conferenza di Servizi, i termini per la sua convocazione decorreranno dal rilascio di tutti i provvedimenti richiesti.
 
I lavori potranno invece iniziare subito se non sono richieste altre autorizzazioni o titoli espressi.
 
In caso di dichiarazioni mendaci o coinvolgimento di interessi sensibili, come ambiente e paesaggio, sarà adottato un provvedimento di sospensione.
 

Scia 1 e Scia 2

Il decreto pubblicato in Gazzetta è conosciuto anche come “Scia 1” e detta gli step con cui le Amministrazioni dovranno adeguarsi al nuovo sistema.
 
A questo decreto se ne abbina un altro, ribattezzato “Scia 2” e in fase di definizione, che individuerà con precisione gli interventi soggetti a Scia, quelli che necessitano del permesso di costruire e i casi in cui è ammesso il silenzio assenso. I lavori non annoverati in questo elenco saranno considerati edilizia libera.

Anche nel 2016 si potranno compensare debiti e crediti con la Pubblica Amministrazione. Lo prevede il DM 27 giugno 2016 pubblicato in Gazzetta Ufficiale e già in vigore.
 
Professionisti e imprese potranno compensare le cartelle esattoriali notificate entro il 31 dicembre 2015 con i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili vantati nei confronti della Pubblica Amministrazione.
 

Compensazione debiti e crediti con la Pubblica Amministrazione

Perché l’operazione sia possibile, i crediti devono essere certificati secondo quanto previsto dal DM 22 maggio 2012 e dal DM 25 giugno 2012 e attraverso la piattaforma elettronica messa a disposizione dal Ministero dell’Economia. L'amministrazione debitrice che riceve l’istanza dal creditore, certifica entro 60 giorni che il credito è certo, liquido ed esigibile, ma può anche rilevare l'insussistenza o l’inesigibilità totale o parziale. In caso di inerzia dell’Amministrazione può essere nominato un commissario ad acta.

La compensazione è possibile quando il debito è di importo minore o uguale al credito vantato. Dopo aver acquisito la certificazione, il creditore la presenta all'agente della riscossione competente. Questi ne verifica i contenuti e, in caso di esito positivo, il debito si estingue limitatamente all'importo corrispondente al credito certificato. L’agente può anche procedere alla riscossione coattiva se l’ente pubblico non gli versa quanto dovuto entro sessanta giorni.
 

Ritardo nei pagamenti della Pubblica Amministrazione

La compensazione dei debiti e dei crediti nei confronti della Pubblica Amministrazione è nata per alleggerire professionisti e imprese dal problema dei ritardati pagamenti.
 
Secondo Confartigianato il problema persiste e riguarda 647 mila imprese fornitrici, pari al 15,1% delle imprese attive. Le ultime valutazioni della Banca d’Italia indicano tempi medi di pagamento di 115 giorni, in riduzione rispetto ai 120 del 2014. Nel confronto internazionale, effettuato su 25 paesi dell’Unione Europea,  emerge che l’Italia impiega 80 giorni in più per saldare i pagamenti.
 
I debiti commerciali complessivi delle Amministrazioni pubbliche sono pari al 4% del PIL, valutabili in 65,4 miliardi di euro.

Chi ha finito di pagare il mutuo potrà controllare gratis e online se sull’immobile grava ancora l’ipoteca.
 
L’Agenzia delle Entrate ha attivato il servizio “Interrogazione del registro delle comunicazioni” che permette di conoscere lo stato di lavorazione della cancellazione di un'ipoteca.
 
Vi si può accedere attraverso i canali Fisconline e Entratel da tutto il territorio nazionale, tranne che dalle Province di Trento e Bolzano e dai territori in cui vige il sistema tavolare di pubblicità immobiliare.
 

Cancellazione dell’ipoteca

Accedendo ai canali dell’Agenzia delle Entrate, è possibile sapere se il creditore, ad esempio la banca che ha erogato il mutuo, ha inviato lacomunicazione per la cancellazione dell’ipoteca, se la pratica è stata presa in carico e se si è conclusa con la cancellazione dell’ipoteca.
 
Gli utenti possono inoltre verificare se la comunicazione non è stata presa in carico dall’ufficio perché i dati indispensabili per la cancellazione mancano o sono errati, oppure se la cancellazione non può essere eseguita perché, ad esempio, il creditore ha chiesto la permanenza dell’ipoteca.
 
Si tratta di una semplificazione che velocizza e abbatte i costi collegati alle pratiche di richiesta informazioni. Finora, infatti, le informazioni potevano essere richieste solo presentando l’apposito modulo presso i Servizi di pubblicità immobiliare delle direzioni provinciali.

La Conferenza Unificata Stato-Regioni del 7 luglio scorso ha dato parere positivo all’autorizzazione paesaggistica semplificata.
 

Autorizzazioni paesaggistiche: le semplificazioni previste

Il decreto individua gli interventi ritenuti di lieve entità da sottoporre ad autorizzazione paesaggistica semplificata, e quelli per i quali l’autorizzazione non sarà più richiesta.
 
L’allegato A del decreto individua i 31 piccoli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica tra cui gli interventi (che non comportino modifiche sostanziali) volti a migliorare l’efficienza energetica e il consolidamento statico e le opere indispensabili per il supermento delle barriere architettoniche.
 
L’allegato B esplicita le 42 tipologie di interventi considerati ad impatto lieve sul territorio come interventi antisismici e di miglioramento energetico che comportino innovazioni nelle caratteristiche morfologiche dell’edificio e la realizzazione di tettoie e porticati.
 
La procedura prevista per gli interventi di lieve entità viene inoltre coordinata con le Riforme Madia in materia di silenzio assenso e diConferenze di Servizi, e viene facilitata la procedura per le istanze di rinnovo di autorizzazioni paesaggistiche.
 

Autorizzazione paesaggistica semplificata: l'intesa con le Regioni

Secondo le Regioni il decreto dovrebbe eliminare circa un terzo del carico di lavoro agli uffici degli enti preposti alla gestione del vincolo paesaggistico.
 
Per semplificare ulteriormente i processi autorizzativi le Regioni hanno proposto l’eliminazione “del parere del Soprintendente per la parte inerente la realizzazione e l'adeguamento della viabilità forestale”. 
 
Tra le richieste espresse dalla Regione Friuli Venezia Giulia ha trovato accoglimento anche quella relativa al mantenimento della validità degli accordi di semplificazione paesaggistica già sottoscritti dalla Regione FVG e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT).
 
La Regione ha inoltre espresso parere favorevole anche in considerazione del fatto che molte modifiche e semplificazioni sono attese da anni e che le raccomandazioni poste dalle Regioni nel documento esaminato e integrato congiuntamente al MiBACT dovrebbero attivare, come è stato assicurato, unTavolo per monitorare eventuali difficoltà applicative della nuova disciplina.
 
Anche l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Anci) ha espresso soddisfazione per l’intesa sancita. Il Sindaco di Catania ha dichiarato: “A causa dei vincoli paesaggistici molti cittadini non potevano apportare alle proprie abitazioni la minima modifica poiché vincolata ad un parere della sovrintendenza di turno. La decisione di oggi modifica le procedure e, per quegli interventi edilizi di lieve entità indicati nello schema di regolamento approvato già in via preliminare del Consiglio dei Ministri, si potrà procedere alle modifiche scaduti i termini dell’invio della domanda che variano dai 30 ai sessanta giorni. Questo semplificherà e velocizzerà le procedure e migliorerà la vita dei cittadini”. 

L’Agenzia delle Entrate ha attivato la prima versione del servizio webgratuito che consente di generare, trasmettere e conservare le fatture elettroniche.
 
Il sistema può essere utilizzato sia per le fatture indirizzate ai provati sia per quelle da inviare alle Pubbliche Amministrazioni.
 

Fatturazione elettronica, come si usa il servizio

Per accedere al sistema bisogna accedere al sito dell’Agenzia delle Entrate, cliccare sul logo della fatturazione elettronica e autenticarsi con le proprie credenziali (le stesse che si utilizzano per i servizi Fisconline, Entratel, Sistema pubblico di identità digitale, Carta nazionale dei servizi).
 

Cosa è la fatturazione elettronica

L’attivazione del servizio rientra nell’ambito della digitalizzazione dei processi amministrativi, pensato per rendere la gestione delle fatture più rapida ed efficiente, con una riduzione degli errori, ma anche per consentire il risparmio di carta e delle spese per la spedizione e l’archiviazione cartacea.
 
Il sistema, fa sapere l’Agenzia delle Entrate, sarà potenziato. Dal 1° gennaio 2017 sarà avviato il servizio per la memorizzazione e la trasmissione elettronica dei corrispettivi giornalieri relativi alle cessioni di beni e alla fornitura di servizi; nei prossimi mesi, inoltre, sarà rilasciata anche l’app per smartphone e tablet.
 
Ricordiamo che dal 31 marzo 2015 la fatturazione elettronica è a regime per tutte le Pubbliche Amministrazioni. Il D.lgs. 127/2015 ha inoltre previsto degli incentivi per i privati che scelgono la fatturazione elettronica.
 
Per agevolare questa scelta, l’Agenzia delle Entrate nei giorni scorsi ha pubblicato lebozze dei documenti tecnici per l’utilizzo del Sistema di Interscambio (SdI). Si tratta della piattaforma già in uso per la fatturazione elettronica verso le Pubbliche amministrazioni, che può essere utilizzata anche nei rapporti commerciali tra privati.

Per lavorare in Italia, le Soa potranno stabilire la propria sede legale in qualunque paese dell’Unione Europea. In Italia, invece, dovrà comunque esserci una sede operativa. È stata approvata in via definitiva laLegge Europea.
 
La legge approvata mette fine alla procedura di infrazione avviata da Bruxelles contro la normativa italiana, considerata colpevole di porre limiti alla concorrenza introcomunitaria.
 

Soa, le sedi in Italia e in Europa

Nel Dpr 207/2010 (Regolamento attuativo del vecchio Codice Appalti) era infatti previsto che le Soa dovessero necessariamente avere la sede legale in Italia. Diversamente, non avrebbero potuto operare con le imprese italiane.
 
Al contrario, la Corte di Giustizia Europea ha spiegato che solo le società con poteri decisionali connessi all’esercizio dei poteri pubblici devono stabilire la sede legale sul territorio nazionale di appartenenza, mentre quelle a scopo di lucro che operano in condizioni di concorrenza possono stabilirla ovunque.
 
In Italia bisognerà avere comunque una sede operativa.
 

Soa e nuovo Codice Appalti

I contenuti della norma potrebbero avere vita breve. Sia la Camera che il Senato in fase di approvazione hanno infatti sottolineato che la Legge Europea modifica il Regolamento attuativo del vecchio Codice Appalti. Il Regolamento sta subendo una abrogazione “pezzo a pezzo”, man mano che vengono approvare le linee guida e i decreti attuativi del nuovo Codice Appalti (D.lgs. 50/2016).
 
Le Soa tornano anche nel nuovo Codice Appalti: sono organismi di diritto privato che attestano, a favore dei soggetti esecutori di lavori pubblici di importo pari o superiore a 150mila euro, il possesso dei seguenti requisiti di qualificazione:
 
- l'assenza dei motivi di esclusione di un operatore economico dalla partecipazione a procedure di appalto o concessione;
- il possesso dei requisiti di capacità economica, finanziaria, tecnica e professionale elencati all'articolo 83 del medesimo decreto;
- il possesso di certificazione di sistemi di qualità conformi alle norme europee della serie UNI EN ISO 9000 e alla vigente normativa nazionale;
- il possesso di certificazione del rating di impresa, rilasciata dall'ANAC, basato - ai sensi del comma 10 dell'articolo 83 del medesimo decreto legislativo n. 50 del 2016 - su indici qualitativi e quantitativi, oggettivi e misurabili, nonché sulla base di accertamenti definitivi che esprimono la capacità strutturale e di affidabilità dell'impresa.
 
Molto probabilmente saranno necessari ulteriori raccordi normativi che potrebbero essere contenuti nelle linee guida sulla qualificazione.

Se una serra altera la facciata del condominio, deve essere rimossa. Non importa che il manufatto sia stato autorizzato dal Comune e realizzato in regola.
 
Con la sentenza 12917/2016, la Corte di Cassazione ha spiegato che, prima di iniziare i lavori, oltre alle dovute autorizzazioni bisogna prendere in considerazione il regolamento condominiale e l’impatto che il manufatto avrebbe sul resto dei condòmini.
 
Nel caso esaminato, una serra era stata costruita sul terrazzo di un appartamento dopo che il proprietario aveva ottenuto il permesso di costruire dal Comune. La serra, quindi, non era abusiva e rispettava tutte le norme urbanistiche.
 
Il condominio si era però opposto, sostenendo che la serra  alterava la facciata del palazzo, e aveva fatto ricorso chiedendo la sua rimozione.
 
Nel vari gradi di giudizio, fino ad arrivare in Cassazione, i giudici hanno datoragione al condominio.
 
È stato spiegato infatti che l’autorizzazione del Comune regola il rapporto tra il privato e la Pubblica Amministrazione, ma non può incidere negativamente sui rapporti tra privati, in questo caso sui rapporti tra condòmini.
 
Dopo una serie di accertamenti, i giudici hanno rilevato che la serra aveva “dimensioni molto rilevanti, tanto da apparire come un prolungamento dei locali interni dell'unità immobiliare”. Per questo motivo incideva negativamente sull’aspetto della facciata, creando un danno ai condòmini.
 
La Cassazione ha quindi chiuso il caso imponendo la rimozione della serra.

 Il preliminare di vendita di un immobile abusivo non può essere considerato nullo se la sanatoria edilizia tarda ad arrivare per colpa della Pubblica Amministrazione. Lo ha affermato il Tribunale di Palermo con la sentenza 970/2016.
 
Il caso esaminato riguarda la vendita di un immobile realizzato in parte abusivamente. In fase di stipula del preliminare di vendita e del versamento della caparra, il venditore si era impegnato a ottenere la sanatoria edilizia delle irregolarità.
 
Il venditore aveva quindi presentato al Comune la domanda di permesso di costruire in sanatoria, ma a causa di una serie di ritardi della Pubblica Amministrazione il condono era rimasto in sospeso per diversi anni.
 
L’acquirente aveva allora chiesto la risoluzione del contratto e la restituzione del doppio della caparra per inadempimento del venditore, che si era impegnato a richiedere la sanatoria ma dopo anni non l’aveva ancora ottenuta.
 
Il Tribunale ha dato torto all’acquirente sottolineando che il ritardo era stato causato dall’Amministrazione, non da un’inadempienza del venditore, che invece aveva provveduto a inoltrare tutte le richieste.
 
Il preliminare di vendita non è stato quindi annullato e il giudice ha stabilito che deve essere considerato valido fino alla pronuncia del Comune sulla domanda di permesso in sanatoria.
 
Il Tribunale ha quindi spiegato che dopo la decisione del Comune si può proseguire con la stipula del contratto definitivo o, nel caso in cui la sanatoria non sia possibile, con l’eventuale annullamento del preliminare.

Lo sviluppo delle attività commerciali dovrà avvenire nel rispetto dei beni culturali. Lo prevede il decreto “Scia 2”, approvato  la scorsa settimana dal Consiglio dei Ministri in attuazione della Riforma della Pubblica Amministrazione (Legge 124/2015).
 
