•  +39 0961 34991  
  •   Info@appaltiegaranzie.it

News

Normativa

Ad un anno dall’introduzione del leasing abitativo emerge...

Normativa

Il direttore dei lavori è responsabile a metà...

Edilizia

Abbiamo già più volte parlato di vizi, difformità e...

Edilizia

Negli ultimi mesi, a causa degli eventi sismici...

Professione

I professionisti che appartengono a Ordini o Albi...

Lavori Pubblici

Resta in vigore l’obbligo di pubblicare i bandi...

Lavori Pubblici

 Tre milioni e mezzo di euro per indagini...

Professione

Ridotti a 60 i Crediti Formativi Professionali (CFP)...

Normativa

È stato fissato per giovedì 2 febbraio il...

Definite le caratteristiche tecniche per la ricostruzione di immobili danneggiati dal sisma del 24 agosto 2016.
 
Il Ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha, infatti, siglato il Decreto con i valori minimi e massimi della capacità di resistenza degli immobili alle azioni sismiche, ai fini della concessione dei contributi, così come previsto dall’articolo 7, comma 1 del DL 189/2016 (convertito nella Legge 229/2016). 
 
La capacità di resistenza RMIN ed RMAX è valutata come il rapporto tra l’azione sismica sopportabile dalla struttura e l’azione sismica che si utilizzerebbe nel progetto di una nuova costruzione per lo stato limite della salvaguardia della vita.
 
Per semplificare la consultazione, il Decreto contiene una tabella che diversifica la capacità massima o minima di resistenza alle azioni sismiche in base alle zone sismiche, alla classe d'uso dell'immobile ed alla sua tipologia.  


 

Il Governo si impegna a portare a livello europeo la lotta contro il consumo di suolo. È questo il contenuto di una risoluzione approvata all’unanimità dalla Commissione Ambiente della Camera.
 
Sottoscritta dal presidente della stessa Commissione, Ermete Realacci, e dai deputati Borghi, Braga, De Rosa, Mannino, Pastorelli e Zaratti, la risoluzione accoglie la petizione #Salvailsuolo promossa dal network People4Soil, composto da oltre 300 associazioni europee al quale aderiscono, tra le altre, per l’Italia Legambiente, Coldiretti, Slow Food, Wwf.
 
“Il suolo - spiega Realacci - è una delle più importanti risorse naturali del pianeta perché fornisce elementi essenziali alla vita, aiuta a mitigare il dissesto idrogeologico e accumula carbonio. Per questo qualsiasi cambiamento nell’utilizzo del suolo influenza l’equilibrio dei gas a effetto serra. Il nostro benessere sulla Terra dipende insomma dalla fertilità e dalla salute del suolo. Ma questa risorsa così preziosa è limitata e non rinnovabile. Tanto che il suo consumo e degrado rappresentano una delle principali emergenze ambientali in Europa”.
 
“Per tutti questi motivi - prosegue Realacci - con questa risoluzione chiediamo al governo di adoperarsi a livello comunitario per introdurre una specifica legislazione a tutela del suolo. La risoluzione impegna infatti l’esecutivo a farsi promotore in Europa, insieme agli altri partner dell’UE, di un quadro giuridicamente vincolante per fronteggiare le minacce di erosione, impermeabilizzazione, perdita di materia organica, perdita di biodiversità e contaminazione dei suoli. Lo stesso atto impegna inoltre il Governo a promuovere l’integrazione, nelle politiche dell’UE, degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU relativi ai suoli, con particolare attenzione alla riduzione delle emissioni del settore agricolo e forestale”.
 

Contenimento consumo di suolo, il disegno di legge

Ricordiamo che è all’esame delle Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato il disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo che punta ad azzerare il consumo di suolo entro il 2050, tutelare le aree agricole, incentivare la rigenerazione urbana attraverso regimi fiscali di vantaggio, semplificare le procedure per gli interventi di riqualificazione e favorire l’efficienza energetica del costruito attraverso demolizioni e ricostruzioni.
 
Per centrare l’obiettivo, il provvedimento incentiva a privilegiare il riuso e la rigenerazione urbana e l’utilizzo agroforestale dei suoli agricoli abbandonati, anche grazie ad incentivi fiscali, e introduce il principio secondo cui i Comuni, nelle loro scelte di pianificazione, dovranno fornire un’adeguata motivazione rispetto a nuove scelte di espansione, dando priorità assoluta alla rigenerazione delle aree già urbanizzate.

Il rischio alluvioni coinvolge quasi 2 milioni di abitanti che vivono in aree dove l’intervento antropico ha profondamente modificato il territorio.
 
Questo uno dei dati più allarmanti evidenziati nel XII Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano, a cura dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), in cui si sono approfonditi anche i temi relativi alla qualità dell’aria, all’inquinamento elettromagnetico, ai consumi idrici e al trasporto pubblico.  
 

Rischio alluvioni

Il Rapporto sottolinea che uno dei principali elementi di pericolo per il territorio è costituito dai fenomeni di dissesto idrogeologicoinnescati da eventi meteorici intensi.
 
Le conseguenze più pesanti sono concentrate in quelle aree dove l’intervento antropico ha profondamente modificato il territorio e il paesaggio naturale, rendendoli più fragili e vulnerabili.
 
Infatti, nel Report sono stati analizzati gli eventi alluvionali significativi del 2015 e degli ultimi 5 anni, che evidenziano come a un’innegabile modifica del regime pluviometrico, che ha accentuato il peso delle cause scatenanti dei dissesti, si sia sovrapposta l’azione di sistematica alterazione delle condizioni naturali originarie da parte dell’uomo, già dal primo dopoguerra e comunque prima dell’entrata in vigore dei Piani di Assetto Idrogeologico, con il risultato di amplificarne molto le conseguenze negative.
 
Di conseguenza gli eventi alluvionali colpiscono, determinando conseguenze significative, i comuni capoluogo di provincia, che non hanno previsto, molto spesso per scelta, nello sviluppo di nuovi piani urbanistici, azioni destinate al miglioramento della riqualificazione fluviale o alla manutenzione del reticolo idrografico minore.
 
Nei comuni capoluogo di provincia, le aree a pericolosità idraulica elevata, inondabili con tempo di ritorno tra 20 e 50 anni, sono pari al 7,4% della superficie totale, le aree a pericolosità media (tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) sono pari al 16,2% del territorio e in esse vivono quasi 2 milioni di abitanti. 
 

Qualità dell’aria 

ISPRA ha inoltre messo in luce che l’aria continua a rappresentare un problema per la salute degli abitanti. Al 13 dicembre 2016 almeno 18 capoluoghi di provincia hanno superato il limite giornaliero per il PM10 mentre nel 2015, 45 aree urbane su 95 per le quali sono disponibili dati, non hanno rispettato il valore limite giornaliero del PM10, con un numero totale di superamenti e valori medi annuali generalmente superiori a quelli degli ultimi anni, in controtendenza rispetto al trend di medio-lungo periodo, sostanzialmente decrescente.
 
Situazioni peggiori per il mancato rispetto dei valori limite per PM10, particolato fine (PM2.5), biossido di azoto (NO2) a Torino, Vercelli e nell’agglomerato di Milano. Sempre nel 2015, il 90% della popolazione nei comuni considerati risulta esposto a livelli medi annuali superiori al valore guida OMS per il PM10 (20 µg/m³).
 

Inquinamento elettromagnetico 

Nel Rapporto si riscontra, dal 2013 al 2015, un aumento complessivo del 10% del numero di stazioni radio base per telefonia mobile. Attualmente, sono però gli impianti radiotelevisivi a determinare le situazioni di maggiore criticità in termini di casi di superamento dei limiti imposti dalla normativa vigente.
 
Dal 1999 al Luglio 2016: 15 superamenti per gli elettrodotti, 151 per impianti radiotelevisivi e 39 per la telefonia mobile. La quasi totalità dei superamenti risulta rientrata nei limiti di legge.
 

Trasporto Pubblico Locale 

Lieve ripresa dell’utilizzo del Trasporto Pubblico Locale nel 2014 rispetto al 2013: l’incremento si concentra nei grandi comuni e in particolare a Napoli, Torino, Venezia, Bologna e Palermo, anche se si rimane su livelli distanti dai valori del periodo 2008-2011 (circa 8% in meno).
 