La norma mira a regolare le attività commerciali nei centri storici o nelle zone di interesse storico e artistico con un duplice obiettivo: far sì che gli esercizi commerciali non interferiscano con la fruizione dei beni culturali, ma allo stesso tempo tutelare le botteghe ben inserite nel contesto perchè espressione di un'identità culturale.
 

Botteghe storiche e Scia 2

I Comuni, di intesa con le Regioni e sentita la Soprintendenza, potranno individuare aree di particolare valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico in cui vietare, o sottoporre ad autorizzazione, l’esercizio di alcune attività commerciali che possono risultare incompatibili con le esigenze di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
 

Botteghe storiche e tutela dei beni culturali

La norma sulle botteghe storiche persegue e completa gli obiettivi indicati dall’articolo 52 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.lgs 42/2004) in base al quale i Comuni individuano e promuovono i locali in cui si svolgono attività artigianali e commerciali tradizionali che sono considerate espressione dell’identità culturale.
 
Il Codice dei beni culturali dà inoltre ai Comuni la possibilità di vietare le attività che possono interferire con il decoro dei monumenti e delle aree interessate da flussi di turisti. Attività che i Comuni possono delocalizzare altrove dietro pagamento di un indennizzo. 

“Una norma attesa da anni - ha commentato il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini - che permetterà ai sindaci di tutelare le botteghe storiche”.

Prosegue l’impegno del Governo per l’efficientamento energetico delle scuole. Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le Faq per rispondere ai dubbi sull’utilizzo del Fondo Kyoto.
 
Interventi finanziabili, certificazione e diagnosi energetica, requisiti tecnici, costi ammissibili e procedure sono gli argomenti su cui il Ministero ha fornito una serie di risposte.
 

Fondo Kyoto, interventi finanziabili

Il Fondo, che può contare su 247 milioni di euro, concede finanziamenti agevolati a un tasso dello 0,25% per l’efficientamento degli edifici scolastici pubblici.
 
Si può fare domanda per analisi, monitoraggio, audit e diagnosi energetica, cui possono essere assegnati al massimo 30mila euro da restituire in dieci anni. Ammessi anche la sostituzione degli impianti, con un milione di euro da restituire in vent’anni, e gli interventi di riqualificazione comprendenti sia l’involucro che gli impianti. A questi lavori potranno essere assegnati 2 milioni per edificio e il finanziamento avrà una durata di vent’anni.
 
Gli interventi dovranno essere portati a termine entro 3 anni dalla data di inizio e garantire il miglioramento del parametro dell’efficienza energetica di almeno due classi in tre anni. È inoltre necessario che le spese siano state sostenute dopo l’entrata in vigore del DM 40/2016, che ha riprogrammato le risorse non utilizzate col primo bando.
 
Dopo aver individuato l’edificio su cui intervenire, l’Amministrazione deve far redigere l’Ape e un progetto per il miglioramento dell’efficienza energetica e presentare domanda entro il 18 ottobre 2016.
 
Tra gli interventi finanziabili rientrano anche l’adeguamento antisismico, l’adeguamento alle norme di sicurezza e la bonifica dall’amianto.
 
Ogni Amministrazione può presentare domanda più domande di finanziamento, fermo restando il limite di spesa per edificio. La richiesta può essere inviata anche di chi ha già usufruito del precedente Fondo Kyoto e intende realizzare altri interventi.
 
Alla domanda vanno allegate la certificazione energetica e la diagnosi energetica dell’edificio rilasciate da un tecnico abilitato.
 

Fondo Kyoto e requisiti tecnici degli interventi

Il riferimento da tenere presente è il vecchio Conto Termico. Ricordiamo che lo sportello per usufruire del finanziamento agevolato è stato aperto ad aprile. Per le domande presentate dal 1° giugno si possono usare anche i riferimenti tecnici del nuovo Conto Termico.
 
Se il progetto sfora i costi ammissibili, potranno essere finanziate solo le parti che rientrano nei tetti previsti e l’Amministrazione dovrà indicare le modalità con cui finanziare la parte restante.

Gli interventi volti al migliormanto dell’efficienza energetica, all’adeguamento antisismico, all’eliminazione delle barriere architettoniche (compresa l’installazione di un servoscala o ascensore esterno) che non comportino elementi emergenti dalla sagoma saranno esentati dall’autorizzazione paesaggistica.
 
Il Consiglio dei Ministri del 15 giugno scorso ha infatti deliberato l’approvazione in esame preliminare del Decreto che individua gli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata.
 

Autorizzazione paesaggistica: gli interventi esclusi

I piccoli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica (in tutto 31) in virtù dell’assenza d’impatto negativo sul territorio, sono contenutinell’allegato A del decreto.
 
Tra le opere "libere" da nullaosta paesaggistico:
- interventi di coibentazione volti a migliorare l’efficienza energetica che non comportino manufatti emergenti dalla sagoma;
- interventi di consolidamento statico per l’adeguamento ai fini antisismici che non modifichino la volumetria e l’altezza dell’edificio;
- interventi indispensabili per il supermanto di barriere architettoniche come ascensori esterni o altri manufatti simili;
- installazione di pannelli solari o fotovoltaici su coperture piane non visibili dagli spazi pubblici esterni;
- sostituzione o adeguamento di cancelli e recinzioni;
- interventi nel sottosuolo come la realizzazione di volumi completamente interrati che non comportino opere soprasuolo;
- opere temporanee che occupino suolo per non più di 120 giorni nell’anno;
- installazione di tende a protezione di attività commerciali o in spazi pertinenziali ad uso privato.
 

Autorizzazione paesaggistica semplificata

Lo stesso decreto, nell’allegato B, prevede un’autorizzazione semplificata e rapida per 42 tipologie di interventi considerati ad impatto lieve sul territorio.
 
Tra gli interventi sottoposti a procedura semplificata:
- opere che comportano un incremento di volume fino al 10% della volumetria che non alterino le caratteristiche del fabbricato;
- interventi antisismici, di miglioramento energetico o per il superamento delle barriere architettoniche che comportino innovazioni nelle caratteristiche morfologiche dell’edificio o sulla sagoma;
- realizzazione di tettoie, porticati, chiostri da giardino permanenti, aventi una superficie non superiore a 30 mq;
- installazione di impianti fotovoltaici o termici visibili dall’esterno.  

Il procedimento autorizzatorio semplificato prevede un modello predefinito per presentare la richiesta (allegato C) e una scheda standardizzata per la relazione paesaggistica semplificata (allegato D) da presentare a corredo dell'istanza.

L'intero procedimento dovrà concludersi nel termine tassativo di 60 giorni; le amministrazioni avranno quindi 30 giorni per valutare la conformità dell’intervento al piano paesaggistico e, in caso di eventuali integrazioni documentali, sarà prevista la sospensione del termine del procedimento.
 
Oltre agli ‘interventi di lieve entità’ il procedimento semplificato riguarderà anche le istanze di rinnovo di autorizzazioni paesaggistiche scadute da non più di un anno e relativi a interventi eseguiti solo in parte.
 

Autorizzazione paesaggistica semplificata: efficacia

Una volta approvato il decreto avrà efficacia immediata nelle Ragioni a statuto ordinario; le Regioni a statuto speciale invece avranno 180 giorni di tempo per emanare norme proprie in conformità ai criteri del decreto.
 
Secondo il Governo la semplificazione delle autorizzazioni paesaggisticheridurrà il peso burocratico sui cittadini e il carico di lavoro per le amministrazioni, consentendo di "concentrare le risorse scarse nell'esame approfondito e serio degli interventi capaci di un effettivo impatto negativo sui beni tutelati". 

Gli enti che partecipano a una Conferenza di servizi dovranno esprimersi in 45 giorni, mentre per le grandi opere è ammessa una durata massima del procedimento di cinque mesi. Lo prevede il decreto attuativo della Riforma della Pubblica Amministrazione (Legge 124/2015), approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri.
 
Rispetto alla versione approvata in via preliminare a gennaio, vengono tagliati i tempi in cui devono concludersi i lavori (era stato stabilito infatti che le Amministrazioni partecipanti dovessero pronunciarsi entro 60 giorni) ma restano confermati i meccanismi.
 

Conferenza di servizi, come funzionerà

Ci saranno tre tipi di conferenza di servizi:
istruttoria: è facoltativa e viene indetta  per l’esame degli interessi pubblici coinvolti nella realizzazione di un intervento o nella costruzione di un’opera;
decisoria, da convocare  nel caso in cui, per avviare un’attività siano necessari più pareri;
preliminare, da convocare nei casi complessi per l’esame del progetto preliminare e la raccolta di indicazioni utili a redigere il progetto definitivo.

La conferenza di servizi potrà essere svolta in modalità asincrona. Questo significa che i partecipanti non dovranno intervenire contemporaneamente, ma potranno inviare i loro contributi online.
 
La conferenza di servizi dovrà essere indetta entro 5 giorni dall’inizio del procedimento d’ufficio. Ai partecipanti sarà concesso un periodo massimo di 45 giorni per esprimere il proprio parere. Gli enti per la tutela degli interessi culturali, ambientali, paesaggistici e della sicurezza avranno invece 90 giorni di tempo. Il mancato invio del parere sarà interpretato come un silenzio assenso. Una volta pervenuti i pareri, la conferenza si dovrà concludere entro 5 giorni.
 
Nei casi più complessi, la conferenza potrà svolgersi in modo simultaneo. I rappresentanti dovranno essere presenti contemporaneamente, non necessariamente fisicamente, ma anche in collegamento telematico.
 
Le Amministrazioni preposte alla tutela dei vincoli entro dieci giorni dalla conclusione della Conferenza di servizi potranno proporre opposizione al Presidente del Consiglio dei Ministri, ma solo a condizione che abbiano espresso il loro dissenso durante i lavori.
 
Per i progetti da sottoporre a Valutazione di impatto ambientale (VIA), tutte le autorizzazioni e i nulla osta dovranno essere acquisiti in Conferenza di servizi. Questo significa che anche in questo caso varrà la regola del silenzio assenso.
 
Il potere di veto resterà solo per le opere in cui la Via è di competenza dello Stato. Anche in questo caso i tempi saranno più contenuti rispetto al passato e il procedimento dovrà concludersi entro cinque mesi.

Il condomino che realizza degli interventi su un terrazzo comune, ma sul quale ha accesso esclusivo, commette un’appropriazione indebita e deve risarcire i danni causati dai lavori.
 
Lo ha affermato la Cassazione, che con la sentenza 12007/2016 si è pronunciata su un caso di infiltrazioni per cui tutte le responsabilità sono state attribuite al singolo condomino, senza chiamare in causa il condominio.
 
Nel caso preso in esame, un condomino aveva subito infiltrazioni d’acqua nel suo appartamento, che avevano danneggiato la copertura del tetto. Per questo motivo aveva citato in giudizio il condominio chiedendo la riparazione dei danni e un risarcimento.
 
Il condominio aveva però fatto notare che la responsabilità era di un altro condomino che aveva  realizzato un’altana sul terrazzo di sua proprietà.
 
Come spiegato dai giudici, l’altana è una sorta di belvedere realizzata nella parte più alta dell’edificio, all’altezza del tetto, alla quale si accede da un abbaino. Il tetto del condominio era in parte a falde e in parte costituito da un terrazzo di cui beneficiava solo il condomino che poi aveva realizzato l’altana.
 
Durante il giudizio è emerso che il terrazzo, costituendo una copertura, era in realtà unbene comune anche se agli altri condòmini non era possibile accedervi.
 
La realizzazione dell’altana è stata quindi considerata frutto di un’appropriazione indebita di una cosa comune. Il condomino che l’ha realizzata è stato condannato al risarcimento del danno e alla riparazione dei guasti causati.
 
In questa pronuncia la Cassazione si è discostata da un orientamento tenuto in precedenza, che vede il condominio sempre e comunque responsabile in quanto custode delle parti comuni, anche quando ad agire sono i singoli condòmini.

Per accedere alle agevolazioni fiscali del leasing abitativo previste per i giovani under 35 è necessario che i requisiti (reddito complessivo non superiore a 55mila euro ed età) siano verificati al momento della stipula del contratto.
 
Lo specifica l’Agenzia delle Entrate nella circolare 27/E in cui fornisce anche altri chiarimenti (agevolazioni sulla “prima casa e rendite catastali) ai quesiti posti dalla stampa specializzata in occasione dei 130 anni del Catasto, nell’ambito della nuova iniziativa editoriale “TeleCatasto”.
 

Agevolazioni leasing immobiliare: quando verificare i requisiti

L’Agenzia spiega che le condizioni necessarie per accedere alle agevolazioni fiscali previste dalla Legge di Stabilità 2016 per i giovani under 35 che accedono ad un leasing abitativo vanno verificate al momento della stipula del contratto.
 
Il documento di prassi chiarisce, dunque, che il possesso di un reddito complessivo non superiore a 55mila euro non viene richiesto per l’intera durata del contratto di locazione finanziaria, né l’agevolazione decade se il contraente supera i 35 anni negli anni successivi.
 
In merito agli oneri accessori detraibili al 19% per i canoni di leasing, le Entrate specificano che non sono detraibili quelli sostenuti per l’eventuale stipula di contratti di assicurazione sugli immobili né gli eventuali costi di intermediazione sostenuti da chi concede il finanziamento per la ricerca dell’immobile. Rientrano invece fra le spese detraibili i costi di stipula del contratto di leasing.
 

Benefici sull’acquisto della prima casa

Se il contribuente, che ha acquistato una casa usufruendo delle agevolazioni previste per la prima abitazione, intende cedere l’immobile ma non vi riesce, l’Agenzia fa sapere che può presentare un’instanza prima della scadenza annuale per chiedere di versare la differenza tra l’imposta ordinaria e quella agevolata, evitando così la sanzione. Se i termini sono scaduti può invece ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso.
 
Inoltre le Entrate spiegano che l’acquisto di una abitazione sita in un Comune nel quale l’acquirente è già titolare di altra abitazione, acquistata senza fruire delle agevolazioni per la ‘prima casa’ , non può beneficiare di tali agevolazioni, anche se l’acquirente si impegna a vendere, entro un anno dal nuovo acquisto, l’immobile preposseduto.
 

Catasto e rendita catastale

Nella circolare si specifica che di norma non è ammissibile la fusione di unità immobiliari, anche se contigue, quando per ciascuna di esse sia riscontrata l’autonomia funzionale e reddituale, e ciò indipendentemente dalla titolarità di tali unità.
 
Tuttavia, se a seguito di interventi edilizi vengono meno i requisiti di autonomia, pur essendo preclusa la possibilità di fondere in un'unica unità immobiliare i due originari cespiti in presenza di distinta titolarità, per dare evidenza negli archivi catastali dell’unione di fatto ai fini fiscali delle eventuali diverse porzioni autonomamente censite, è necessario presentare due distinte dichiarazioni di variazione, relative a ciascuna delle menzionate porzioni.
 
La circolare spiega anche che le abitazioni e gli immobili produttivi caratterizzati dalla presenza di muri perimetrali e interni sostanzialmente integri ma privi della copertura, quando lo stato di fatto non ne consente comunque l’iscrizione in altra categoria catastale, possono essere registrate nella “F/2 – unità collabenti”, ovvero costruzioni caratterizzate da un notevole livello di degrado che ne determina una incapacità di produrre ordinariamente un reddito proprio.
 
In caso di immobili non ultimati, e afferenti alle categorie catastali F/3 (Unità in corso di costruzione) ed F/4 (Unità in corso di definizione), necessariamente provvisorie, il Comune in cui sono ubicate può sempre segnalare la circostanza della permanenza in tale categoria al competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate per le verifiche del caso.
 
A tal fine, può avvalersi della Legge 662/1996, quando il classamento risulta non aggiornato o palesemente non congruo rispetto a fabbricati similari, ovvero della Legge 311/2004, per segnalare situazioni non più coerenti per intervenute variazioni edilizie.

La normativa esistente non chiarisce quando un professionista è tenuto al pagamento dell’Irap, ma apre la strada a dubbi e contenziosi. È la posizione espressa dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI), che con lacircolare 745/2016 ha analizzato le ultime pronunce della giurisprudenza sull’argomento.
 
Se da una parte, si legge nella circolare, è stato spiegato che l’Irap si paga se c’è autonoma organizzazione, ma soprattutto che la presenza di un dipendente con mansioni generiche non fa scattare l’imposta, non è ancora ben chiaro quale sia il confine tra i compiti generici e quelli più qualificati, che invece possono determinare l’imposizione.
 

Professionisti e Irap

Al centro del dibattito, che spesso vede contrapposti professionisti e Fisco, c’è  l’interpretazione dell’articolo 2 del D.lgs. 446/1997 istitutivo dell’Irap. Il decreto stabilisce che debba essere pagata l’Irap se si esercita in modo abituale un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione e allo scambio di beni o alla prestazione di servizi.
 
Secondo il CNI interpretare in modo corretto cosa si intenda per autonoma organizzazione non è agevole, tanto che negli anni i giudici sono arrivati a conclusioni talvolta discordanti.
 
La Cassazione nel 2007 ha affermato che l’autonoma organizzazione richiede l’impiego di lavoro altrui in modo da potenziare l’attività intellettuale del singolo. Nello stesso anno i giudici hanno specificato che la struttura organizzativa esterna deve creare valore aggiunto.
 
Passando ad esempi più concreti, la Cassazione ha spiegato che il professionista deve essere responsabile dell’organizzazione. Nel 2014 ha quindi deciso che il professionista con un solo dipendente dovesse pagare l’Irap. A distanza di pochi mesi, con un’inversione di rotta, i giudici hanno precisato che la presenza di un dipendente part-time non fa scattare l’Irap.
 
Le sezioni riunite della Cassazione hanno quindi tentato di dare un’interpretazione univoca alla questione e con la sentenza 9541/2016 del mese scorso hanno concluso che la presenza di dipendenti non determina automaticamente l’imposizione dell’Irap
 
Dare lavoro a un impiegato “con mansioni di segreteria o generiche omeramente esecutive” non determina la presenza di autonoma organizzazione e non implica quindi il pagamento dell’Irap. Questo perché, fa notare il CNI, il lavoro è stato assimilato ai beni strumentali, quindi c’è autonoma organizzazione e si paga l’Irap solo se l’impiego di questi fattori produttivi supera il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività.
 

CNI: poco chiare le norme sull’Irap

Anche se la sentenza è considerata un punto di svolta e un precedente capace di calare nella pratica concetti giuridici astratti, il CNI non la ritiene risolutiva perché ci sarà sempre bisogno di un giudice che accerti la presenza dell’autonoma organizzazione e verifichi numero di dipendenti e mansioni svolte.
 
Il problema ora, conclude il CNI, potrebbe spostarsi sulla corretta definizione di “mansioni meramente esecutive”. I professionisti non sono quindi al riparo da ricorsi e cause.

Nel 2015 gli investimenti in efficienza energetica hanno segnato un aumento considerevole trainato dal settore residenziale. È quanto emerge dall’Energy Efficiency Report redatto dall’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano e presentato ieri al convegno “L'efficienza energetica in Italia: il mercato, gli attori e il potenziale di crescita di fronte alla svolta del sistema di incentivazione”.
 
In totale sono stati investiti 5,6 miliardi di euro per il miglioramento dell’efficienza energetica, oltre il 10% in più rispetto all’anno precedente. Si conferma il trend positivo degli ultimi 4 anni, con una crescita annua del 14% rispetto ai 3,8 miliardi investiti nel 2012, anche se l’aumento più consistente si è registrato nel 2014, quando da 4 miliardi si è saliti a 5,2.
 

Efficienza energetica negli edifici residenziali

A guidare la classifica è il settore residenziale in cui sono stati investiti 3 miliardi, cioè il 53% del totale.
 
Gli interventi hanno riguardato quasi esclusivamente l’involucro edilizio e gli impianti di riscaldamento, raffrescamento e illuminazione. Il report ha rilevato un vero e proprio boom di installazioni di pompe di calore, il cui volume d’affari è aumentato di oltre il 50%, arrivando a toccare 1,1 miliardi di euro. Gli interventi sull’illuminazione hanno fatto registrare una crescita di 450 milioni di euro grazie al progressivo aumento di maturità della tecnologia LED.
 
La maggior parte degli interventi è stata realizzata in modalità “self made”. Questo significa che il committente si rivolge direttamente al tecnico o all’installatore.
 
Appare invece assolutamente marginale il ruolo delle ESCo (Energy Service Company,  società che effettuano interventi finalizzati a migliorare l’efficienza energetica). La loro quota di mercato nel residenziale è stata limitata lall’1%.
 

Efficienza energetica negli altri settori

Nel comparto industriale sono stati investiti 1,8 miliardi di euro, cioè il 32% del totale. Gli interventi hanno riguardato prevalentemente l’efficientamento del sistema produttivo e l’illuminazione. Tra i settori che hanno mostrato una maggiore propensione agli investimenti in efficienza energetica c’è quello dei prodotti per l’edilizia, che però movimenta cifre limitate.
 
Negli uffici gli investimenti sono arrivati a 650 milioni e hanno riguardato l’illuminazione (279 milioni), l’installazione di superfici opache (156 milioni).
 
Per gli edifici della Pubblica Amministrazione sono stati spesi 105 milioni di cui 64 milioni per efficientare 43mila scuole.
 
Nel terziario, in particolare grande distribuzione e hotel, sono stati spesi 130 milionidi euro per l’efficientamento dell’illuminazione (64,5 milioni), i sistemi di refrigerazione (12,6 milioni), la cogenerazione (10,3 milioni) e i sistemi di building automation (4,2 milioni).
 
Le ESCo non sono riuscite ad affermarsi neanche in questi ambiti a causa della riluttanza degli operatori economici, che sono restii a coinvolgere società esterne nei propri processi aziendali e industriali.
 

Efficienza energetica e obiettivi 2020

La Strategia Energetica Nazionale stabilisce per l’Italia un consumo di energia primaria nel 2020 di 158 Mtep (unità di misura che rappresenta la quantità di energia rilasciata dalla combustione di una tonnellata di petrolio grezzo).
 
Un po’ più permissivo il pacchetto 20-20-20 che impone un consumo di 167 Mtep.
 
Anche se l’Italia nel 2015 ha fatto registrare un consumo di energia primaria di circa 165 Mtep, il report ha messo in luce che il calo dei consumi è dovuto alla riduzione della produzione causata dalla crisi economica e non tanto al miglioramento dell’efficienza energetica.
 
Nello scenario di riferimento della SEN e del Pacchetto 20-20-02 infatti per il 2015 si prevedevano consumi energetici pari a 197,5 Mtep, quasi il 20% in più di quelli registrati.
 
Secondo le conclusioni tratte dal report, è necessario cambiare ottica e confrontare i risparmi con gli investimenti. “Se si considera uno scenario che procede al ritmo degli ultimi trend – si legge nel report - si vede che gli investimenti partono dai 5,99 miliardi di euro previsti per il 2016 e arrivano ai 7,85 miliardi del 2020, con un tasso di crescita annua del 5,5%: il totale nel quinquennio 2016-2020 si attesterà quindi a 34,46 miliardi di euro, con risparmi cumulati di energia primaria al termine dei cinque anni di 56,7 Mtep, contro i 52,5 previsti dal 20-20-20 e i 70 della SEN. Rispetto agli obiettivi di efficienza energetica per l’Italia il gap è ancora significativo se comparato al target previsto dalla SEN, che si raggiunge all’80%, mentre si è sostanzialmente in linea con quello meno sfidante del Pacchetto 20-20-20”.

Le società di ingegneria continueranno ad operare nel mercato privato. Per farlo dovranno sottoscrivere un’assicurazione professionale, indicare i professionisti iscitti all'Albo che possono occuparsi dei contratti con i privati ed essere inserite in un elenco dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Non sarà invece necessaria l’iscrizione ad un Ordine professionale.
 
Sono stati nuovamente respinti tutti gli emendamenti al disegno di legge sulla concorrenza che miravano a introdurre l’obbligo di iscrizione all'Albo, caldeggiato dalla Rete delle professioni tecniche (RPT) e osteggiato dall'Oice (Associazione che rappresenta le organizzazioni italiane di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica).

Fin dalla presentazione del disegno di legge, l'acceso confronto tra RPT e Oice ha fatto da sfondo all'iter parlamentare della norma. A spuntarla è stata sempre l'Oice. Durante i vari passaggi parlamentari, l’ultimo dei quali nei giorni scorsi in Commissione Industria del Senato, RPT ha di nuovo tentato di modificare il testo, portando però a casa solo qualche soluzione di compromesso.
 

Società di ingegneria nel mercato privato

Tutto è iniziato per mettere ordine in un panorama normativo che si è stratificato negli anni creando incertezza. La Legge 1815/1939 consentiva l’attività professionale solo nella forma di studio tecnico.
 
La Legge “Merloni” prima e il Codice Appalti poi hanno introdotto la forma della ‘società di ingegneria’ per le attività di progettazione nel mercato pubblico
 
Successivamente, la Legge 266/1997 ha abrogato il limite di esercitare l’attività professionale solo nella forma di studio tecnico, ma non ha specificato come devono essere regolate le attività delle società di ingegneria nel mercato privato. Si è quindi creato un vuoto normativo che ha portato i rappresentanti dei professionisti a ritenere illegittimi i contratti stipulati dalle società di ingegneria con i privati.
 
Per risolvere la situazione il ddl “Concorrenza”, presentato all’inizio del 2015, ha quindi stabilito la validità dei contratti stipulati dall’11 agosto 1997 (data di entrata in vigore della Legge 266/1997).
 

Società di ingegneria, le condizioni per operare con i privati

A partire dalla presentazione del ddl “Concorrenza” i professionisti tecnici hanno sottolineato che non ci sarebbe stata parità di trattamento tra le Società tra Professionisti (STP), alle quali è imposta l’iscrizione all’Albo e il rispetto delle regole deontologiche, e le società di ingegneria, che sono invece libere da questi obblighi.
 
Durante l’esame del testo in Parlamento, RPT si è fatta promotrice di una serie di emendamenti volti a introdurre l’obbligo di iscrizione all’Albo anche per le società di ingegneria.
 
Alla fine del 2015, dopo un’apertura iniziale alle richieste di RPT, la Camera ha stabilito che per assumere commesse dai privati alle società di ingegneria basterà sottoscrivere una polizza professionale. Le società dovranno inoltre garantire che leattività inerenti ai contratti con i privati siano svolte da professionisti iscritti all’Albo, di cui sarà obbligatorio indicare il nominativo. Per consentire la massima trasparenza, l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) pubblicherà sul proprio sito internet l’elenco delle società che rispettano tutti questi requisiti.
 
Questi obblighi si applicheranno ai contratti che le società di ingegneria stipuleranno a partire dall’entrata in vigore della legge sulla concorrenza, mentre è stata ribadita la validità di quelli già esistenti.  
 
Nei giorni scorsi, durante l’esame del ddl in Commissione Industria al Senato, è stato ripresentato un blocco di emendamenti volti a limitare l’attività delle società di ingegneria. Le proposte sono state nuovamente respinte. Le condizioni per operare nel mercato privato restano quindi quelle stabilite dalla Camera.

Rendere più semplice ottenere l’agibilità degli immobili. È questo lo scopo delle semplificazioni contenute nella bozza di decreto sulla competitività, predisposta dal Governo.
 

Agibilità degli immobili

Come si legge nella relazione illustrativa, per quanto riguarda il rilascio del permesso di costruire, l’Italia è all’86° posto della graduatoria “Doing Business” della Banca Mondiale. Sui ritardi dell’Italia pesano i tempi per il rilascio del certificato di agibilità e del nulla osta del Genio Civile.
 
Con l’obiettivo “meno carte, più sicurezza” il decreto propone una serie di modifiche al Testo Unico dell’Edilizia (Dpr 380/2001), in particolare la cancellazione della disciplina sul rilascio del certificato di agibilità, che sarà sostituita dalla Segnalazione certificata di agibilità.
 
Entro quindici giorni dall’ultimazione dei lavori di nuova costruzione, ricostruzioni totali o parziali, sopraelevazioni, il titolare del permesso di costruire o il soggetto che ha presentato la Scia consegneranno allo sportello unico per l’edilizia la segnalazione certificata di agibilità.
 
La segnalazione certificata di agibilità dovrà essere corredata da:
- una attestazione del direttore dei lavori o di un professionista abilitato che assevera la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti e la conformità dell’opera al progetto presentato;
- il certificato di collaudo statico e la dichiarazione di regolare esecuzione del direttore dei lavori;
- la dichiarazione di conformità delle opere realizzate alla normativa vigente in materia di accessibilità e superamento delle barriere architettoniche;
- gli estremi della dichiarazione di aggiornamento catastale;
- la dichiarazione dell’impresa installatrice che attesta la conformità degli impianti.

Questo significa che l’agibilità si otterrà con una sorta di autocertificazionedel progettista, accompagnata da documenti in grado di provarne la veridicità, e non si dovranno più attendere i 30 giorni per il rilascio del certificato e gli ulteriori 30 giorni per il nulla osta del Genio Civile.
 
In pratica, spiega la relazione illustrativa, al posto dei controlli documentali da parte dei Comuni, previsti con il certificato di agibilità, si valorizzerà il collaudo statico e il controllo ispettivo sull’opera realizzata. Il certificato di collaudo statico assorbirà quello di rispondenza dell’opera alle norme tecniche in modo da evitare duplicazioni degli adempimenti. Ferme restando le autorizzazioni sismiche, nelle località a bassa sismicità ci saranno procedure omogenee in tutto il Paese.
 

Autorizzazione di nuovi interventi edilizi in zona sismica

Le semplificazioni in materia di agibilità degli immobili saranno possibili dando agli operatori riferimenti normativi più precisi già dal momento della programmazione dei lavori. Il decreto introduce infatti delle semplificazioni sul fronte dell’autorizzazione dei nuovi interventi in zona sismica, graduando le procedure da seguire in base al rischio che le opere possono implicare per l’incolumità pubblica.
 