Il car sharing è attivo nel 2015 in 26 capoluoghi: in 24 car sharing a postazione fissa; in 6 a flusso libero gestito da operatori privati; a Torino, Milano, Firenze e Roma sono presenti entrambi i servizi. Segnali positivi anche per il bike-sharing: raddoppia nel periodo 2011-2014 il numero di biciclette; così come aumentano le postazioni di prelievo e riconsegna di oltre il 50%.


Consumi idrici

Nel quadriennio 2012/2015, nelle 116 città oggetto del Rapporto si è registrata una riduzione dei consumi idrici dell’8,4%. Il 2015 ha registrato una dispersione reale dell’acqua immessa nella rete di distribuzione pari al 35,4%: in 90 città sui 116 capoluoghi di provincia si hanno valori di dispersione di rete reali superiori al 20%, di cui 18 superiori addirittura al 50%.

Sono diverse le iniziative per fermare il consumo di suolo. Lo ha ricordato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, rispondendo all’interrogazione dell’on. Andrea Maestri, appartenente al Gruppo Misto.
 

Consumo di suolo in Italia e a Ravenna

Il deputato Maestri ha riportato le rilevazioni dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), in base alle quali in Europa si perdono ogni ora undici ettari di terreno, giungendo in Italia ad un consumo doppio rispetto alla media europea che è pari a circa 6-7 metri quadrati al secondo.
 
In questo scenario, il Comune con il valore più alto di suolo consumato pro-capite è risultato Ravenna, che ha raggiunto valori superiori ai 500 metri quadrati per abitante. 

Maestri ha sottolineato che, a suo avviso, un’inversione di tendenza è ostacolata dalla lenta burocrazia e dai costi altissimi, che rendono spesso più conveniente la costruzione di un nuovo immobile, anziché la sistemazione dell'esistente.
 

Consumo di suolo, le iniziative per contrastarlo

Il Ministro Gian Luca Galletti ha spiegato che ildisegno di legge in materia di contenimento del consumo e riuso del suolo edificato riconosce l'importanza del suolo come bene comune e risorsa non rinnovabile, anche in funzione della prevenzione e della mitigazione degli eventi di dissesto idrogeologico e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.
 
La norma si prefigge l’obiettivo di consumo zero entro il 2050. Nel frattempo, ha affermato Galletti, l'unica disciplina dell'uso del territorio legata alle problematiche del dissesto è contenuta negli atti di pianificazione delle Autorità di Bacino.

Passando al caso di Ravenna, Galletti ha ricordato che in Emilia Romagna è in fase di discussione un disegno di legge regionale che mira a limitare al 3% il consumo di suolo. Ravenna, ha spiegato Galletti, è il secondo Comune più esteso d’Italia (dopo Roma). Al contrario della capitale, però, c’è una densità abitativa nettamente inferiore. Sono inoltre le infrastrutture, soprattutto portuali, e urbanizzazioni sparse a determinare un alto indice di consumo di suolo.

È quindi necessario, ha concluso Galletti, che i dati siano analizzati in base alle specificità territoriali. Galletti ha infine assicurato che, oltre alle iniziative in campo, il Ministero è impegnato in attività di monitoraggio.

Nella seduta del 7 dicembre 2016 la Commissione Trasporti della Camera ha concluso l’esame del disegno di legge C. 1178 “Disposizioni per l’istituzione di ferrovie turistiche mediante il reimpiego di linee in disuso o in corso di dismissione situate in aree di particolare pregio naturalistico o archeologico”.
 
La proposta di legge, presentata da Maria Iacono (PD) nel giugno 2013, ha i seguenti obiettivi:
 
1) salvaguardare alcuni tracciati ferroviari in disuso o in corso di dismissione e che attraversano luoghi di particolare interesse sotto il profilo culturale, naturalistico e turistico;
2) tutelare il prezioso patrimonio architettonico e di tutte le opere d’arte che compongono tali linee ferroviarie (stazioni, magazzini, caselli, ponti, gallerie, infrastrutture realizzate illo tempore mediante espropri di terreni per pubblica utilità) e conseguente inalienabilità;
3) istituire ferrovie turistiche da gestire con la collaborazione delle realtà associative già esistenti e operanti nel territorio della Repubblica e che hanno, o hanno avuto, contratti di comodato o convenzioni con società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane Spa finalizzati alla salvaguardia e al recupero dell’infrastruttura ferroviaria, nonché all’organizzazione di treni straordinari a carattere turistico.
 

Le prime ferrovie turistiche

In sede di prima applicazione, le tratte ferroviarie ad uso turistico saranno: Sulmona-Castel di Sangro; Cosenza-San Giovanni in Fiore; Avellino-Lioni-Rocchetta Sant’Antonio; Sacile-Gemona; Palazzolo-Paratico; Castel di Sangro-Carpinone; Ceva-Ormea; Mandas-Arbatax; Isili-Sorgono; Sassari-Palau Marina; Macomer-Bosa; Alcantara-Randazzo; Castelvetrano-Porto Palo di Menfi; Agrigento Bassa-Porto Empedocle; Noto-Pachino; Asciano-Monte Antico; Civitavecchia-Capranica-Orte.
 

Il commento della promotrice Maria Iacono

“Stiamo portando a compimento un grande progetto che regalerà sviluppo e prosperità a territori finora rimasti ai margini dei grandi flussi turistici” - ha dichiarato Maria Iacono, prima firmataria della Proposta di legge.
 
“La legge, che per l’approvazione attende il vaglio dell’aula della Camera - ha aggiunto -, rappresenta uno strumento necessario alla costruzione di nuove prospettive legate al turismo culturale e ferroviario che nel resto d’Europa rappresentano, già da anni, esperienze  importanti e significative”.
 
“Grazie alla legge sulle Ferrovie Turistiche - ha concluso Iacono - sarà possibile organizzare, insieme ai comuni, treni storici e turistici finalizzati a trasportare visitatori nel territorio, alla scoperta di bellezze paesaggistiche, tradizioni storiche e culinarie e, in una parola cogliere attraverso una nuova forma di turismo la vera essenza dell’Italia che è ancora custodita nei nostri territori”.

Predisposte le modalità per l’iscrizione all’Anagrafe antimafia per le imprese interessate a partecipare agli interventi di ricostruzione nei territori del centro Italia colpiti dalle scosse dal 24 agosto in poi.
 
Alla circolare del 28 novembre 2016 il Ministero dell’Interno ha allegato unospecifico modello di domanda d’iscrizione all’Anagrafe antimafia degli esecutori.
 

Ricostruzione solo per imprese iscritte all’Anagrafe

La circolare riprende quanto previsto dell’articolo 6 del DL 189/2016 che obbliga gli operatori economici interessati a partecipare, a qualunque titolo e per qualsiasi attività, agli interventi di ricostruzione pubblica e privata nei comuni del "cratere" ad essere iscritti all’Anagrafe antimafia.
 
Tutte le imprese interessate a interventi per lavori, servizi e forniture connessi alla ricostruzione nelle aree colpite dovranno indirizzare, via P.E.C., alla Struttura di missione (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).
 
La circolare specifica che per gli "interventi di immediata riparazione", con l’obiettivo di agevolare il rientro dei cittadini nelle unità immobiliari interessate da danni lievi, è previsto che le imprese risultino aver solo prestato la domanda di iscrizione nell'Anagrafe, corredata dell'autocertificazione attestante l'assenza di motivi automaticamente ostativi ai fini antimafia. Per tutti gli altri lavori è, invece, necessario che l’iscrizione sia stata ottenuta e non solo richiesta.

Negli scorsi giorni sono state pubblicate 4 ordinanze del Commissario straordinario del Governo per la ricostruzione, Vasco Errani, che delineano le direttive per gli interventi di ricostruzione.
 

Terremoto centro Italia: l’assunzione di personale

L’Ordinanza n. 6 attua quanto previsto dal DL 205/2016 che ha autorizzato l’assunzione a tempo determinato di personale tecnico ed amministrativo, fino ad un massimo di 350, per riuscire a gestire la mole di procedimenti che i Comuni si trovano a dover attivare.
 