Sulla base di questa razionalizzazione, potranno essere eseguiti con Scia i lavori che non presentano “carattere primario” ai fini della pubblica incolumità, cioè:
- riparazioni e interventi locali sulle costruzioni esistenti;
- nuove costruzioni che per la loro semplicità non richiedono calcoli o verifiche complesse;
- varianti in corso d’opera di carattere non sostanziale.
 
Saranno inoltre individuati interventi minori per i quali sarà sufficiente laCila.
 
Attualmente invece, riporta la relazione illustrativa, la costruzione di un muretto a secco in campagna o di un tramezzo seguono le stesse procedure previste per la sopraelevazione di un edificio.

L’autorizzazione sismica sarà sempre richiesta, anche nelle zone a bassa sismicità, per gli interventi su edifici strategici e opere infrastrutturali fondamentali in caso di evento sismico.

Installare un ascensore in condominio è un intervento che risponde a diverse esigenze. Può servire a un disabile per conquistare una certa autonomia di movimento o può costituire un ammodernamento richiesto da tutti i condòmini.
 
I problemi sorgono quando i condòmini non sono d’accordo sul da farsi e ricorrono in giudizio perché temono che sia compromesso il loro diritto ad usufruire degli spazi comuni.
 
Di seguito una carrellata di pronunce dei Tribunali, che nella maggior parte dei casi cercano di trovare un compromesso tra gli interessi in gioco, con un occhio di riguardo alla stabilità degli edifici e alla sicurezza.
 
Il Tribunale di Firenze con la sentenza 174/2016 ha affermato che non si può rimuovere l'ascensore che il disabile installa a sue spese se non lede la stabilità dell'edificio. Alcuni condòmini erano contrari perché l’impianto avrebbe limitato l’ampiezza delle scale, ma i giudici lo hanno considerato un intervento di ammodernamento e, dopo aver accertato che l’ascensoreserviva tutti i piani, hanno stabilito che non limitava l’uso delle parti comuni.
 
Che l’ascensore non possa “saltare le fermate” lo ha stabilito anche il Tar Lazio con la sentenza 11423/2016Se l’impianto non serve tutti i pianinon costituisce un ammodernamento né migliora l’accessibilità per tutti i condòmini. In questi casi le autorizzazioni possono essere revocate e l’ascensore rimosso.
 
Più categorica la Cassazioneche con la sentenza 16846/2015 si è schierata a favore della rimozione delle barriere architettoniche affermando che un ascensore per disabili può essere installato anche se riduce la larghezza della scala condominiale. Inoltre, i lavori possono essere autorizzati anche in deroga alle regole sulla maggioranza previste per le innovazioni ordinarie.
 
Cosa accade, invece, se l’assemblea delibera la realizzazione di un ascensore e alcuni condòmini si oppongono sostenendo che non è compatibile con ilservoscala di cui invece hanno bisogno? Anche in questo caso la soluzione sta nella mediazione. Il Tribunale di Roma con la sentenza 1797/2016 ha disposto la rimozione del servoscala già installato e la sua sostituzione con un modello compatibile con l'ascensore deliberato dall'assemblea.
 
E che succede con le distanze tra edifici? Il Tar Liguria con la sentenza 1002/2015 ha chiarito che gli ascensori esterni non sono delle costruzioni, ma devono essere considerati come “innovazioni”, quindi assimilati ai volumi tecnici. Gli ascensori esterni non si conteggiano quindi nelle distanze a condizione che, precisano i giudici, sia impossibile installarli all’interno dello stabile.
 
Simile il parere del Tar Lazio. I giudici con la sentenza 726/2014 hanno stabilito che le opere per il superamento delle barriere architettoniche possono essere effettuate in deroga alle norme sulle distanze minime dei regolamenti edilizi.
 
E le spese di manutenzione? Secondo la Cassazione (sentenza 17557/2015) le spese di gestione dell’ascensore non possono essere suddivise in base al numero delle persone che occupano gli appartamenti, ma secondo il valore dei singoli piani e l'altezza di ciascun piano dal suolo.

Sarà sul tavolo del Consiglio dei Ministri questa settimana il decreto sulla Scia unificata, che attua uno dei pilastri della Riforma Madia. Nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato che il testo è pronto.
 
Diventa quindi sempre più vicina l’adozione dei moduli standard per la presentazione della Scia. I modelli saranno uguali in tutta Italia e saranno presentati online alle Amministrazioni, che dovranno rispondere in tempi certi. Costituiranno una semplificazione notevole per i professionisti, che potranno operare più agevolmente in più città, senza bisogno di confrontarsi con procedure burocratiche e incartamenti sempre diversi.
 
Il decreto individuerà infatti in modo preciso i procedimenti soggetti a Segnalazione certificata di inizio attività (Scia), i casi di silenzio assenso o in cui è invece necessaria una autorizzazione espressa e i casi in cui è richiesta una comunicazione preventiva. I professionisti in questo modo saranno al riparo da contenziosi e incertezze sui titoli abilitativi da utilizzare.
 
Saranno anche indicati i termini entro cui le Amministrazioni devono pronunciarsi per contestare eventuali irregolarità della Scia e le scadenze per pubblicare sui propri siti i modelli unificati in modo da evitare che, una volta definite le regole omogenee sul territorio nazionale, l’inerzia di alcune Amministrazioni possa compromettere il processo di semplificazione e ritardare l’avvio delle attività edilizie.
 

Scia unificata, moduli unici in arrivo

Il testo che sarà presentato in CdM raccoglie le osservazioni del Consiglio di Stato e i suggerimenti della Commissione per la Semplificazione della Camera di attuare la riforma in due tempi.
 
Il “primo tempo” sarebbe la bozza di decreto messa a punto a febbraio e bocciata dal Consiglio di Stato perché contenente disposizioni troppo generiche, considerate non risolutive.
 
Da questa base di partenza inizia quindi il “secondo tempo”, cioè un decreto che definirà tempi e procedure in modo certo, per evitare contenziosi e facilitare l’inizio delle attività edilizie. Una volta definiti i parametri della Scia Unificata, il cerchio si chiuderà con l'adozione dei moduli unici, che sostituiranno definitivamente i documenti comunali, spesso molto diversi tra loro.

Investire sulla riqualificazione del patrimonio edilizio e la messa in sicurezza del territorio per rilanciare l’economia. A chiederlo non sono state associazioni di imprese o di ambientalisti, ma il governatore della Banca d’Italia,Ignazio Visco, durante la consueta relazione annuale di fine maggio.
 

Riqualificazione degli edifici esistenti e rilancio economico

Al centro dell’intervento del governatore Visco ci sono state le iniziative già intraprese e le strategie future per la ripresa, in cui il comparto edile ha sempre giocato un ruolo fondamentale. E nelle chiavi per far ripartire l’edilizia a pieno regime secondo Visco non ci sono le muove costruzioni, ma gli interventi sugli edifici esistenti e il risanamento idrogeologico.
 
Nelle sue considerazioni finali Visco ha infatti affermato che “un rilancio degli investimenti in costruzioni, indirizzato soprattutto alla ristrutturazione del patrimonio esistente, alla valorizzazione delle strutture pubbliche e alla prevenzione dei rischi idrogeologici, avrebbe effetti importanti sull’occupazione e sull’attività economica”.
 
Il governatore di Bankitalia è intervenuto anche sul tema del consumo di suolo e dell’efficienza energetica su cui, a suo avviso, si potrebbe fare di più. “Nel nostro paese – ha sottolineato Visco – è elevata la quota di territorio destinata a urbanizzazione, ma è ampia la presenza di immobili e infrastrutture degradati, così come modesti sono i progressi sinora conseguiti nella tutela dell’ambiente e nell’efficienza energetica”.
 
Se la riqualificazione degli edifici esistenti è auspicabile non solo per la riduzione dell’inquinamento a livello globale, ma anche per il risparmio in bolletta, è anche vero che gli investimenti dei privati vanno incentivati con norme specifiche. Secondo Visco, infatti, “l’ammodernamento del patrimonio urbanistico passa anche attraverso iniziative legislative, che puntino a un più efficace raccordo tra il quadro normativo nazionale e quello locale e alla creazione di condizioni più favorevoli per gli investimenti di operatori privati. La sua realizzazione richiede una condivisione diffusa, al pari di quella necessaria per preservare e valorizzare la straordinaria ricchezza naturale e artistica di cui l’Italia è dotata”.
 

Riqualificazione degli edifici e nuova edilizia

L’on. Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, ha espresso soddisfazione per l’intervento del governatore Visco. “Mai con tanta nettezza il governatore di Bankitalia aveva indicato la strada della riqualificazione urbana, dell’efficienza energetica e della manutenzione del territorio come una chiave per rilanciare il Paese”, ha commentato Realacci dalla sua pagina Facebook.
 
A detta di Realacci, le proposte di Visco seguono la scia di quanto fatto finora con l’Ecobonus e le detrazioni fiscali sulle ristrutturazioni. Ma non solo, perché saranno uno stimolo per la rapida approvazione in via definitiva della legge sul consumo di suolo che punta alla riqualificazione e rigenerazione urbana.
 
La legge sul consumo di suolo, lo ricordiamo, prevede di azzerare l’utilizzo di aree inedificate entro il 2050 e si propone anche di tutelare le aree agricole, incentivare la rigenerazione urbana attraverso regimi fiscali di vantaggio, semplificare le procedure per gli interventi di riqualificazione e favorire l’efficienza energetica del costruito attraverso demolizioni e ricostruzioni.
 
Secondo Realacci, le parole di Visco aprono la strada ad una nuova edilizia basata sulla qualità e la sicurezza del territorio attraverso l’incentivo agli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico.
 
“Mi auguro – ha concluso Realacci - che le sue parole aiutino scelte lungimiranti e coraggiose che è necessario fare anche in Legge di Stabilità su questi fronti. Del resto già nel 2014 il credito di imposta per ristrutturazioni e risparmio energetico ha rappresentato una straordinaria misura anticiclica: ha prodotto 28,5 miliardi di eurodi investimenti e 425mila posti di lavoro fra diretti e indotto, qualificando il sistema imprenditoriale del settore, riducendo i consumi energetici, l’inquinamento e le bollette delle famiglie.
 

Entro il 16 giugno prossimo i proprietari di abitazioni non adibite a prima casa dovranno versare la prima rata dell’IMU e della TASI.
 
La rata andrà calcolata sulla base delle aliquote e delle detrazioni applicate lo scorso anno, considerando che la Legge di Stabilità 2016, tra le novità introdotte, ha bloccato l'innalzamento delle aliquote comunali. Pertanto, entro il 16 giugno il contribuente dovrà versare il 50% dell’impostacalcolata sulla base dell'aliquota 2015.
 
Tra le altre novità previste l’esenzione dalla Tasi per la abitazioni principali e dall’Imu per i terreni agricoli.
 

Tasi: esenzioni  

Da quest’anno l’abitazione principale (ad eccezione di quella classificata nelle categorie catastali A/1, A/8 ed A/9) sarà esentata dalla Tasi.

Saranno esonerati anche gli inquilini di una casa destinata ad abitazione principale; in quest’ultimo caso, la Tasi resta dovuta solo dal possessore, che verserà l’imposta nella misura percentuale stabilita dal proprio Comune per il 2015 oppure, in mancanza di una specifica disposizione, nella misura del 90 per cento.
 
Non si dovrà pagare il tributo neanche per la casa coniugale assegnata al coniuge, a seguito di un provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio.
 
Poiché la definizione di abitazione principale ai fini della TASI è la medesima prevista per l’IMU, il versamento dell’imposta non è dovuto anche per l’unitàimmobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territoriodello Stato e iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE), già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza a condizione che non risulti locata o data in comodato d'uso.
 
Esentate dal pagamento della Tasi anche:
-le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari;
- i fabbricati di civile abitazione destinati ad alloggi sociali;
- gli immobili posseduti, e non concessi in locazione, dal personale in servizio permanente appartenente alle Forze armate e alle Forze di polizia.
 

IMU: esenzioni

La Legge di Stabilità 2016 ha introdotto un nuovo regime di esenzione dall'IMU per i terreni agricoli, applicabile già dal versamento della prima rata.
 
In particolare, sono esenti i terreni agricoli:
- ubicati nei comuni compresi nell’elenco di cui alla circolare delle finanze 9/1993;
- posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola, indipendentemente dalla loro ubicazione;
- situati nei comuni delle isole minori di cui all'allegato A annesso alla Legge 448/2001;
- a immutabile destinazione agrosilvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile.
 

Imu e Tasi: gli sconti previsti

Le abitazioni date in comodato d’uso gratuito ai familiari di primo grado non sono più assimilabili all’abitazione principale e di conseguenza dovranno pagare sia l’Imu che la Tasi; è previsto però uno sconto del 50%sulla base imponibile.
 
Per usufruire della riduzione però è necessario che il contatto di comodato sia registrato e che il parente di primo grado in linea diretta utilizzi l’immobile come abitazione principale.
 
Inoltre il comodante non deve essere proprietario di nessun altro immobile abitativo in Italia oppure può possedere nello stesso comune un’altra abitazione adibita a propria abitazione, e deve risiedere anagraficamentenello stesso comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato.
 
E’ previsto inoltre uno sconto del 25% per i proprietari di una seconda casa che decideranno di affittarla a canone concordato a un soggetto che la utilizzerà come abitazione principale.

Entra in vigore oggi, 31 maggio, il nuovo Conto termico che mette a disposizione 900 milioni di euro all’anno per incentivare la produzione di energia termica da fonti rinnovabili per piccoli impianti.
 
Da oggi sarà operativo anche il nuovo Portaltermico, per le sole richieste in accesso diretto. Per facilitare l'utilizzo del portale il GSE, nella pagina web dedicata al Conto Termico 2.0, ha messo a disposizione la Guida all’utilizzo dell’applicazione web Portaltermico, rinnovata secondo il DM 16 febbraio 2016.
 

Nuovo conto termico: le novità  

Le variazioni più significative rispetto al precedente Conto Termico riguardano la dimensione degli impianti ammissibili, che è stata aumentata (la taglia massima degli impianti passa da 1 MW a 2 MW per i sistemi a pompa di calore e da 1000 metri quadri a 2500 metri quadri per gli impianti  solari termici), e lo snellimento della procedura di accesso diretto per gli apparecchi a catalogo.
 
Per semplificare la compilazione della scheda-domanda, il Gestore dei Servizi energetici (GSE) redigerà una lista di prodotti idonei con potenza termica fino a 35 kW e 50 metri quadri per i collettori solari per i quali si può usufruire di una procedura semiautomatica. Acquistando i prodotti della lista, l’operatore potrà accedere a un iter semplificato per la compilazione della scheda domanda, in cui non sarà necessario indicare i dati relativi alla descrizione dell’apparecchio.
 
Altre novità riguardano gli incentivi stessi come l'innalzamento del limite per la loro erogazione in un'unica rata (dai precedenti 600 agli attuali 5.000 euro) e la riduzione dei tempi di pagamento che passano da 6 a 2 mesi.
 

Nuovo Conto Termico: Pa e Imprese

Dei 900 milioni di euro annui a disposizione, 700 sono per privati e imprese e 200 per le amministrazioni pubbliche. L'incentivo è spalmato in un periodo compreso tra i 2 e i 5 anni.
 
Le Pubbliche Amministrazioni potranno richiedere gli incentivi per:
interventi di efficienza energetica (isolamento termico di superfici opache, sostituzione di impianti di climatizzazione invernale, installazione di sistemi di schermatura e/o ombreggiamento, etc);
- interventi per incentivare la produzione di energia termica da rinnovabili.
 
Sia i privati sia le Pubbliche Amministrazioni potranno fare domande per:
- la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti di climatizzazione invernale, anche combinati per la produzione di acqua calda sanitaria, dotati di pompe di calore, elettriche o a gas, utilizzanti energia aerotermica, geotermica o idrotermica, unitamente all’installazione di sistemi per la contabilizzazione del calore nel caso di impianti con potenza termica utile superiore a 200 kW;
- la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale esistenti o di riscaldamento delle serre e dei fabbricati rurali con impianti dotati di generatore di calore alimentato da biomassa, unitamente all’installazione di sistemi per la contabilizzazione del calore nel caso di impianti con potenza termica utile superiore a 200 kW;
- l’installazione di impianti solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria e/o ad integrazione dell’impianto di climatizzazione invernale, anche abbinati a sistemi di solar cooling, per la produzione di energia termica per processi produttivi o immissione in reti di teleriscaldamento o teleraffrescamento. Nel caso di superfici del campo solare superiori a 100 metri quadri, è richiesta l’installazione di sistemi di contabilizzazione del calore;
- sostituzione di scaldacqua elettrici con scaldacqua a pompa di calore;
- sostituzione di impianti di climatizzazione invernale esistente esistenti con sistemi ibridi a pompa di calore.
 

Conto Termico 2.0: incentivi più alti

L’incentivo sarà pari al 65% dell’investimento per la trasformazione in “edificio a energia quasi zero” e la sostituzione dei sistemi di illuminazione con dispositivi efficienti. È inoltre previsto un incentivo pari al 50% per gli interventi di isolamento termico delle superfici opache realizzati nelle zone climatiche E e F (nelle altre zone è pari al 40%). Se all’isolamento termico delle superfici opache si abbina la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale, sarà riconosciuto un incentivo pari al 55% a entrambi gli interventi.
 
Previsti incentivi anche fino al 65% per pompe di calore, caldaie e apparecchi a biomassa, sistemi ibridi a pompe di calore e impianti solari termici.
 
Le spese per le diagnosi energetiche e la redazione dell’Attestato di prestazione energetica (APE), richiesti per la trasformazione in edificio a energia quasi zero e l’isolamento termico delle superfici opache, saranno incentivate al 100% per la PA (e le ESCO che operano per loro conto) e al 50 % per i soggetti privati, con le Cooperative di abitanti e le Cooperative sociali.
 

Conto Termico 2.0: i meccanismi di accesso

L’accesso agli incentivi può avvenire attraverso 2 modalità: accesso diretto eprenotazione.
 
Nella modalità di accesso diretto per gli interventi realizzati dalle PA e dai soggetti privati, la richiesta deve essere presentata entro 60 giorni dalla fine dei lavori, sul portale Portaltermico, già attivo da oggi.
 
E’ previsto un iter semplificato per gli interventi riguardanti l’installazione di uno degli apparecchi di piccola taglia (per generatori fino a 35 kW e per sistemi solari fino a 50 mq) contenuti nel Catalogo degli apparecchi domestici, reso pubblico e aggiornato periodicamente dal GSE.
 
La prenotazione vale per gli interventi ancora da realizzare da parte delle PA e delle ESCO che operano per loro conto.

Per la prenotazione dell’incentivo, le PA, ad eccezione delle cooperative di abitanti e delle cooperative sociali, possono presentare la scheda-domanda a preventivo, qualora si verifichi una delle seguenti condizioni in presenza di:
una Diagnosi Energetica e un atto amministrativo attestante l’impegno alla realizzazione di almeno un intervento tra quelli indicati nella Diagnosi Energetica;
- un contratto di prestazione energetica stipulato tra la PA e una ESCO;
- un provvedimento o un atto amministrativo attestante l’avvenuta assegnazione dei lavori con il verbale di consegna dei lavori.

La richiesta di prenotazione deve essere accettata dal GSE. In tal caso, quest’ultimo procede a impegnare, a favore del richiedente, la somma corrispondente all’incentivo spettante.

In vigore le norme per l’adeguamento antincendio degli edifici scolastici. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DM 12 maggio 2016, attuativo del  decreto “L’istruzione riparte” (DL 104/2013 convertito nellaLegge 128/2013).
 
La norma fissa scadenze per l’adeguamento differenziate in base all’età della scuola.
 

Adeguamento antincendio nelle scuole

Entro tre mesi dall’entrata in vigore del decreto appena pubblicato (26 agosto 2016), le scuole esistenti devono attuare le misure di cui ai punti 7.0-8-9.2-10-12 del DM 26 agosto 1992. In altre parole devono:

- adeguare l’impianto elettrico ai criteri stabiliti dalla Legge 86/1968

- dotarsi di un sistema di allarme in grado di avvertire gli alunni ed il personale presenti in caso di pericolo,

- installare estintori portatili

- applicare la segnaletica di sicurezza

- effettuare controlli periodici degli impianti e dei presidi installati.
 

Entro sei mesi (26 ottobre 2016) le scuole già esistenti al momento dell’entrata in vigore del DM 18 dicembre 1975 devono attuare i punti 2.4-3.1-5-6.1-6.2-6.3.0-6.4-6.5-6.6-7.1-9.1-9.3, quindi:

- separare i locali adibiti all’attività scolastica da quelli a uso diverso,

- utilizzare materiali con una resistenza al fuoco adatta in base agli ambienti, come stabilito dal DM 26 giugno 1984,

- regolare la larghezza delle uscite per ogni piano e l’affollamento massimo consentito per aula,

- definire gli spazi adibiti alle esercitazioni, a deposito, alle attività parascolastiche (auditorium, aule magne), ad autorimesse e ai servizi logistici,

- adeguare gli impianti di produzione del calore,

dotarsi di idranti e impianti fissi di rilevazione e estinzione degli incendi.
 

Dopo gli adeguamenti, e comunque non oltre il 31 dicembre 2016, deve essere presentata la Segnalazione certificata di inizio attività (Scia). 

In arrivo 35 milioni di euro per piste ciclabili e incentivi ai trasporti verdi. È stata trasmessa al Parlamento la bozza di decreto che attuerà le misure sulla mobilità sostenibile introdotte dal Collegato Ambiente (Legge 221/2015).
 
Lo ha comunicato il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, durante il convegno sulla Cop21 organizzato da AssoRinnovabili.
 

Mobilità sostenibile, il Collegato Ambiente

Il Collegato Ambiente, approvato alla fine del 2015, ha stanziato 35 milioni di euro per il primo programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro  basato su piedibus, car-pooling, car-sharing, bike-pooling e bikesharing.
 
Per la realizzazione del programma sono necessari la realizzazione di piste ciclabili e percorsi protetti per gli spostamenti tra casa e scuola, l’educazione e sicurezza stradale, la riduzione del traffico, dell’inquinamento e della sosta delle auto in prossimità delle scuole e delle sedi di lavoro.
 

Mobilità sostenibile, piste ciclabili e incentivi

In base alla bozza di decreto attuativo sono finanziabili i progetti diretti a incentivare la mobilità sostenibile attraverso
- la realizzazione di servizi e infrastrutture di mobilità collettiva, condivisa o a basse emissioni, come iniziative di piedibus, car-pooling, car-sharing, bike-pooling, bike-sharing, scooter sharing, infomobilità;
realizzazione o adeguamento di percorsi protetti, come corsie ciclabilie Zone 30, cioè strade con il limite di velocità fissato a 30 km/h;
- realizzazione di programmi di formazione di sicurezza stradale;
- concessione di agevolazioni tariffarie o incentivi monetari per l’utilizzo dei servizi pubblici.
 
Potranno accedere ai finanziamenti gli enti locali con una popolazione superiore ai 100mila abitanti, esclusi quelli che non rispettano gli obblighi di comunicazione in materia di qualità dell'aria.
 
Questi Enti locali avranno tre mesi di tempo per inviare al Governo i loro progetti di supporto alla mobilità sostenibile. L’Esecutivo avrà sessanta giorni di tempo per ripartire le risorse e indicare la quota di cofinanziamento.
 
Il Ministero coprirà tra il 60% e l’80% dei costi ammissibili, fino a un massimo di un milione di euro per i Comuni singoli e 3 milioni per le aggregazioni di Comuni. Il cofinanziamento minimo dovrà essere pari a200mila euro.
 
Le risorse saranno erogate gradualmente, in base allo stato di avanzamento lavori. Si potrà ottenere il 30% del finanziamento dopo aver presentato il programma dettagliato degli interventi. La quota successiva, pari al 25%, sarà trasferita dopo il completamento del 25% del progetto e si procederà in questo modo fino all’erogazione di tutto il finanziamento. Il 4% delle risorse sarà impiegato per il monitoraggio e la verifica dell’attuazione dei progetti e degli obiettivi attesi.

Verande e posti auto coperti devono essere conteggiati nella superficie utile a determinare se l’immobile può usufruire del bonus prima casa. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 10190/2016.
 

Bonus prima casa e immobili di lusso

Quando si acquista un immobile da adibire a prima casa si ha diritto ad uno sconto sulle imposte di registro, ipotecaria e catastale.
 
Non si può usufruire di questa agevolazione per gli immobili di lusso. In base al DM 2 agosto 1969 un immobile, anche se adibito ad abitazione principale, è considerato di lusso se la sua superficie utile complessiva supera i 200 metri quadri e se ha come pertinenza un’area scoperta della superficie di oltre sei volte quella coperta.
 

Bonus prima casa: verande e posti auto

Fatta questa premessa, per capire come classificare verande e posti auto è stato necessario l’intervento dei giudici. L’acquirente di un’abitazione monofamiliare con giardino aveva usufruito del bonus prima casa, ma il Fisco sosteneva che non ne avesse diritto.
 
Secondo l’Agenzia delle Entrate, le verande e i posti auto protetti da una pensilina non dovevano essere considerati come superfici coperte perché sprovviste di un tetto permanente e fisso, ma come pertinenze. In questo modo la somma delle aree pertinenziali sarebbe stata oltre sei volte quella coperta. Con queste caratteristiche, la casa sarebbe rientrata tra gli immobili di lusso e l’acquirente avrebbe dovuto pagare maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale.
 
Di parere diverso la Commissione Tributaria Regionale della Toscana e la Cassazione. A loro avviso il termine copertura va interpretato in senso letterale. Alla veranda, dotata di un’intelaiatura di ferro infissa al pavimento e ai muri perimetrali, era stato rilasciato il permesso di costruire in sanatoria e anche la copertura del posto auto era stata realizzata con strutture permanenti e non amovibili. Per questi motivi la veranda e il posto auto sono stati conteggiati nelle superfici coperte e non in quelle pertinenziali. In questo modo la superficie delle pertinenze non ha superato i limiti previsti dal DM 2 agosto 1969, la casa non è risultata immobile di lusso e l’acquirente non ha dovuto pagare la maggiorazione delle imposte.

Stimolare maggiormente gli interventi integrati e le riqualificazioni profonde, anche per step, limitando l’applicazione della maggiorazione della contribuzione al 55% ai soli veri interventi integrati.
 
Queste alcune proposte migliorative evidenziate da Renovate Italy (organizzazione che accoglie numerose realtà imprenditoriali e no profit che promuovono attività e progetti per la riqualificazione energetica del patrimonio costruito in Italia) sul Nuovo Conto Termico, che entrerà in vigore il prossimo 31 maggio.

L’analisi di Renovate Italy, contenuta in un documento riassuntivo, intende mettere a fuoco alcuni aspetti che richiedono chiarimenti e fornire alcune proposte per un futuro miglioramento.
 

Nuovo conto termico: i suggerimenti di Renovate Italy

Secondo Renovate Italy bisogna incentivare le riqualificazioni profonde, ovvero quelle che interessano involucro ed impianto termico con interventi non simultanei, destinando loro il medesimo incentivo previsto per gli interventi combinati e simultanei, ovvero l’innalzamento dell’intensità di contribuzione al 55% dei costi.
 
Ad esempio, il primo intervento (necessariamente sull’involucro) beneficerebbe dell’usuale intensità (40% o 50%, a seconda dei casi) mentre il secondo usufruirebbe di una intensità più elevata, in modo che l’intensità totale dell’incentivo copra il 55% della somma dei costi degli interventi sull’involucro e sull’impianto termico. In alternativa, gli interventi sull’impianto termico potrebbero beneficiare di una intensità di contribuzione pari al 55% se realizzati su edifici il cui involucro abbia una prestazione già in linea con la definizione di Edificio ad Energia Quasi Zero (Nearly Zero Energy Building -NZEB).
 
Così facendo si strutturerebbe l’incentivo in modo tale da convincere ad intervenire anche sulle restanti macro-aree, nell’ordine temporale corretto, facendo beneficiare gli interventi parziali di un ricco incentivo se realizzati in modo da rientrare in una riqualificazione profonda per fasi, ovvero la trasformazione in NZEB effettuata in più step temporali, al fine di rendere efficace lo stimolo a intervenire radicalmente.
 
Inoltre bisogna puntare sull’aumento dei massimali per gli involucri, modificandoli in funzione dell’intensità del contributo applicabile (40-50-55%), in modo da stimolare maggiormente gli interventi integrati anche su edifici di maggiori dimensioni.
 
L'incremento dell’intensità di contribuzione (da 40% a 55%) dovrebbe essere meglio disciplinata per evitare che gli interventi sull’involucro diventino un semplice elemento di contorno di quelli impiantistici. Infatti, in assenza di una soglia minima di accesso (ad es. la percentuale di superficie disperdente interessata) potrebbero essere realizzati minimali interventi sull’involucro al solo scopo di ottenere una maggiore intensità di contribuzione.
 
Per questa ragione si propone l’innalzamento dell’intensità di contribuzione al 55% ai veri interventi integrati; per esempio, la maggiorazione potrebbe essere limitata agli interventi che, in aggiunta all’intervento sull’impianto, incidono su almeno il 25% dell'involucro.
 
Il documento mette in evidenza anche l’importanza di uniformare i requisiti di trasmittanza dell’Allegato I del Decreto a quelli contenuti nelDM 26 giugno 2015 “Requisiti minimi”, in una logica di semplificazione.
 
Inoltre si propone di rivedere la nuova procedura di prenotazionedell’incentivo escludendo le Pubbliche Amministrazioni (PA) che siano in possesso di un contratto già sottoscritto, al fine di garantire l’ottimale distribuzione delle limitate risorse economiche disponibili.
 
E’ necessario anche rivedere le modalità di erogazione dell'incentivo e lagestione finanziaria degli interventi prevedendo la possibilità di dar corso al pagamento di acconti, ulteriori rispetto a quelli previsti, in funzione dell’avanzamento dei lavori.
 
Un'altra proposta consiste nell’estendere la facoltà di cumulo a tutti gli edifici della pubblica amministrazione, compresi quelli non da essa utilizzati; in particolare dovrebbe essere consentita la possibilità di cumulo per la riqualificazione degli edifici a destinazione sociale.