L’Ordinanza specifica la ripartizione del personale fra le Regioni interessate dagli eventi sismici: 
- per il 6% alla Regione Abruzzo; 
- per il 16% alla Regione Lazio; 
- per il 62% alla Regione Marche; 
- per il 16% alla Regione Umbria. 

Le richieste di personale,con l'indicazione dei profili professionali necessari, saranno presentate dai comuni ai presidenti delle Regioni che, in qualità di vice commissari, e nei limiti percentuali previsti, procederanno alla ripartizione del personale sulla base delle richieste pervenute. 
 

Terremoto: le altre disposizioni

Nell’Ordinanza n. 4 si definiscono le modalità per la riparazione immediata di edifici e unità immobiliari ad uso abitativo e produttivo danneggiati dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 e successivi, temporaneamente inagibili.
 
Nell’Ordinanza n. 3 viene definita la lista dei Comuni maggiormente danneggiati e nell’Ordinanza n. 5 si specifica la delocalizzazione immediata e temporanea di stalle, fienili e depositi danneggiati e dichiarati inagibili.
 

Riqualificazione degli spazi urbani, riconversione di edifici industriali, inserimento del verde e di spazi in grado di favorire la socializzazione. Sono gli obiettivi del bando periferie, che punta a eliminare situazioni di marginalità economica e sociale, degrado edilizio e carenza di servizi.
 
Sono stati molti gli Enti locali che hanno risposto alla chiamata del Governo presentando 121 idee progettuali, tanto che le risorse inizialmente stanziate (500 milioni di euro) sono state integrate (con 1,6 miliardi di euro) in modo da poter finanziare tutti i progetti.
 
I progetti sono stati protagonisti di Urbanpromo Progetto Paese, la manifestazione organizzata dall'Istituto Nazionale di Urbanistica che si è svolta alla Triennale di Milano dall’8 all’11 novembre.
 
Ecco dieci dei 121 progetti che tentano di dare nuova vita alle periferie dimenticate.
 

Reggio Emilia

Il progetto prevede la riqualificazione del quartiere industriale storico Santa Croce attraverso la riconversione dei capannoni, da destinare a servizi alle imprese e laboratori, il riuso degli spazi abbandonati, da destinare a servizi culturali, educativi e sportivi, e il ripristino delle connessioni col resto della città.


Bari

Il progetto intende riqualificare due quartieri (Libertà e San Paolo) localizzati nell’area nord-ovest. Le zone sono caratterizzate da un arcipelago di nuclei di edilizia residenziale pubblica da riconnettere tra loro e con il resto della città. L'idea progettuale riconosce alla strada il ruolo di spazio pubblico da abbellire con aree verdi per favorire la sostenibilità ambientale e l'aggregazione. Attraverso la strada e forme di mobilità sostenibile si creeranno i collegamenti con grandi contenitori in uso o oggetto di operazioni di riuso in corso (ex Manifattura Tabacchi, ex Gasometro, Istituto Redentore, Chiesa di San Paolo, Parco Romita).


Perugia

La proposta progettuale interessa l’ambito urbano a cavallo della stazione ferroviaria che coinvolge i quartieri di Fontivegge e del Bellocchio. Non si tratta di una periferia, ma di una zona centrale dove, anche a causa della presenza della stazione, si sono nel tempo concentrati fenomeni di grave disagio sociale. Il progetto prevede la riqualificazione di alcuni immobili pubblici e interventi diffusi sul territorio, come l'installazione di sistemi di videosorveglianza e pubblica illuminazione per migliorare il livello di vivibilità, di sicurezza e di decoro dell’area.



Bologna

Il progetto ‘Pilastro’ ha l'obiettivo di mettere in connessione la ricchezza del capitale sociale e culturale del Pilastro con le esigenze economiche esistenti e in via di sviluppo nell'area a nord-est della città. Tutto per trasformare il rione ‘Pilastro’ in nuova centralità della città metropolitana. È anche previsto il recupero di un ex parcheggio multipiano (Giurolo), al momento in disuso, per convertirlo in polo di conservazione e restauro delle pellicole della Cineteca di Bologna. Il progetto interesserà anche i dintorni, teatro di episodi di incuria e vandalismo.


Nuoro

Nuoro si è formata attraverso un’aggregazione di parti urbane distinte, ciascuna delle quali ha apportato a questo processo i propri ambiti periferici, creando situazioni di degrado edilizio, sociale ed economico. Il progetto intende riconnettere queste parti attraverso la cultura, la trasmissione della conoscenza e lo sport. Per questi obiettivi è previsto un percorso di rigenerazione urbana, riuso del patrimonio pubblico dismesso, senza ulteriore consumo di suolo, e la diffusione di spazi pedonali e verdi.

 

Ferrara

Uno spazio del nuovo quartiere nell’area della Darsena di S. Paolo, prima usato per il marcato ortofrutticolo e oggi come parcheggio, sarà trasformato in un luogo attrezzato per il tempo libero. L’area, che costituisce la principale connessione tra il centro della città, il fiume e la Darsena, si trova nei pressi del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. La rigenerazione avvantaggerà futuri residenti, turisti e studenti.


Catania

L’intervento prevede lavori di manutenzione e messa in sicurezza antisismica e antincendio di alcuni edifici, il completamento di piazza Montana, il completamento della viabilità nel quartiere S Giovanni Galerno e la riqualificazione di PalaGalerno più il recupero di scuole e l’avvio di interventi per l’efficientamento del trasporto pubblico.

 

Messina

Il progetto “a consumo suolo zero” parte dalla zona sud della città e mira a risolvere diverse problematiche: la frammentazione del paesaggio edilizio, la sperequazione nella distribuzione della ricchezza e l’emergenza casa. È prevista la riqualificazione edilizia ed energetica del patrimonio edilizio esistente, ma anche il miglioramento dei trasporti e la creazione di servizi ai cittadini.

Vicenza

Il progetto punta sulla riqualificazione dei vuoti, cioè gli spazi dismessi creati dalla delocalizzazione degli insediamenti produttivi, identificati come “energie grigie”. Sono inoltre previsti interventi sui parchi esistenti (energie verdi), investimenti per la mobilità sostenibile (reti) e bonifiche.

 

Ancona

Il programma prevede la riqualificazione del waterfront urbano, che arriva a toccare anche quartieri periferici. L'area è caratterizzata da marginalità economica e sociale, importanti dinamiche demografiche legate alla immigrazione, diffuso degrado edilizio ed elevati fattori di rischio idrogeologico.

 

Via libera all’ultimo dei Patti per il Sud con la Città Metropolitana di Cagliari che prevede risorse pari a 313 milioni di euro per infrastrutture, ambiente, mitigazione del rischio idrogeologico e scuole.

Il Patto con Cagliari prevede che la maggior parte delle risorse, circa 133 milioni, saranno destinate ad ‘Ambiente, territorio e sviluppo turistico’ con interventi di messa in sicurezza del territorio e opere contro il rischio di dissestoidrogeologico.
 
Gli interventi dovranno essere coerenti con le mappe della pericolosità e rischio e con gli obiettivi e le priorità correlate individuati nei Piani di gestione del rischio alluvioni.
 
Oltre 91 milioni saranno impiegati in infrastrutture, con la realizzazione di una metropolitana leggera e la messa in sicurezza e la riqualificazione di assi viari di valenza sovra comunale e/o turistica.
 
Nella sezione dedicata a ‘Cultura, salute e benessere’ sono previsti 28,6 milioni per l'edilizia scolastica (in particolare saranno previsti interventi di adeguamento funzionale, messa in sicurezza, ampliamento ed efficientamento energetico delle scuole) e 14,7 milioni per gli impianti sportivi(adeguamento funzionale, messa in sicurezza e a norma, efficientamento energetico).
 

Via libera al finanziamento completo di tutti i progetti di riqualificazione urbana  presentati dalle Città metropolitane e dai Comuni capoluogo nell’ambito del bando periferie.
 
L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, al termine della riunione della Cabina di regia del Fondo Sviluppo e Coesione.
 