Inoltre bisognerebbe consentire agli Enti locali il libero accesso ai finanziamenti, anche in deroga ai vincoli di stabilità interna, in attesa di ricevere le risorse statali, compresi gli incentivi del Conto termico, al fine di evitare il ritardo del pagamento delle prestazioni degli esecutori.
 
Consentire che, nell’ambito dei rapporti di partenariato pubblico-privato finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica, i Finanziamenti Tramite Terzi, procurati anche grazie alla capacità relazionale degli operatori (siano o meno qualificati come ESCo), siano indirizzati direttamente alla Pubblica Amministrazione, al fine di evitare di assoggettarli al “rischio bancarotta”, ai limiti di capacità di credito degli operatori privati e ai conseguenti incrementi di costo.
 
Prevedere che i finanziamenti siano erogati sulla base di affidabili processi di validazione, condotti da organismi di controllo di terza parte, delle diagnosi e dei progetti predisposti dagli operatori a cui è affidata la responsabilità dell’ottenimento della prestazione, al fine di garantire la credibilità dei flussi finanziari ottenibili attraverso il risparmio energetico mettendo a frutto le competenze tecniche e le capacità di ottimizzazione degli operatori privati.
 

Nuovo conto termico: i chiarimenti chiesti da Renovate Italy

Renovate Italy chiede inoltre di chiarire alcuni punti  che risultano di difficile comprensione come il termine entro il quale, in caso di ricorso alla procedura di prenotazione, deve essere effettuata la sottoscrizione della scheda-contratto, a seguito della quale è erogata la rata di saldo, al fine di evitare il ritardo indefinito del pagamento.
 
Bisogna inoltre chiarire se gli ex-IACP sono compresi tra i soggetti per i quali non vige il divieto di cumulo con altri incentivi in conto capitale e se gliedifici condominiali misti, anche quando la quota millesimale di proprietà pubblica sia limitata, possono accedere all'incentivo, limitatamente alle quote di proprietà di amministrazioni pubbliche o di ex-IACP.
 
Infine sono necessari chiarimenti anche sull’erogazione di incentivi per la trasformazione degli edifici in NZEB nel caso di demolizioni e ricostruzioni con ampliamento fino al 25% della volumetria. 

Stanno per vedere la luce le linee guida per la classificazione sismica degli edifici. Lo ha annunciato nei giorni scorsi il sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Umberto Del Basso De Caro, rispondendo in Commissione Ambiente della Camera a un’interrogazione posta dall’on. del M5S, Claudia Mannino.
 

Linee guida per la classificazione sismica degli edifici

Le linee guida sono già pronte e potrebbero essere pubblicate a breve dal MIT. La loro stesura è stata curata da Ingegneria Sismica Italiana (ISI) ed è stata pensata per fornire un quadro degli investimenti necessari per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio.
 
Le linee guida introducono sei classidalla A alla F, che indicano il rischio cui è sottoposto l’edificio e il modo in cui risponde ad un evento sismico.
 
Lo strumento consentirà quindi di misurare il miglioramento antisismicogenerato da un intervento di messa in sicurezza non solo dal punto di vista strutturale, ma anche da quello economico. In base alle condizioni degli edifici, vengono misurati infatti i costi necessari per riparare i danni causati da un evento sismico. In un edificio efficiente e sicuro i costi sono trascurabili, mentre crescono quando le strutture o i materiali non sono adeguati.
 
La palla passa ora al Governo. Il MIT può scegliere se usare le linee guida come strumento di valutazione volontario e facoltativo, utile a condurre stime del patrimonio edilizio pubblico e privato, oppure legarle agli incentivi fiscali per la messa in sicurezza.
 
Al momento, lo ricordiamo, i lavori preventivi di adeguamento antisismicodegli edifici adibiti a prima casa e ad attività produttive ricadenti nelle zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2 ex Opcm 3274/2003), usufruiscono della detrazione del 65%.
 

Classificazione sismica degli edifici, l’interrogazione

Durante l’interrogazione l’on. Mannino ha sottolineato che un'inadeguata progettazione, una scadente qualità dei materiali e delle modalità di costruzione ed una scarsa manutenzione aggravano le conseguenze degli eventi sismici. L’adeguamento antisismico deve quindi essere visto come una strategia preventiva diretta a ridurre la perdite di vite umane, i danni alle cose e gli impatti sociali, economici e finanziari.
 
Il rischio sismico di una singola costruzione, ha risposto il Sottosegretario Del Basso De Caro, dipende da tre fondamentali fattori: la pericolosità del sito, la vulnerabilità della costruzione e l'esposizione delle attività, dei beni e delle persone presenti nella costruzione. Le linee guida hanno l’obiettivo di arrivare ad una classificazione riferita al rischio sismico dipendente non solo dalla vulnerabilità, ma anche dalla pericolosità del sito e dall'esposizione.
 
“Le linee guida – ha concluso Del Basso De Caro, verranno a breve rese pubbliche e potranno costituire un valido supporto all'azione di riduzione del rischio sismico nonché alla migliore comprensione e percezione del rischio sismico da parte dei proprietari delle costruzioni, pubblici o privati, e da parte dei progettisti”. 

Le opere abusive in area vincolata non possono essere condonate, neanche se il vincolo è stato imposto dopo la realizzazione degli edifici. Lo ha chiarito ilConsiglio di Stato con la sentenza 1941/2016.
 
Nel caso esaminato, un’azienda agricola aveva realizzato, senza nessun titolo abilitativo, due manufatti in legno e altri materiali di risulta, che erano stati aggiunti alla costruzione principale fatta di cemento armato.
 
Successivamente l’azienda aveva chiesto il permesso di costruire in sanatoria che era stato però negato. Non solo, perché la Soprintendenza preposta alla tutela del vincolo aveva anche imposto la demolizione delle costruzioni di legno.
 
I responsabili avevano però obiettato che le strutture di legno erano state costruite negli anni Settanta, mentre il vincolo, con l’adozione del Piano per il Parco, era subentrato successivamente, nel 2002. In base a queste considerazioni, al momento della realizzazione le costruzioni avrebbero potuto ottenere il permesso in sanatoria.
 
I giudici del Tar e quelli del Consiglio di Stato hanno invece dato torto all’azienda e confermato l’ordine di demolizione. Il CdS ha ricordato che, in base all’articolo 32 dellaLegge 47/1985, “ai fini del rilascio del condono edilizio per immobili che ricadono in aree vincolate, occorre il parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo anche se il vincolo è stato imposto successivamente alla realizzazione delle opere”.
 
Questo significa che la presenza del vincolo conta nel momento in cui deve essere esaminata la domanda di condono e non in quello in cui sono stati realizzati gli abusi.
 
Per questi motivi i responsabili sono stati condannati alla demolizione delle opere e al pagamento di una multa.

Limiti al subappalto e requisiti per partecipare alle gare non piacciono a imprese e professionisti. È emerso durante un convegno sul Codice Appalti organizzato da Unitel, Unione nazionale italiana dei tecnici degli Enti locali.
 
In apertura il Presidente Unitel, Bernardino Primiani, ha sottolineato anche che la complessità della nuova normativa implica una sfida soprattutto per le piccole realtà locali, che spesso non hanno né il personale tecnico sufficiente né il supporto legale e amministrativo su cui possono invece contare le grandi stazioni appaltanti.
 

Subappalto e nuovo Codice Appalti

Il vice Presidente AnceEdoardo Bianchi, intervenuto al convegno, ha ribadito la contrarietà dell’Associazione nazionale costruttori edili ai limiti al subappalto fissati dal Codice Appalti (D.lgs. 50/2016).
 
“Il codice presenta molte ombre e qualche luce, ma contiamo molto sulle linee guida dell’Anac che speriamo diano indicazioni chiare su come applicare le nuove norme. In particolare bisogna intervenire sul subappalto per evitare che con le nuove disposizioni venga distorto il mercato dei lavori pubblici andando contro la disciplina europea” -ha affermato Bianchi.
 
In base al Codice degli Appalti, il subappalto non può superare la quota del 30%dell’importo complessivo del contratto di lavori. Il vincitore di una gara può ricorrere al subappalto solo se la Stazione Appaltante ha previsto questa chance nel bando. Ma non solo, perché negli appalti di importo superiore alla soglia comunitaria (5.225.000 euro per i lavori, 135.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle amministrazioni governative, 209.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle altre amministrazioni) il Codice prevede che il partecipanti indichi, al momento della presentazione dell’offerta, una terna di subappaltatori.
 
Per il vicepresidente Bianchi in alcune aree e per certe lavorazioni non ci sono abbastanza operatori da invitare, quindi il rispetto della norma risulterebbe difficoltoso.
 

Codice Appalti, i requisiti per partecipare alle gare

A proposito dei requisiti richiesti ai professionisti e alle imprese per partecipare alle gare, sempre il vicepresidente dell’Ance, Edoardo Bianchi ha affermato che “a valle di una riduzione del 54% della spesa pubblica per investimenti negli ultimi 10 anni, non è accettabile l’aumento dei requisiti di qualificazione richiesti alle imprese.”
 
Anche gli Architetti hanno lamenano che, per potersi qualificare a partecipare alle gare di importo superiore a 100 mila euro, il fatturato globale per servizi di ingegneria e di architettura espletati negli ultimi tre esercizi antecedenti la pubblicazione del bando deve essere al "massimo pari al doppio dell'importo a base di gara". Questo requisito, lamentano molti operatori, rischia di sbarrare la strada non solo ai giovani, ma anche a tutti gli operatori colpiti dalla crisi. Si tratta, sostengono gli operatori, di un peggioramento rispetto alla normativa precedente, che invece prendeva in considerazione il fatturato degli ultimi cinque esercizi e i servizi analoghi svolti nel decennio precedente alla pubblicazione del bando.
 
Per i lavori  i requisiti dovranno essere indicati nel dettaglio dall’ANAC. In generale, però, anche Pierluigi Mantini, membro della Commissione che ha scritto il nuovo Codice degli Appalti, ha affermato che sono necessari dei ritocchi.

La struttura che sorregge una tenda retrattile (pergotenda), installata senza permesso di costruire, non è un’opera abusiva anche se è ancorata in modo stabile ai muri perimetrali dell’edificio e al pavimento del terrazzo.  Lo ha affermato il Consiglio di Stato con la sentenza 1619/2016.
 
I giudici, pur aderendo alla tradizionale definizione di opera fissa e opera precaria, hanno spostato l’attenzione sull’opera principale, che a loro avviso è la tenda retrattile e non la struttura che la sorregge.
 
Il Consiglio di Stato ha ricordato che le opere precarie non necessitano deltitolo abilitativo. Per stabilire se un’opera è precaria non bisogna far riferimento ai materiali utilizzati o all’assenza di un ancoraggio al suolo o ai muri. L’ancoraggio, ha ricordato il CdS, può essere indispensabile per ragioni di sicurezza anche nelle opere precarie.
 
Ciò che rende un’opera davvero precaria è il suo utilizzo temporaneo. Per questo motivo la giurisprudenza ha più volte affermato che camper, roulotte, case mobili e imbarcazioni hanno bisogno del titolo abilitativo se sono utilizzati come abitazioni, spazi di lavoro o magazzini per un tempo continuato. Tornano invece a essere opere precarie se sono usate solo per un periodo limitato, ad esempio per le vacanze estive.
 
Analizzando la questione da questo punto di vista, il Tar aveva affermato che le opere realizzate sul terrazzo non avevano una funzione temporanea e che quindi avevano bisogno del permesso di costruire per essere realizzate. In mancanza del titolo abilitativo, dovevano essere considerate abusive e quindi rimosse.
 
Il Consiglio di Stato ha però fatto notare che l’opera realizzata è la tenda retrattile e non la struttura metallica ancorata ai muri e al pavimento. Quello, hanno concluso i giudici, è solo un sostegno utile a rendere sicura la tenda che, in quanto retrattile, non è un’opera fissa in grado di modificare la volumetria dell’immobile.

Sulla base di queste considerazioni, non è stato quindi necessario rimuovere il manufatto realizzato.

Proroga dell’ecobonus a tutto il 2016, estensione delle detrazioni del 65% ai dispositivi per il controllo da remoto, allargamento del bonus sulla riqualificazione energetica agli interventi su Iacp e cessione del bonus 65% ai fornitori per interventi su parti comuni.
 
Queste alcune delle novità fiscali contenute nella Legge di Stabilità 2016 (Legge 208/2015) e riepilogate dall’Agenzia delle Entrate nella circolareCircolare 20/E del 18 maggio 2016
 

Domotica e videosorveglianza

Tra le novità previste l’introduzione della detrazione del 65% per l'acquisto, l'installazione e la messa in opera di dispositivi multimediali per il controllo da remoto degli impianti di riscaldamento e/o produzione di acqua calda e/o climatizzazione delle unità abitative, che garantiscono un funzionamento efficiente degli impianti, nonché dotati di specifiche caratteristiche.
 
Tali dispositivi devono, in particolare: 
- mostrare attraverso canali multimediali i consumi energetici, mediante la fornitura periodica dei dati; 
- mostrare le condizioni di funzionamento correnti e la temperatura di regolazione degli impianti;
- consentire l'accensione, lo spegnimento e la programmazione settimanale degli impianti da remoto.
 
L’Agenzia ricorda che si può beneficiare della detrazione anche nell’ipotesi in cui l'acquisto, l'installazione e la messa in opera dei dispositivi multimediali siano effettuati successivamente o anche in assenza di interventi di riqualificazione energetica.
 
Viene inoltre introdotto un credito d’imposta spettante alle persone fisiche che sostengono spese per l'installazione di sistemi di videosorveglianza digitale o allarme.

Il credito d’imposta è riconosciuto ai fini dell'imposta sul reddito, nel limite massimo complessivo di 15 milioni di euro per l'anno 2016
 

Riqualificazione energetica in condominio: cessione del credito

E' stato previsto che, per le spese sostenute per interventi di riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici, i contribuenti che ricadono nella “no tax area” possono cedere la detrazione per le spese sostenute dal 1º gennaio al 31 dicembre 2016, sotto forma di un corrispondente credito ai fornitori che hanno effettuato i predetti interventi.
 
Secondo quanto specificato dal provvedimento la disposizione si applica alle sole spese per interventi di riqualificazione energetica effettuati sulle parti comuni degli edifici e consente al condòmino incapiente di cedere, sotto forma di credito, la detrazione teoricamente spettante in favore dei fornitori che hanno eseguito i lavori, a titolo di pagamento della quota di spese a suo carico. I fornitori non sono, tuttavia, obbligati ad accettare, in luogo del pagamento loro dovuto, il credito in questione.
 
Il credito ceduto al fornitore, a titolo di pagamento di parte del corrispettivo ha le medesime caratteristiche della “teorica” detrazione ceduta e, pertanto,il fornitore può utilizzarlo in compensazione in dieci rate annuali a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in cui riceve il pagamento. La quota del credito che non è fruita nell’anno è utilizzabile negli anni successivi e non può essere chiesta a rimborso.
 

Proroga Ecobonus 65% ed estensione agli Iacp

L’Agenzia ricorda che la Legge di Stabilità 2016 ha prorogato fino al 31 dicembre 2016 la detrazione del 65%, delle spese sostenute per: 
- gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici esistenti; 
- l'acquisto e la posa in opera delle schermature solari; 
- l'acquisto e la posa in opera di impianti di climatizzazione invernale dotati di generatori di calore alimentati da biomasse combustibili; 
- gli interventi di riqualificazione energetica relativi a parti comuni degli edifici.
 