Dando seguito agli annunci del Governo, la cabina di regia ha deliberato uno stanziamento ad hoc di 1,6 miliardi di euro. Le risorse si sommeranno ai 500 milionigià previsti nella Legge di Stabilità per il 2016.
 

Bando Periferie

I 500 milioni di euro iniziali sono stati previsti con la Legge di Stabilità per il 2016 (commi 975 e 976) all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi, quando Matteo Renzi annunciò che “per ogni euro in più investito in sicurezza, ci deve essere un euro in più investito in cultura”.
 
Il bando per l’assegnazione delle risorse è stato pubblicato lo scorso giugno e ha stabilito i progetti finanziabili e i criteri di valutazione.
 
Il plafond si è rivelato insufficiente perché gli Enti locali hanno presentato progetti per un valore di oltre 2,1 miliardi di euro. Senza un ulteriore stanziamento, il nucleo di valutazione avrebbe dovuto bocciare tre progetti su quattro.

Con questo ulteriore stanziamento la scrematura non sarà più necessaria.

 In vigore il secondo Decreto terremoto che consente interventi accelerati per il ripristino dell’agibilità degli edifici privati e per l’individuazione delle aree sui cui installare le strutture temporanee per far fronte all’esigenza abitativa.
 

Terremoto ed emergenza abitativa

Il provvedimento cerca di garantire un’adeguata assistenza abitativa alle popolazioni colpite; per fronteggiarla, si prevede che il Dipartimento della protezione civile possa, con procedure rapide e trasparenti, acquisire i container e, sulla base delle indicazioni dei Comuni, individuare le areesulle quali installarli.
 
Nell’individuazione delle aree deve essere assicurata la preferenza per quelle pubbliche rispetto a quelle private, e il contenimento del relativo numero. I provvedimenti di localizzazione su aree private comportano la dichiarazione di sussistenza di grave necessità pubblica e valgono anche quali provvedimenti di occupazione d'urgenza.
 
Per favorire il rientro nelle case, per gli edifici con danni lievi (che necessitino soltanto di interventi di immediata riparazione) si prevede che i soggetti interessati possano - previa presentazione di apposito progetto firmato da un professionista abilitato che documenti il nesso di causalità tra il sisma e lo stato della struttura, oltre alla stima del danno - procedere al ripristino dell’agibilità degli stabili.
 

Decreto Terremoto: più ‘potere’ agli Enti locali

Per la messa in sicurezza del patrimonio storico e artistico, i Comuni interessati hanno la facoltà di effettuare direttamente gli interventi indispensabili, dandone solo comunicazione al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact).
 
Per riuscire a gestire la mole di procedimenti che i Comuni si trovano a dover attivare, il decreto autorizza l’assunzione a tempo determinato di personale di tipo tecnico ed amministrativo fino ad un massimo di 350.
 
Previsto anche il rafforzamento della struttura della Protezione civile e di quella del Commissario straordinario alla ricostruzione.
 
All’Anas il compito di intervenire con urgenza per la messa in sicurezza e il ripristino della viabilità delle infrastrutture che rientrano nelle sue competenze e di quelle degli enti locali devastati dai ripetuti sismi.
 

Post terremoto: interventi per le scuole e imprese

Il decreto prevede inoltre misure urgenti per consentire la prosecuzione delle attività didattiche: dalle modalità di composizione delle classi a quelle di assegnazione del personale docente.
 
Le imprese che hanno subito danni a causa degli eventi sismici possono acquistare o acquisire in locazione macchinari, nonché effettuare gli ulteriori interventi urgenti necessari a garantire la prosecuzione della propria attività, sulla base di apposita perizia asseverata rilasciata da un professionista abilitato che attesti la riconducibilità causale diretta dei danni esistenti agli eventi sismici e la valutazione economica del danno subito.
 
Le spese sostenute per gli acquisti, le locazioni e gli interventi, saranno rimborsate con modalità stabilite con successivi provvedimenti.

Da mercoledì 16 novembre sarà possibile presentare domanda per ottenere il credito di imposta del 50% sugli interventi di bonifica dei capannoni industriali dall’amianto realizzati nel 2016.
 
Le domande potranno essere presentate entro il 31 marzo 2017 utilizzando la piattaforma web messa a disposizione dal Ministero dell'Ambiente. Saranno esaminate, in base all’ordine di arrivo, fino a esaurimento dei 17 milioni di eurostanziati.
 

Credito di imposta del 50% per la bonifica dell’amianto

Alle imprese che nel 2016 hanno effettuato o intendono completare interventi di bonifica dall’amianto sui loro beni e strutture produttive è riconosciuto un credito di imposta pari al 50% delle spese sostenute. La spesa complessiva per il progetto di bonifica deve essere compresa tra 20mila e 400mila euro. Interventi con un costo inferiore o superiore non sono ammessi all’agevolazione.

Il credito d’Imposta è concesso solo per interventi di rimozione smaltimentodell’amianto, non per il semplice incapsulamento o confinamento. 
 
Il bonus non è cumulabile con altre agevolazioni previste dalla normativa nazionale, regionale o comunitaria.
 

Bonus amianto, come fare domanda

Nella domanda bisogna indicare il costo complessivo degli interventi, l’ammontare delle singole spese e del credito d'imposta richiesto. Vanno allegati anche il piano di lavoro del  progetto  di  bonifica, la comunicazione di ultimazione dei lavori inviata alla Asl competente, l’attestazione delle spese sostenute.

Entro 90 giorni dall’invio delle domande, il Ministero dell’Ambiente comunica il riconoscimento o il diniego della domanda.

In caso di riconoscimento, il credito di imposta viene ripartito e utilizzato in tre quote annuali di pari importo. Deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi e non concorre alla formazione del redito imponibile.

Approvato in commissione Ambiente un emendamento al disegno di Legge di Bilancio 2017 che prevede un fondo da 45 milioni di euro per le demolizioni degli immobili abusivi.
 
L’emendamento, presentato dalla deputata del M5S Claudia Mannino, è identico a quello che era già stato accolto nel Ddl Falanga, oggi fermo al Senato.
 

Opere abusive: fondo da 45 milioni per le demolizioni 

Il fondo rotativo da 45 milioni sarà istituito presso il Ministero delle Infrastrutture per integrare le risorse necessarie alle demolizione di opere abusive da parte dei Comuni.
 
Le risorse, 5 milioni di euro per l'anno 2016 e 10 milioni di euro per ciascuno degli annidal 2017 al 2020, saranno erogate secondo criteri da definire con un decreto del Mit e del Ministero dell’Ambiente.
 
La Deputata Mannino aveva presentato un ulteriore emendamento per istituire una banca dati digitale sullo stato dell’abusivismo in Italia che però è stato dichiarato inammissibile.
 

Lotta all’abusivismo edilizio: il punto sulla situazione  

Della demolizione degli edifici abusivi si parla anche nel disegno di legge “Falanga”, attualmente fermo al Senato.  I deputati M5S della Commissione Ambiente hanno, infatti, commentato: “Proviamo a far entrare dalla finestra quello che il Senato ha bloccato, facendo uscire dalla porta. Il disegno di legge Falanga, che contiene misure importanti contro l’abusivismo edilizio, grazie alle modifiche apportate alla Camera, ora è fermo al Senato. E in Commissione Ambiente è stato approvato un emendamento a prima firma Claudia Mannino che istituisce il fondo di rotazione per le demolizioni”.
 
La Mannino ha poi dichiarato: “Il fondo di 45 milioni di euro è predisposto per l’integrazione delle risorse finanziarie oltre a quelli già a disposizione dei Comuni per sostenere gli interventi di demolizione. Semplice e di grande sostegno per Comuni e Regioni, i quali ad oggi non riescono a disporre di finanziamenti sufficienti per portare a termine le ordinanze di demolizione e mettere in campo una efficace azione di tutela del nostro suolo. Dispiace che il Pd, che pure aveva contribuito a migliorare il ddl Falanga non abbia ancora presentato i suoi emendamenti antiabusivismo che erano stati precedentemente accolti nel testo di legge”.
 
Attualmente però è attivo il Fondo da 10 milioni di euro per la demolizione degli edifici abusivi nelle aree a rischio idrogeologico, istituito con il Collegato Ambiente (Legge 221/2015). 
 

L’agibilità degli edifici situati nelle aree colpite dal terremoto di fine ottobre potrà essere verificata con una procedura veloce. La protezione Civile ha messo a disposizione la scheda Fast, che consentirà di esaminare con urgenza la situazione degli edifici e quantificare le reali esigenze abitative.
 
La nuova valutazione sintetica non potrà essere utilizzata per gli edifici già dichiarati inagibili con la scheda Aedes. Allo stesso tempo, precisa la Protezione Civile in una nota, la scheda Fast non sostituisce la scheda Aedes per gli aspetti connessi alla ricostruzione.
 
Le verifiche con procedura semplificata non potranno essere effettuate nelle zone maggiormente distrutte, perimetrate con ordinanza sindacale, dove sono necessari controlli più approfonditi.
 

Competenze dei professionisti impiegati nei sopralluoghi

I sopralluoghi saranno effettuati da ingegneri, architetti e geometri reclutati dai Consigli Nazionali e dalle Amministrazioni di appartenenza, nel caso di pubblici dipendenti, e successivamente accreditati dalla Dicomac, il centro di coordinamento nazionale della Protezione Civile.
 
I professionisti devono essere abilitati all’esercizio della professione con competenze di tipo tecnico e strutturale nell’ambito dell’edilizia e devono essere iscritti a un ordine o collegio professionale. I tecnici impiegati in una Pubblica Amministrazione, spiega la Protezione Civile, devono essere in possesso di un titolo di studio relativo a competenze di tipo tecnico strutturale e, qualora non iscritti ad un ordine professionale o senza abilitazione, devono essere dotati di una dichiarazione dell’amministrazione di appartenenza che comprovi la consolidata esperienza nel settore.
 

Esiti della valutazione

La valutazione sintetica dell’agibilità con scheda Fast potrà essere effettuata sui singoli edificioppure su una serie di fabbricati che si trovano in un’area perimetrata dal Sindaco.
 
In base alle condizioni degli immobili, l’esitosarà: edificio agibile, edificio non utilizzabile ed edificio non utilizzabile per solo rischio esterno. Nel caso non sia possibile fare il sopralluogo, sulla scheda si dovrà indicare il motivo, ad esempio per difficoltà di accesso nell’area o assenza del proprietario.
 

Le procedure di valutazione

Le valutazioni saranno gestite dal Sindaco e dal Centro Operativo Comunale, che informeranno anche i cittadini sulle date delle verifiche.
 
Il Comune consegnerà alle squadre il piano dei sopralluoghi con gli edifici da ispezionare. Le squadre compileranno le schede e ne lasceranno una copia ai Comuni per l’eventuale adozione di provvedimenti. Le schede originali saranno invece consegnate ai Centri Operativi sovracomunali, che avranno il compito di redigere una lista riepilogativa da inviare quotidianamente alla Dicomac e ai Sindaci. 

Il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha firmato il decreto per l’assegnazione, attraverso un bando pubblico rivolto agli Enti Locali, dei 35 milioni di euro previsti dal Collegato Ambientale per la mobilità sostenibile.
 
L’obiettivo del decreto è favorire gli spostamenti casa-scuola e casa-lavoro con modalità di trasporto sostenibili, in linea con gli obiettivi nazionali ed europei di riduzione delle emissioni di gas serra e inquinanti derivanti dal settore dei trasporti.
 

Mobilità sostenibile: gli interventi finanziabili

Il Ministro Galletti ha specificato che tra gli interventi finanziabili ci sono i servizi e le infrastrutture di mobilità collettiva e condivisa a basse emissioni, come il car pooling, il car e bike sharing, ma anche ‘bike to work’, ‘bicibus’, ‘piedibus’ e infomobilità.
 
In più saranno finanziati progetti per la realizzazione di percorsi protetti, tra cui piste ciclabili e ‘zone 30’ (un'area della rete stradale urbana dove il limite di velocità è di 30 chilometri orari invece dei consueti 50), soprattutto in zone che prevedono la riduzione del traffico e dell’inquinamento come quelle in prossimità di istituti scolastici, università e sedi di lavoro.
 
Potranno accedere alle risorse stanziate anche le proposte di programmazione di uscite didattiche e spostamenti durante l’orario di lavoro per motivi di servizio con mezzi di trasporto a basse emissioni, progetti di formazione ed educazione di sicurezza stradale e di guida ecologica, cosi come quelli che prevedono la cessione a titolo gratuito di ‘buoni mobilità’ o agevolazioni per studenti e lavoratori che nei tragitti casa-scuola e casa-lavoro vogliano usare modalità di trasporto sostenibile.
 

Decreto per la mobilità sostenibile: la valutazione dei progetti

I progetti dovranno essere riferiti a un ambito territoriale con popolazione superiore a centomila abitanti, ma a parità di valutazione saranno finanziati prioritariamente i progetti nei Comuni in cui si sia verificato nel 2015 un superamento dei limiti di legge di emissioni inquinanti (PM10 e NOx) e in cui si sia adottato il Piano Urbano della Mobilità o che abbiano aderito ad accordi territoriali di contenimento dell’inquinamento atmosferico da fonti mobili.
 
A ogni progetto sarà attribuito un punteggio sulla base di criteri come:
- qualità dell’intervento,
- fattibilità,
- copertura finanziaria,
- benefici ambientali,
- livello di integrazione con altre azioni sul territorio,
- grado di innovazione,
- presenza di una pianificazione dei trasporti e di iniziative di mobility management all’interno dell’amministrazione.
 
Ogni Ente potrà presentare il suo progetto entro novanta giorni dal giorno successivo alla pubblicazione dell’avviso in Gazzetta Ufficiale: seguirà entro 60 giorni un decreto del Ministro con l’indicazione degli Enti Locali beneficiari e la conseguente ripartizione delle risorse.
 
Galletti ha commentato: “Entriamo dunque nella fase attuativa di una delle misure strategiche messe in campo per realizzare quella programmazione nel contrasto all’inquinamento delle città che è a lungo mancata. I soldi ci sono, ora mi aspetto che i Comuni colgano questa opportunità e mostrino una grande voglia di innovare la mobilità dei nostri centri urbani”.

Promuovere il riuso degli immobili pubblici abbandonati. È l’obiettivo dell’accordo siglato nei giorni scorsi dall’Agenzia del Demanio e dalla Fondazione ItaliaCamp. 

L’iniziativa contribuirà, oltre che al recupero di molti spazi, allo sviluppo del territorio e dell’occupazione. Gli ambienti, ora abbandonati, potranno ospitare iniziative imprenditoriali e start-up, con ripercussioni positive in termini di occupazione.
 

Recupero e valorizzazione degli immobili pubblici

L’Agenzia e la Fondazione avvieranno progetti di recupero e valorizzazionedei beni pubblici abbandonati, che saranno restituiti alla collettività con nuove finalità economiche e sociali.
 
Si annulleranno quindi i costi legato al non utilizzo. Ma non solo, perché la cura dei beni comuni favorirà la nascita di start-up e nuove iniziative a sostegno del mercato del lavoro.
 
L’Agenzia del Demanio e la Fondazione ItaliaCamp creeranno un gruppo di lavoro col compito di selezionare gli immobili pubblici sui quali avviare lo studio di soluzioni innovative di recupero. Il gruppo attiverà una rete di Pubbliche Amministrazioni, imprese e università per raccogliere esigenze, condividere idee e best practices.
 
“Gli immobili pubblici abbandonati, soprattutto nelle periferie e nei piccoli Comuni, - ha dichiarato Roberto Reggi, Direttore dell’Agenzia del Demanio - rappresentano un costo non più sostenibile per la collettività e, data l’attuale dimensione del mercato, sono di difficile messa a reddito. I beni possono però generare opportunità per le realtà imprenditoriali e sociali che cercano spazi da destinare alle proprie attività. La collaborazione con ItaliaCamp ha l’obiettivo di mettere a fattor comune le competenze dell’Agenzia del Demanio e della Fondazione per individuare soluzioni innovative che generino impatti sociali positivi e sostegno all’imprenditoria e all’occupazione”.
 