La Legge di Stabilità 2016 inoltre rende fruibili le detrazioni fiscali del 65% per gli interventi di riqualificazione energetica anche da parte degli Istituti Autonomi per le Case Popolari (IACP), per le spese sostenute dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2016, relativamente agli interventi realizzati su immobili di loro proprietà adibiti ad edilizia residenziale pubblica.
 
La disposizione introduce un’importante apertura nell’impianto normativo della detrazione, consentendone l’applicazione anche per gli interventi riguardanti taluni immobili “patrimoniali” concessi in locazione, a condizione che siano adibiti a edilizia residenziale pubblica e siano di proprietà degli Istituti autonomi, comunque essi siano denominati, i quali hanno come compito la gestione di tale patrimonio.

L’IVA pagata per l’acquisto da un’impresa costruttrice di una abitazione di classe energetica A o B, anche comprensiva di pertinenza, effettuato entro il 31 dicembre 2016, si detrae al 50% dall’Irpef in 10 rate annuali. Il beneficio si applica anche nel caso di imprese di ‘ripristino’ o ‘ristrutturatrici’.
 
È uno degli argomenti della Circolare 20/E del 18 maggio 2016 con cui l’Agenzia delle Entrate fornisce primi chiarimenti sulle novità fiscali introdotte dalla Legge di Stabilità 2016 (Legge 208/2015).
 

La detrazione Irpef dell’Iva per case di classe energetica A o B

L’agevolazione - spiega l’Agenzia - mira a favorire la ripresa del mercato immobiliare e si applica all’acquisto di unità immobiliari a destinazione residenziale di classe energetica A o B cedute da imprese che applicano l’Iva all’atto del trasferimento, quindi imprese costruttrici.
 
Il beneficio consiste nella detrazione dall’Irpef  del 50% dell’Iva corrisposta in relazione all’acquisto, effettuato entro il 31 dicembre 2016, di unità immobiliari a destinazione residenziale, di classe energetica A o B, cedute dalle imprese costruttrici delle stesse. La detrazione è ripartita in dieci quote costanti nell’anno in cui sono state sostenute le spese e nei nove periodi d’imposta successivi.
 

Imprese costruttrici e ristrutturatrici

L’espressione ‘impresa che applica l’Iva all’atto del trasferimento’ comprende non solo l’impresa che ha realizzato l’immobile ma anche le imprese di “ripristino” o “ristrutturatrici” che hanno eseguito, anche tramite imprese appaltatrici, interventi di restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia o ristrutturazione urbanistica.
 

Immobili agevolabili e pertinenze

La detrazione presuppone l’acquisto, dall’impresa costruttrice, tra gennaio e dicembre 2016, di una unità immobiliari residenziale di classe energetica A o B, a prescindere da ulteriori requisiti. Il beneficio quindi non è circoscritto alla prima casa, né esclude gli immobili di lusso.
 
Poiché la Legge di Stabilità non si esprime sulle pertinenze (es.: posto auto, cantina, etc), l’Agenzia, in conformità al proprio orientamento ormai consolidato, ritiene che possa applicarsi alla pertinenza il criterio dell’estensione del beneficio fiscale spettante all’unità abitativa, a condizione che l’acquisto della pertinenza avvenga contestualmente all’acquisto dell’unità abitativa e l’atto di acquisto dia evidenza del vincolo pertinenziale.
 

Bonus cumulabile con la detrazione del 50% sulle ristrutturazioni

La Legge di Stabilità non vieta il cumulo della detrazione con altre agevolazioni in materia di IRPEF. Quindi il contribuente che acquisti un’unità immobiliare all’interno di un edificio interamente ristrutturato dall’impresa di costruzione può beneficiare anche della detrazione del 50% sulle ristrutturazioni, calcolata sul 25% del prezzo di acquisto dell’immobile, entro un importo massimo di 96.000 euro e ripartita in 10 rate (ex art. 16-bis, comma 3, del TUIR).
 
Tuttavia, per il principio generale secondo cui non è possibile far valere due agevolazioni sulla medesima spesa, la detrazione del 50% sulle ristrutturazioni non può essere applicata anche all’IVA per la quale il contribuente si sia avvalso della detrazione del 50% dell’Iva.
 
Ad esempio, un contribuente che acquista da un’impresa di ristrutturazione un’unità immobiliare, con le agevolazioni “prima casa”, all’interno di un fabbricato interamente ristrutturato, al prezzo di 200.000 euro + IVA al 4%, per un totale di 208.000 euro, avrà diritto:
- alla detrazione del 50% dell’Iva pagata sull’acquisto dell’immobile, pari ad euro 4.000 (8.000* 50%);
- alla detrazione del 50% calcolato sul 25% del costo dell’immobile rimasto a suo carico, pari ad euro 25.500 [(208.000 – 4.000) * 25% = 51.000 * 50%].
 
Lo stesso vale nel caso di realizzazione di box pertinenziale acquistato contestualmente all’immobile agevolato, relativamente al quale spetta anche la detrazione del 50% del costo di realizzazione documentato (ex art. 16-bis, comma 1, lett. d) del TUIR).
 
Ad esempio, un contribuente acquista da un’impresa costruttrice un’unità immobiliare, con le agevolazioni “prima casa”, e un box pertinenziale. Il costo complessivo dell’immobile, comprensivo della pertinenza è pari a 200.000 euro 19 + IVA al 4%, per un totale di 208.000 euro. Il costo di realizzazione del box è pari a 10.000 euro più IVA pari a 400 euro.
Il contribuente avrà diritto:
- alla detrazione del 50% dell’Iva sull’acquisto dell’immobile comprensivo della pertinenza, pari a 4.000 euro;
- alla detrazione, spettante ai sensi dell’art. 16-bis, comma 1, lett. d) del TUIR, sul costo di realizzazione del box al netto dell’Iva portata in detrazione riferita a tale costo, pari a 10.200 euro (10.400 euro – 200 euro). La detrazione è pari al 50% di tale importo e cioè 10.200 euro * 50% = 5.100 euro.
 

Trattamento fiscale degli acconti

L’Iva relativa agli acconti corrisposti nel 2015 non è detraibile, anche se il rogito risulta stipulato nell’anno 2016. Infatti, la Legge di Stabilità, in vigore dal 1° gennaio 2016, prevede che l’acquirente possa detrarre il “50% dell’importo corrisposto per il pagamento dell’IVA in relazione all’acquisto” di unità immobiliari effettuato o da effettuare “entro il 31 dicembre 2016”.

In arrivo 45 milioni di euro per la demolizione degli edifici abusivi. Lo stanziamento è previsto dal disegno di legge “Falanga” approvato dalla Camera dei Deputati, che quasi sicuramente sarà confermato dal Senato senza modifiche.
 
Ma non solo, perché il ddl prevede anche l’istituzione di una banca dati nazionaledelle opere abusive presso il Ministero delle Infrastrutture (Mit) e la semplificazione delle procedure per la demolizione, che seguiranno una lista di priorità.
 
Le modifiche apportate dalla Camera stravolgono la versione approvata dal Senato, criticata da molti perché avrebbe potuto bloccare le ruspe nei casi considerati meno gravi. I criteri di priorità per la demolizione dei manufatti abusivi diventeranno quindi più trasparenti e semplici, ma soprattutto si sosterà economicamente l’attività dei Comuni, chiamati ad accertare la presenza di edifici abusivi e a finanziarne la demolizione.
 

Abusivismo edilizio, 45 milioni per le demolizioni

Sarà istituito un fondo rotativo di 45 milioni presso il Ministero delle Infrastrutture per integrare le risorse necessarie alle demolizione da parte dei comuni. I fondi (5 milioni di euro per l'anno 2016 e 10 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2017 al 2020) saranno erogati secondo criteri da definire con un decreto del Mit e del Ministero dell’Ambiente, sentita la Conferenza unificata, sulla base delle richieste avanzate dagli Enti locali, corredate da una puntuale documentazione amministrativa e contabile.
 
Come lamentato da Regioni e Comuni, le demolizioni spesso sono rimaste ferme per mancanza di fondi dei Comuni da destinare all’accertamento degli abusi e alla loro rimozione. Con questa immissione di risorse il problema dovrebbe essere risolto.
 

Abusi edilizi, le priorità nelle demolizioni

Nella demolizione delle opere abusive si darà la priorità a:
- immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico;
- immobili che costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità;
- immobili sottratti alla mafia.
 
In ognuna di queste categorie la priorità sarà attribuita, di regola, agli immobili in corso di costruzione o non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e a quelli non stabilmente abitati.
 
Questi criteri dovranno essere valutati volta per volta dai Procuratori della Repubblica, che decideranno anche in base ai casi specifici.
 

Abusivismo edilizio, la banca dati

Il disegno di legge prevede l’istituzione di una banca dati nazionale sull'abusivismo edilizio che sarà gestita dall’Agenzia per l'Italia digitale. Gli enti dovranno trasmettere tutti i dati relativi alle opere abusive e in caso di ritardo il dirigente o il funzionario inadempiente sarà punito con una multa di mille euro. Per questi obiettivi sono stati stanziati altri 10 milioni di euro.
 
Il Governo si è inoltre impegnato a di presentare ogni anno una relazione non solo sullo stato dell'abusivismo edilizio e sulle demolizioni effettuate, ma anche sull'eventualeriqualificazione urbanistica degli edifici abusivi non demoliti, avviando una collaborazione con Regioni ed enti locali interessati.
 

Abusivismo edilizio, sventato il 'blocco delle ruspe' e il 'condono mascherato'

Positivi i commenti sul disegno di legge. Il presidente della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, sostiene che la norma manifesti una “tolleranza zero” contro la filiera del cemento illegale. “È importante – ha affermato - che le modifiche introdotte dalla Camera alla legge sulle demolizioni degli abusi edilizi abbiano superato le criticità del testo uscito dal Senato. La versione licenziata da Palazzo Madama avrebbe reso più difficile gli abbattimenti e quindi il contrasto all’abusivismo. Secondo il Rapporto Ecomafia 2015 di Legambiente nel 2014 sono stati 5.750 i reati accertati nel settore del cemento. Per affrontare questa piaga e ripristinare la legalità è necessario dire un chiaro e secco 'no' a nuovi condoni e procedere con gli abbattimenti. Lo Stato deve essere al fianco di quei sindaci che quotidianamente subiscono minacce e intimidazioni per la loro attività contro l'illegalità urbanistica”.
 
Favorevole anche il parere di Rossella Muroni, presidente di Legambiente. “La votazione alla Camera che, grazie al buon lavoro fatto dalla Commissione giustizia, ha stravolto il disegno di legge ‘blocca ruspe’ del senatore Falanga approvato al Senato nel 2014. Speriamo che d’ora in poi nessuno abbia ancora voglia di presentarecondoni edilizi mascherati o provvedimenti per fermare le demolizioni degli ecomostri. Serve una classe politica matura e responsabile che riaffermi, non solo a parole ma con i fatti concreti, i principi delle legalità e non alimenti invece le vane speranze, nonché le manifestazioni violente degli abusivi”.

Il costo di un’opera pubblica e i tempi necessari per il suo completamento diventeranno informazioni di dominio pubblico. Lo prevede ildecreto approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri che introduce il meccanismo dell'accesso civico sul modello del "Freedom of Information Act" (FOIA) di matrice anglosassone.
 
Il decreto rientra nel pacchetto di norme attuative della riforma della Pubblica Amministrazione (Legge  124/2015) voluta dal Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, Maria Anna Madia.
 

FOIA e appalti pubblici

Il decreto traccia un quadro completo degli obblighi della PA in materia di trasparenza, mettendo insieme e rafforzando una serie di adempimenti già previsti in ordine sparso da altre norme, come il D.lgs 33/2013 sugli obblighi di pubblicità e trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni e la Legge 190/2012 per la prevenzione della corruzione e dell’illegalità nella PA.

Nell’ambito dei contratti pubblici si precisa che le Stazioni Appaltanti dovranno sempre rendere noti la struttura proponente, l’oggetto del bando, l’elenco degli operatori invitati a presentare offerte, l’aggiudicatario, l’importo di aggiudicazione, i tempi di completamento dell’opera, servizio o fornitura e l’importo delle somme liquidate.
 
La norma, che apre le banche dati delle Pubbliche Amministrazioni, rende strutturale il sito web soldipubblici.
 

FOIA, accesso civico gratuito ai documenti

Viene inoltre introdotto il sistema dell’accesso civico sul modello anglosassone. I cittadini potranno chiedere di visionare anche atti che la PA non è obbligata a pubblicare. I documenti dovranno essere rilasciati in modo gratuito e l’eventualediniego dovrà avvenire con un provvedimento espresso e motivato, solo nel caso in cui esistano interessi pubblici o privati da tutelare.
 

Anticorruzione, trasparenza e riforma della Pubblica Amministrazione

In base a quanto previsto dalla riforma, il decreto "FOIA", approvato lunedì in via definitiva, modifica il D.lgs 33/2013 sugli obblighi di pubblicità e trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni e la Legge 190/2012 per la prevenzione della corruzione e dell’illegalità nella PA, cercando di creare un quadro normativo unitario.
 
Il testo dovrà ora affrontare gli ultimi ritocchi formali e sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale per diventare presto operativo.
 
Il FOIA è il primo decreto attuativo della riforma della Pubblica Amministrazione ad essere stato approvato definitivamente. Tra i decreti ancora in fase di modifica e limatura ricordiamo quello sulla semplificazione della Scia, la disciplina generale dellaConferenza di Servizi e l’accelerazione dei provvedimenti amministrativi.

Capire quando utilizzare ancora il vecchio Codice Appalti, quando rilasciare il Codice identificativo di gara e quali adempimenti rispettare. Lo chiarisce l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), con le nuove istruzioni operative per le Stazioni Appaltanti.
 

Nuovo Codice Appalti: il periodo transitorio

Dopo una serie di richieste di chiarimento da parte degli operatori a causa della confusione creata per le procedure a cavallo del vecchio (D.lgs. 163/2006) e del nuovo Codice degli Appalti (D.lgs. 50/2016), l’ANAC ha spiegato che la vecchia normativa continua ad applicarsi a tutte le gare pubblicate entro il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale, sulla Gazzetta Europea o nell’Albo pretorio di riferimento.
 
Ma lo spartiacque del 19 aprile 2016, data in cui è entrato in vigore il nuovo Codice Appalti, non è un riferimento sufficiente perché ci sono tante altre situazioni intermedie che hanno avuto bisogno di ulteriori chiarimenti dell’Authority.
 