“Vogliamo sperimentare modelli di progettazione e gestione innovativa per gli spazi pubblici - ha spiegato il Presidente della Fondazione ItaliaCamp,Federico Florà - secondo le indicazioni emerse nel Report per l’innovazione sociale presentate dal Centro di ricerca della Fondazione, il CeRIIS: innovazione relazionale, sostenibilità economica, interventi a forte impatto sociale per rispondere ai bisogni delle comunità. Come Fondazione, l’intesa con l’Agenzia del Demanio ci offre l’opportunità di avviare un più ampio discorso sulle politiche urbane, nonché un modo per ripensare il rapporto tra enti pubblici e privati nel co-design di policies che mettano a sistema interventi di rigenerazione urbana, processi di innovazione sociale e qualità di vita dei cittadini”.

Alberghi, ristoranti, punti di informazione a sostegno degli automobilisti. Questo diventeranno le case cantoniere abbandonate disseminate lungo le strade statali italiane.
 
È stato presentato ieri il bando di gara per assegnare in concessione le prime 30 case cantoniere, situate sulla rete stradale Anas in Valle d’Aosta, Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Puglia. Sono entrate a far parte di questa prima fase del progetto di riqualificazione quelle case che, anche grazie alla collocazione geografica, hanno potenzialità per sviluppare servizi sinergici con i piani divalorizzazione turistico-culturale del territorio.
 

Case cantoniere, il progetto di riqualificazione

Le case cantoniere, nate nel 1830 e caratterizzate da quel colore rosso pompeiano che le ha rese celebri e riconoscibili nel tempo, diventerannoalberghi, ristoranti, bar e punti di informazione, restando un punto di riferimento importante a sostegno degli automobilisti.
 
L’obiettivo del progetto pilota è, infatti, quello di aumentare i servizi al cliente stradale, sviluppando un brand associabile a concetti di autenticità, genuinità e legame con il territorio, con grande attenzione alla sostenibilità ambientale, all’efficienza energetica, alla sicurezza e all’innovazione tecnologica delle infrastrutture.
 
E ancora: promuovere l’identità territoriale evidenziando le unicità del patrimonio locale. Le nuove attività imprenditoriali saranno lo strumento per far conoscere e apprezzare gli aspetti naturalistici, storici, culturali ed enogastronomici del territorio in cui si trova la casa cantoniera. Un altro aspetto importante del progetto sarà il coinvolgimento nella promozione e nella realizzazione dell’iniziativa imprenditoriale di altre realtà esistenti sul territorio.
 
La ristrutturazione dell’immobile sarà a carico di Anas mentre il concessionario avrà il compito di sviluppare le attività imprenditoriali in coerenza con le linee guida del bando, garantendo i servizi di base definiti: pernottamento, bar e ristoro, free Wi-Fi, postazioni di ricarica per i veicoli elettrici e info point di informazione turistica.
 

Il Manuale di progettazione

Per “contribuire alla rinascita di parte di quell’eccezionale patrimonio architettonico, sociale, culturale rappresentato dalle più di mille case cantoniere sparse sul territorio italiano”, l’Anas ha pubblicato il Manuale di progettazione.
 
Il testo ha l’obiettivo di aiutare i progettisti nel recupero e valorizzazione delle case cantoniere e indica i requisiti che i progetti dovranno avere per essere ammessi al bando. Il principio da seguire è quello della‘conservazione attiva’: il progetto dovrà mantenere le peculiarità storico-stilistiche della casa dandole una nuova funzione, che costituisca una leva per lo sviluppo locale, senza dimenticare le tematiche dell’ecosostenibilità e dell’efficienza energetica. 
 

Il bando di gara

Turismo, cultura, accoglienza, ristorazione, ospitalità: sono le tipologie del servizio che le case cantoniere inserite nel progetto pilota dovranno offrire ai clienti su tutto il territorio. Il bando di gara è rivolto a start-up, singoli imprenditori, consorzi, aziende, associazioni, cooperative: ai fini dell’aggiudicazione conterà la capacità di sviluppare un progetto economicamente sostenibile e coerente con le finalità del modello proposto da Anas.
 
La ristrutturazione dell’immobile è a carico di Anas mentre il concessionario corrisponderà un canone di concessione, oltre ad un contributo variabile in funzione del fatturato generato dall’attività imprenditoriale. I contraenti saranno individuati sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Le concessioni dureranno 10 anni, trascorsi i quali si procederà ad un nuovo bando di gara.
 
Il bando di gara per la “Concessione della gestione e valorizzazione di trenta Case Cantoniere” è stato pubblicato venerdì 15 luglio 2016 sulla Gazzetta Ufficiale n. 81. Le offerte digitali, corredate dalla documentazione richiesta, dovranno pervenire sul Portale Acquisti di Anashttps://acquisti.stradeanas.it, a pena di esclusione, entro le ore 12.00 del 31 ottobre 2016. L’obiettivo è quello di aprire la prima casa cantoniera a giugno 2017.
 

Anas e Agenzia del Demanio

Il progetto di riqualificazione degli immobili è il frutto della collaborazione tra Anas, Ministero per i Beni Culturali, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Agenzia del Demanio che lo scorso dicembre 2015 avevano sottoscritto un Protocollo d’intesa per la valorizzazione delle case cantoniere.
 
A tale scopo, un tavolo tecnico composto dai firmatari ha lavorato in questi mesi per definire le modalità per rendere operativo il progetto e lo standard di servizi che ciascuna casa cantoniera dovrà offrire al cliente stradale, assicurando così la massima uniformità alla rete e conservando al tempo stesso un forte elemento identitario.

“Utilizzare la leva del riuso per rigenerare il nostro patrimonio immobiliare - ha dichiarato Roberto Reggi, Direttore dell’Agenzia del Demanio - è un’occasione di sviluppo culturale, sociale ed economico. Su questo fronte sono numerose le iniziative che l’Agenzia del Demanio ha avviato per il recupero dei beni pubblici. Con il progetto delle case cantoniere si apriranno spazi di accoglienza e vivibilità in immobili oggi in disuso, lungo i più suggestivi percorsi religiosi, turistici e naturalistici del nostro Paese”.
 
“Il Progetto di riqualificazione delle case cantoniere - ha spiegato il presidente di Anas, Gianni Vittorio Armani - rappresenta un modello innovativo di gestione, rispettoso del paesaggio e dell’ambiente, che sviluppa attività di networking e valorizza gli asset immobiliari dell’azienda. Gli interventi di ristrutturazione, per i quali Anas ha previsto un investimento di circa 7,5 milioni di euro in tre anni, a partire da quello in corso, contribuiranno a potenziare il valore del patrimonio aziendale e a preservarlo nel tempo, sostenendo l’identità locale e creando al contempo occupazione, nuova imprenditoria e sviluppo per il territorio”.

Nuove tecnologie, riciclo dei materiali e sostenibilità. Sono gli obiettivi su cui il Ministero dello Sviluppo Economico ha messo a disposizione 380 milioni di euro complessivi per il finanziamento di progetti  di ricerca industriale e sviluppo sperimentale nel Mezzogiorno.
 
Potranno accedere alle risorse non solo le imprese e i centri di ricerca, ma anche i liberi professionisti e le imprese spin-off che presenteranno progetti in collaborazione con le imprese.
 

180 milioni di euro per prodotti e processi

I fondi sono suddivisi in due bandi. Il primo, da 180 milioni di euro, riguarda la realizzazione di nuovi prodotti e processi o il miglioramento di servizi esistenti tramite lo sviluppo di tecnologie riconducibili alla Strategia nazionale di specializzazione intelligente.
 
I progetti finanziabili dovranno essere effettuati nelle Regioni meno sviluppate (Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia), che avranno a disposizione 150 milioni, e nelle Regioni in transizione (Abruzzo, Molise, Sardegna), che disporranno di 30 milioni. Ci si dovrà attenere a sette aree tematiche principali:
 
- Tecnologia dell’informazione e della comunicazione (Tic)
- Nanotecnologie
- Materiali avanzati
- Biotecnologie
- Fabbricazione e trasformazione avanzate
- Spazio
- Tecnologie  riconducibili alle “Sfide per la società” del programma Orizzonte 2020.
 
I progetti devono prevedere spese ammissibili non inferiori a 800mila euro e non superiori a 5 milioni di euro. Sarà riconosciuto loro un finanziamento agevolato pari al 20% delle spese ed un contributo diretto alla spesa, variabile in base alla dimensione dell’azienda e alla tipologia di attività.
 

200 milioni di euro per l'industria sostenibile

Il secondo, da 200 milioni di euro, è destinato solo alle Regioni meno sviluppate (Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia).
 
Questo bando finanzierà grandi progetti di ricerca e sviluppo per l’industria sostenibile l’Agenda digitale finalizzati alla realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento di prodotti, processi o servizi esistenti, tramite lo sviluppo delle tecnologie abilitanti fondamentali.
 
I programmi dovranno prevedere spese tra  5 e 40 milioni di euro. Sono ammissibili alle agevolazioni le spese sostenute per personale dipendente, strumenti e le attrezzature di nuova fabbricazione, servizi di consulenza, materiali utilizzati per lo svolgimento del progetto.

Per la mobilità sostenibile sono disponibili 35 milioni di euro. I bandi per spenderli potrebbero essere pubblicati a settembre in modo da finanziare i progetti dei Comuni entro la fine dell’anno. Lo ha reso noto il Ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, durante la II Conferenza nazionale sulla mobilità sostenibile promossa dall’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), Ministero dell’Ambiente e Comune di Catania, che si è svolta a Catania l’8 e il 9 luglio.
 

Mobilità sostenibile Smart e Slow, pronti 35 milioni di euro

“Abbiamo 35 milioni di euro per finanziare progetti casa-lavoro e casa-scuola – ha sottolineato il Ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti - Possiamo partire con la gara a settembre per chiudere entro la fine dell'anno. Abbiamo i fondi, i Comuni devono presentare i progetti, noi li invitiamo a farlo. Io faccio i bandi, loro vengano a prendere questi soldi e li spendano subito, anche perché – ha ribadito - non c'è più un problema di risorse, ma di muoversi. Insistendo sulla necessità che i Comuni spendano i soldi disponibili con progetti, Galletti ha concluso “Ci sono 52 milioni di euro per le scuole e 900 milioni per ristrutturazioni ecocompatibili per edifici pubblici e privati, gli enti locali devono venire a prendersi i soldi”.
 
“Il primo obiettivo è diventare un Paese più Europeo dove diminuisce l’uso dell’auto privata – ha affermato il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti,Graziano Delrio - ma per poter ottenere questo obiettivo dobbiamo occuparci non solo di traffico ma della qualità della vita nelle città. I cittadini usano l’auto privata perché non ci sono mezzi, quindi il primo obiettivo è recuperare una pianificazione che riduca il gap sulle infrastrutture per la mobilità collettiva”. Per questi obiettivi si investirà su metropolitane e rinnovo del parco veicolare pubblico.
 
Per sintetizzare il bisogno di cambiamento è stato coniato lo slogan “Smart e Slow” che secondo il vicesegretario generale Anci con delega alla mobilità sostenibile, Antonella Galdi, racchiude due temi: l’intelligenza dell’innovazione e il piacere di godere le bellezze delle nostre città.
 
Per il vicepresidente Anci e sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, per cogliere e incoraggiare i segnali di cambiamento è necessaria una strategia nazionale che punti sugli incentivi alla sostenibilità, alla lotta all’inquinamento e al miglioramento degli stili di vita senza tralasciare la velocità degli spostamenti e le caratteristiche di ogni territorio, perché ciò che si adatta a una città pianeggiante, come la Bicipolitana  di Pesaro, può non essere adatto ad una località collinare o montana.
 
Incentivando le Ztl, le corsie preferenziali e le chiusure al traffico aumenterebbe la velocità dei mezzi pubblici, ha spiegato il direttore Asstra (Associazione delle società ed enti del trasporto pubblico locale di proprietà degli enti locali, delle regioni e di imprese private), Alessia Nicotera.
 
Dal coordinatore nazionale della Consulta piccoli Comuni dell’Anci,Massimo Castelli, è arrivata la proposta di costituire “corridoi verdi” in grado di collegare periferie e piccoli centri con aree più centrali.
 
Tutto per rispettare gli impegni europei in ambito di qualità dell’aria e salute e coordinare le varie iniziative, ha detto Raffaele Tiscar, vice segretario generale della presidenza del Consiglio dei Ministri.
 
Sulla base dei risultati raggiunti in Cina, Carlo Tursi, general manager Uber Italia, ha affermato che il segreto sta nel car pooling e nella mobilità intermodale, soluzioni che oltre alla sostenibilità creano lavoro.
 
Grandi risultati, secondo Giorgio Martini dell’Autorità di gestione del Pon Metro 2014-2020, sono attesi dal Pon Metro, che ha stanziato 216 milioni sulla mobilità urbana, traducibili in 100 chilometri di piste ciclabili, 320 mezzi per il trasporto pubblico locale, 150 chilometri in più di corsie preferenziali e 40mila metri quadrati di nodi di interscambio.
 

Mobilità sostenibile, la ricerca di Anci

Tutto è partito da una considerazione contenuta in una ricerca dell’Anci: la mobilità è in crescita. L’80% della popolazione si muove impiegando ogni giorno circa 60 minuti del suo tempo. Anche se gli spostamenti in auto e moto sono in diminuzione e cresce l’uso della bici c’è ancora molto da fare.
 
Ipotizzando di allineare le auto in fila, si legge nella ricerca, si creerebbe unserpentone lungo 6800 chilometri, come da Milano a Pechino. Questo anche perché, molto spesso, le auto viaggiano solo con il conducente a bordo, con costi elevati in termini di inquinamento e incidenti stradali. A questa situazione fa da contrappeso l’aumento nell’uso dei trasporti pubblici, l’aumento delle aree pedonali o a traffico limitato e il calo delle immatricolazioni di auto.

Deturpano il paesaggio e sottraggono risorse ai Comuni in cui si trovano. Sono le opere incompiute, cantieri in cui, per svariati motivi, i lavori si sono fermati. Scheletri inutilizzati che avrebbero dovuto avere una funzione pubblica, ma che hanno finito per creare solo problemi ambientali e di sicurezza.
 
Di alcune csiamo già occupati ma oggi, dopo che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha aggiornato l’elenco delle opere ferme, torniamo su sette edifici progettati per migliorare la vita culturale o ricreativa, ma che al momento stanno lì a simboleggiare lo sperpero di denaro pubblico.
 

Area museale Maison Caravex a Gignod, Valle d’Aosta

I lavori di ampliamento dell’area museale già esistente si sono fermati al 23% assorbendo 5,8 milioni di euro. Con 3,6 milioni si pensa di poter completare l’opera.

 

Ex-macello a Parma, Emilia Romagna

Il recupero dell’area dell’ex-macello prevedeva la realizzazione di teatri e altri centri di intrattenimento. Anche se i lavori sono letteralmente a zero, l’Amministrazione ha speso più di 200mila euro e ne servono altrettanti.

 

Polo museale Santa Chiara a Bassano del Grappa, Veneto

Il progetto prevede la creazione di una Cittadella della cultura. Anche se non è ancora nata, ci sono già diverse polemiche sulla sua sostenibilità. Il 7.18 % delle opere è costato più di 11 milioni di euro. Per il suo completamento servirebbero quasi altri 6 milioni.

 

Palasport di Cantù, Lombardia

Pensato per integrarsi nella zona dove sono presenti altre strutture sportive e un centro commerciale, è costato finora più di 33 milioni. Considerando che è stato completato solo il 6,33% dei lavori è stato stimato che sono ancora necessari circa 28 milioni.

 

Palasport a Gravellona Toce, Piemonte

Per la realizzazione del 22% di questo impianto sportivo sono stati spesi 7,5 milioni di euro. I lavori sono fermi, ma per sbloccarli e completare la struttura senza ulteriori intoppi ci vorrebbero 6 milioni di euro.