Nel comunicato adottato nei giorni scorsi l’ANAC ha affermato che si continua ad applicare il D.lgs. 163/2006 a:

affidamenti aggiudicati prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice, per i quali, in base al bando, è stato predisposto il rinnovo del contratto. La vecchia normativa vale anche per le consegne, i lavori e i servizi complementari, le proroghe tecniche, le varianti per cui non è prevista una nuova gara. Anche se è necessario richiedere un nuovo Codice identificativo di gara (Cig), si usa il vecchio Codice se le operazioni rientrano nell’ambito di una gara già espletata e aggiudicata;
 
procedure negoziate indette a partire dal 20 aprile 2016, ma relative a gare bandite quando era in vigore il vecchio Codice, andate deserte per la presentazione di offerte irregolari o inammissibili o per mancanza di offerte;
 
procedure negoziate per le quali la Stazione Appaltante ha pubblicato l’avviso esplorativo, cioè ha iniziato la ricerca di mercato per cercare operatori interessati a ricevere l’invito, mentre era in vigore il vecchio Codice Appalti;
 
affidamenti diretti o procedure negoziate che attuano accordi quadro aggiudicati prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice;
 
adesioni a convenzioni stipulate prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice.
 

Nuovo Codice Appalti: Cig e importi delle gare

L’ANAC ha ricordato che tutti i Comuni, a prescindere dalle dimensioni, potranno bandire gare di lavori fino a 150mila euro e di forniture e servizi fino a 40mila euro. Entro queste soglie le Stazioni Appaltanti potranno rilasciare il Cig senza condurre ulteriori accertamenti.
 

Nuovo Codice Appalti e trasmissione dati all’Osservatorio

Dato che le Stazioni Appaltanti devono fornire una serie di informazioni all’Osservatorio per la vigilanza sui contratti pubblici e che i sistemi informatici devono essere aggiornati per adeguarsi alle disposizioni del nuovo Codice, l’ANAC ha spiegato che possono continuare a essere utilizzati gli strumenti già disponibili. Nel frattempo ha elaborato due tabelle per facilitare l’inserimento dei dati relativi alle gare bandite si sensi del D.lgs. 50/2016 che non trovano esatta corrispondenza nel vecchio sistema.

Le Soa non avranno più l’obbligo di stabilire la loro sede legale in Italia. Lo prevede il disegno di legge Europea 2015 approvato dal Senato.
 
La norma corregge un errore contenuto nel DPR 207/2010, ma dal momento che questo regolamento sarà presto abrogato, i Servizi Studi di Camera e Senato mettono in guardia da possibili difficoltà nell’applicazione delle nuove regole, che così risultano già superate, mentre sarebbe necessario coordinarsi col nuovo Codice degli Appalti Pubblici e trattare la materia in una disposizione a parte.
 

Le sedi delle Soa

Le SOA avranno l’obbligo di avere in Italia una sede qualsiasi, anche solo operativa, mentre la sede legale potrà essere stabilita in un altro Paese dell’Unione.
 
Per archiviare la procedura di infrazione 2013/4212 da parte della Commissione Europea, la norma ha quindi modificato l’articolo 64 del DPR 207/2010, che imponeva invece di avere la sede legale in Italia.
 
Per decidere dove stabilire la propria sede legale bisogna considerare il principio espresso dalla Corte di Giustizia Europea e cioè che solo le società con poteri decisionali connessi all’esercizio dei poteri pubblici devono stabilire la sede legale sul territorio nazionale di appartenenza, mentre quelle a scopo di lucro che operano in condizioni di concorrenza possono stabilirla ovunque.
 

Sedi delle Soa e nuovo Codice Appalti

L’allineamento alla normativa comunitaria ha già delle potenziali difficoltà applicative in agguato. La legge Europea 2015 modifica infatti il DPR 207/2010, cioè il Regolamento attuativo del vecchio Codice Appalti (D.lgs. 163/2006).
 
Come ricordato dai Servizi Studi della Camera e del Senato, la norma del 2010 è “in via di abrogazione” perché sarà sostituito dalle linee guida dell’Anac che attueranno il nuovo Codice Appalti (D.lgs. 50/2016).
 
L’articolo 84 del nuovo Codice Appalti ha disciplinato la materia, stabilendo che le Soasono organismi di diritto privato che attestano, a favore dei soggetti esecutori di lavori pubblici di importo pari o superiore a 150mila euro, il possesso dei seguenti requisiti di qualificazione:
 
- l'assenza dei motivi di esclusione di un operatore economico dalla partecipazione a procedure di appalto o concessione;
- il possesso dei requisiti di capacità economica, finanziaria, tecnica e professionale elencati all'articolo 83 del medesimo decreto;
- il possesso di certificazione di sistemi di qualità conformi alle norme europee della serie UNI EN ISO 9000 e alla vigente normativa nazionale;
- il possesso di certificazione del rating di impresa, rilasciata dall'ANAC, basato - ai sensi del comma 10 dell'articolo 83 del medesimo decreto legislativo n. 50 del 2016 - su indici qualitativi e quantitativi, oggettivi e misurabili, nonché sulla base di accertamenti definitivi che esprimono la capacità strutturale e di affidabilità dell'impresa.
 
Il quadro normativo sarà completato entro un anno con l’adozione di linee guida specifiche da parte dell’Anac. Ricordiamo che il nuovo Codice Appalti prevede diverse linee guida, alcune delle quali sono già state predisposte e messe in consultazione, che manderanno pian piano in pensione il vecchio Regolamento attuativo.
 
Per questi motivi i Servizi Studi della Camera e del Senato raccomandano un raccordo con le nuove norme e ritengono più opportuno che, per non creare confusione, la disposizione sulle sedi delle Soa sia ripresa dalla normativa di settore di prossima emanazione.

Mancanza di fondi e procedure complicate. Sono le cause che spesso impediscono agli Enti locali la demolizione degli edifici abusivi. Lo ha rilevato laConferenza delle Regioni, che ha cercato di fare il punto della situazione con undocumento elaborato dopo aver inviato un questionario a tutte le Regioni.
 
Oltre a tracciare il panorama degli abusi edilizi e dei tempi necessari per le demolizioni, le risposte delle Regioni saranno presentate in Commissione Giustizia alla Camera, dove si sta esaminando il disegno di legge sui criteri di priorità per la demolizione dei manufatti abusivi.
 
Già a marzo la Conferenza delle Regioni aveva svolto un’audizione in Commissione Giustizia per segnalare le criticità esistenti nelle procedure di demolizione e proporre delle migliorie al testo del disegno di legge, ma è stato necessario raccogliere dei dati aggiuntivi
 
Al questionario hanno risposto Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Puglia, Umbria e Veneto, che in molti casi non hanno saputo fornire dati precisi.
 

Le criticità negli iter di demolizione degli abusi

In generale è emerso che l’accertamento degli abusi e la loro rimozione è un compito di competenza comunale, di cui possono occuparsi le Regioni in alcuni casi di inerzia.
 
Scendendo nello specifico delle risposte, l’Abruzzo ha segnalato che viene comunicato solo l'avvio di procedimenti di demolizione per presunte opere abusive ma non la conclusione dell'iter procedurale.
 
In Basilicata è emerso che i Comuni lamentano la mancanza di fondi da anticipare per poter procedere alla demolizione dei manufatti abusivi. Se il responsabile non rispetta l’obbligo di abbattere l’abuso, questo viene infatti acquisito al patrimonio comunale per essere poi demolito.
 
In Campania la procedura è considerata farraginosa perché prevede diverse fasi, come determine, indizione di gara di progettazione e per l'affidamento dei lavori, proposta al Consiglio Comunale e Giunta Comunale per l'impegno di bilancio della somma necessaria alla demolizione e ripristino dello stato dei luoghi, contratto per l'affidamento dell'appalto dei lavori, procedura presso la Cassa Depositi e Prestiti.
 
Il Friuli Venezia Giulia ha evidenziato un alto numero di ricorsi e contenziosi che allungano i tempi per  la conclusione dei procedimenti sanzionatori.
 
Nel Lazio, oltre ai contenziosi sono state segnalate procedure di condono ancora in corso e resistenze da parte dei Comuni, che per mancanza di fondi sono restii a effettuare le demolizioni.
 
La Liguria ha affermato che la maggiore causa di rallentamento dell’iter di demolizione è il ricorso alla giustizia amministrativa per ottenere la sospensione dei provvedimenti comunali.
 
Il Piemonte ha riscontrato difficoltà ad esercitare il potere sostitutivo per la carenza di fondi e di figure professionali specifiche, ma anche per la scarsa conoscenza delle realtà locali dal momento che i Comuni non comunicano dati completi.
 
Dopo aver ammesso la presenza di un elevato numero di abusi, la Puglia ha segnalato un alto numero di ricorsi al Tar contro i provvedimenti di demolizione, l’insufficienza delle risorse che potrebbero permettere ai Comuni di anticipare le spese di demolizione e la carenza di personale.
 
Anche in Umbria i ricorsi amministrativi sono stati considerati la maggiore causa di rallentamento e sospensione dei procedimenti di demolizione.
 

Tempi medi per la demolizione degli abusi edilizi

Pochissime Regioni hanno saputo fornire dati sui tempi medi di demolizione dei manufatti abusivi. Nel questionario è stata chiesta una stima in giorni, differenziata per edifici industriali e privati.
 
La Basilicata ha risposto che in media ci vuole un anno per demolire un abuso rientrante nell’edilizia privata. Negli ultimi tre anni sono stati demoliti un capannone e 70 immobili residenziali a fronte di un totale di 495 permessi di costruire, di cui 93 in sanatoria.
 
I tempi medi salgono a 730 giorni (due anni) in Campania. Dal 2005 al 2011 sono state effettuate una cinquantina di demolizioni e nominati cento commissari ad acta per gestire circa 400 abusi realizzati.
 
Nel Lazio negli ultimi tre anni sono stati abbattuti più di 1119 edifici. Il dato rilevato non tiene conto di molti Comuni che non hanno comunicato nessun dato. Sui tempi medi non si è potuto fare una stima a causa delle grandissime differenze riscontrate in relazione all'entità del manufatto da demolire e alla sua situazione giuridica.
 
In Piemonte sono state effettuate 577 demolizioni, mentre in Puglia ne risultano 84, più altri sei procedimenti per cui sono stati nominati dei commissari ad acta. In entrambi i casi non ci sono dati sui tempi medi di esecuzione. 

Il trasferimento della detrazione del 50% per gli interventi di ristrutturazione edilizia dal padre defunto al figlio è possibile anche se quest’ultimo è già proprietario dell’immobile. Lo ha spiegato l’Agenzia delle Entrate con la circolare 18/E/2016.
 
In base al Testo Unico delle imposte sui redditi – TUIR (Dpr 917/1986), in caso di decesso del soggetto che ha effettuato i lavori e che sta usufruendo della detrazione, il beneficio si trasmette all’erede che conserva la detenzione materiale e diretta del bene.
 
Normalmente, se il padre ha effettuato la ristrutturazione sulla casa di sua proprietà, alla sua morte il figlio eredita, oltre alla casa, anche la detrazione.
 
Nel caso preso in esame, invece, la casa era di proprietà del figlio, che l’aveva concessa in comodato d’uso al padre. Questi aveva effettuato degli interventi di ristrutturazione per i quali, al momento della morte, stava ancora usufruendo della detrazione del 50%.
 
L’immobile in questione non rientrava quindi nell’asse ereditario ed era già presente nel patrimonio del figlio. Nonostante ciò, l’Agenzia delle Entrate ha spiegato che il figlio, in quanto erede e proprietario dell’immobile, ha diritto a fruire della detrazione.
 
Anche in questo caso, il Fisco ha ribadito che è necessario mantenere la detenzione materiale e diretta dell’immobile. Questo vuol dire che, per continuare a usufruire del bonus, il proprietario non può affittarlo né concederlo in comodato o usufrutto.

Solo la Stazione Appaltante può decidere se gli errori professionali commessi da un’impresa siano tali da comportare la sua esclusione da una gara d’appalto. Lo ha spiegato il Consiglio di Stato con la sentenza 1555/2016.
 
Nel caso preso in esame era stato bandito un appalto di lavori per l’adeguamento di una linea ferroviaria. L’impresa vincitrice aveva fatto ricorso all’avvalimento. L’impresa ausiliaria nel presentare le dichiarazioni richieste aveva segnalato che un altro committente pubblico aveva risolto un contratto d’appalto affidatole in precedenza. A suo avviso, però, dato che c’era ancora una causa in corso, questo elemento non poteva comportare la sua esclusione dalla gara.
 
L'impresa seconda classificata aveva quindi fatto ricorso al Tar Calabria sostenendo che l’ ausiliaria avesse reso una dichiarazione fuorviante, mendace e non esauriente sulla sua situazione.
 
Il Tar aveva respinto il ricorso affermando che, in base all’articolo 38, comma 1, letteraf) del Dlgs 163/2006, l’individuazione delle cause di esclusione è rimessa all'esclusivavalutazione tecnico-discrezionale della Stazione Appaltante. I giudici non avevano inoltre riscontrato irregolarità nelle dichiarazioni fornite dall’impresa ausiliaria.
 
Il Consiglio di Stato ha confermato il giudizio del Tar ricordando che devono essere esclusi dalle gare d’appalto i soggetti che nell’esercizio della loro attività professionale hanno commesso un errore grave, accertato dalla Stazione Appaltante.
 
Dato che l'impresa aveva offerto alla Stazione Appaltante tutti gli elementi utili per consentire un preciso controllo della questione, il CdS ha convalidato la scelta della Stazione Appaltante non escludendo l’impresa dalla gara.
 
Essendoci ancora un giudizio in corso per chiarire la vicenda della risoluzione del contratto, l’Anac aveva sospeso il procedimento di annotazione della risoluzione del contratto nel casellario informatico. I giudici hanno spiegato che, anche se l’annotazione fosse avvenuta, la Stazione Appaltante avrebbe potuto non considerarla perché, ai fini dell’esclusione, deve compiere valutazioni autonome sull’affidabilità dell’impresa.  Questa motivazione si sposa bene anche con il nuovo Codice Appalti, che prevede un ampio potere discrezionale delle Stazioni Appaltanti nella valutazione dei comportamenti scorretti che possono influenzare il rapporto di fiducia tra Amministrazione e impresa aggiudicataria.
 
Il CdS ha infine concluso che, in generale, è necessario trovare un compromesso tra la notizia di eventuali carenze di professionalità e la decisione di escludere un’impresa dalla gara, che richiede una rigorosa e motivata valutazione sulla gravità dell'errore professionale. 

Il condomino che effettua un intervento edilizio nel sottosuolo condominiale non commette automaticamente un uso improprio della cosa comune. Con la sentenza 234/2016 la Cassazione ha spiegato che bisogna capire se, dopo i lavori, si limita l’utilizzo delle parti comuni da parte degli altri condòmini o se si altera la destinazione del bene.
 
Se, quindi, dopo i lavori, le parti comuni non risultano alterate e tutti i condòmini hanno la possibilità di farne un uso analogo, l’utilizzo del sottosuolo non sarà sanzionato.
 
I giudici hanno spiegato che non è consentita la realizzazione di un vano autonomosotto il proprio appartamento, ma si può invece tollerare un escavo per ragioni tecniche.
 
Nel caso preso in esame dalla Corte, un condomino aveva proprio realizzato due vani cantina nel sottosuolo dell'appartamento di sua proprietà situato al piano terra dello stabile condominiale.
 
Il proprietario dell’appartamento situato al piano superiore aveva obiettato che questo intervento  avrebbe pregiudicato “il diritto al pari godimento delle parti comuni” , ma soprattutto avrebbe alterato la funzione dell’area di sedime, che è quella di sostenere l’immobile e permettere l’installazione di impianti a servizio del condominio.