 

Liceo Scientifico di Vercelli, Piemonte

Questa scuola doveva essere ampliata per rispondere al fabbisogno di nuove aule e laboratori. Ad oggi il 13,27% degli interventi è costato 700 milioni di euro. Secondo le stime del Comune altri 800 milioni basteranno per terminare i lavori.


Palazzo di Città di Nardò, Puglia

I lavori erano quasi finiti, ma poi si sono bloccati per decenni e ora, dopo il passare del tempo e dei vandali, è quasi tutto da rifare. Può considerarsi concluso solo il 7% dei lavori che sono costati 750mila euro. Per rendere operativa la struttura ci vorrebbero altri 8 milioni di euro.

Gli immobili costruiti illegalmente nel 2015 sono 18mila; in calo le infrazioni nel ciclo del cemento e dei rifiuti. Crescono, invece, gli illeciti nella filiera agro-alimentare, i reati contro gli animali e soprattutto gli incendi; in calo il business delle ecomafie che nel 2015 è stato di 19,1 miliardi, quasi tre miliardi in meno rispetto all’anno precedente (22 miliardi).
 
Sono alcuni dei dati che emergono da “Ecomafia 2016 di Legambiente, le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia”, edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat, e presentato in Senato. Numeri e risultati che raccontano il lento ma grande cambiamento che ha preso il via nel 2015, con l’approvazione della legge sugli ecoreati, e continua nel 2016, anno in cui si cominciano a raccogliere i primi frutti di un’azione repressiva più efficace e finalmente degna di un paese civile che punisce davvero chi inquina.
 
“Anche quest’anno il Rapporto Ecomafia - dichiara Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente - ci racconta il brutto dell’Italia, segnata ancora da tante illegalità ambientali, ma in questa edizione 2016 leggiamo alcuni fenomeni interessanti che lasciano ben sperare. Dati e numeri, in parte in flessione, che dimostrano quali effetti può innescare un impianto normativo più efficace e robusto come i nuovi ecoreati, in grado di aiutare soprattutto la prevenzione oltreché la repressione dei fenomeni criminali”.
 
“La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva - prosegue Muroni -: è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese, che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità ambientale e legalità. E nel prevenire le ecomafie, oltre all’impegno dei territori e dei singoli cittadini, è importante una presenza costante dello Stato che deve essere credibile e dare risposte sempre più ferme, perché quando lo Stato è assente la criminalità organizzata avanza con facilità invadendo i territori, l’ambiente e le comunità locali. Quando invece lo Stato è presente, difficilmente gli ecomafiosi possono rubare e uccidere il nostro futuro”.
 

I dati delle Ecomafie

Nonostante il calo complessivo dei reati nel 2015, cresce l’incidenza degli illeciti nellequattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), dove se ne sono contati ben 13.388, il 48,3% sul totale nazionale (nel 2014 l’incidenza era del 44,6%). La Campania con 4.277 reati, più del 15% sul dato complessivo nazionale, è la regione con il maggior numero di illeciti ambientali seguita da Sicilia (4.001),Calabria (2.673), Puglia (2.437) e Lazio (2.431). Anche su base provinciale la Campania gode di un primato tutt’altro che lusinghiero: le province di Napoli e Salerno sono tra le due più colpite, rispettivamente con 1.579 e 1.303 reati, seguite da Roma (1.161), Catania (1.027) e Sassari (861).
 
La corruzione è un fenomeno sempre più dilagante nel Paese, è l’altra faccia delle ecomafie, e facilita ed esaspera il malaffare in campo ambientale in maniera formidabile. Dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2016 Legambiente ha contato 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale, con 2.666 persone arrestate e 2.776 denunciate. La Lombardia è la regione con il numero più alto di indagini (40), seguita da Campania (39), Lazio (38), Sicilia (32) e Calabria (27).
 

L’abusivismo edilizio

La pressione dell’abusivismo continua senza tregua e non si ferma nemmeno dinanzi alla crisi generale del settore edilizio. Secondo le stime del Cresme, se nel 2007 l’abusivismo edilizio pesava per circa l’8% sul totale costruito, nel 2015 la percentuale è pressoché raddoppiata e destinata in prospettiva a crescere anche negli anni a seguire. Detta in altro modo, nel 2015 sarebbero stati costruiti altri 18.000 immobili completamente fuori legge.
 
Impressionanti anche i dati complessivi sul ciclo del cemento: nel 2015 sono stati accertati quasi 5mila reati, 13 al giorno, e sono stati effettuati 1.275 sequestri. La Campania si conferma regione leader, con il 18% delle infrazioni su scala nazionale, davanti a Calabria, Lazio e Sicilia. Anche su scala provinciale, quelle campane battono tutte le altre, con in testa Napoli (301 reati), poi Avellino (260), Salerno (229) e Cosenza (199).
 

Urgente semplificare l’abbattimento degli ecomostri

“Dopo la legge sugli ecoreati e quella sulle agenzie ambientali - dichiara Stefano Ciafani, Direttore generale di Legambiente - è fondamentale che il Parlamento approvi altre leggi in questa ultima parte di legislatura, che permettano di contrastare sempre più duramente le ecomafie, liberare il Paese dalla zavorra delle illegalità e promuovere la sua riconversione ecologica. C’è bisogno con urgenza della legge sui delitti contro gli animali, della norma per semplificare l’abbattimento degli ecomostri, di quella contro le agromafie e della costituzione di una grande polizia ambientale sempre più strutturata sul territorio che faccia tesoro dalle migliori esperienze maturate dall’Arma dei carabinieri e dal Corpo forestale dello Stato negli ultimi decenni”.
 
In sintesi, Legambiente chiede una presa di posizione seria e unanime da parte delle classi dirigenti nazionali e locali contro l’abusivismo edilizio per dare nuovo vigore agli abbattimenti dei manufatti che ancora oggi sfregiano il territorio, con l’approvazione di una legge per snellire l’iter di abbattimento degli ecomostri.
 
L’associazione chiede, inoltre, un vero e proprio cambio di paradigma economico: l’economia ecocriminale si combatte promuovendo un’economia civile, fondata sul pieno rispetto della legalità, sui principi della sostenibilità ambientale e della solidarietà, capace di creare lavoro, soprattutto per le giovani generazioni, e crescita pulita; contribuire alla custodia dei patrimoni del nostro Paese, a cominciare dalle sue ricchezze naturali e paesaggistiche, e alla valorizzazione dei suoi straordinari talenti.

È iniziato nelle Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato l’esame del disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo.
 
La norma è stata associata ad altri 4 disegni di legge (Disposizioni per il contenimento del consumo di suoloDisposizioni per il contenimento del consumo del suolo e la tutela del paesaggioLegge quadro per la protezione e la gestione sostenibile del suoloRiconversione ecologica delle città e limitazione al consumo di suolo) e le Commissioni svolgeranno un ciclo di audizioni per disporre di un quadro informativo ancora più approfondito.
 

Contenimento del consumo di suolo: gli aspetti salienti

Il disegno di legge sul consumo di suolo mira a bloccare il degrado e a salvaguardare il territorio, con particolare riguardo alle superfici agricole e alle aree sottoposte a tutela paesaggistica.
 
Il provvedimento approvato alla Camera stabilisce infatti che per 5 anni i terreni che hanno beneficiato di finanziamenti pubblici legati alle politiche agricole comunitarie (PAC) e ai piani di sviluppo rurale (PSR) non potranno cambiare la destinazione d’uso.
 
L'obiettivo è quello di promuovere e tutelare l'attività agricola, il paesaggio e l'ambiente, contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile, anche in funzione della prevenzione e della mitigazione del dissesto idrogeologico e delle strategie di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici.
 
Per centrare l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo entro il 2050 si punta su una pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica che privilegi il riuso e la rigenerazione urbana e l'utilizzo agroforestale dei suoli agricoli abbandonati, anche grazie ad incentivi fiscali.
 
La legge introduce il principio secondo cui i Comuni, nelle loro scelte di pianificazione, dovranno fornire un'adeguata motivazione rispetto a nuove scelte di espansione, dandopriorità assoluta alla rigenerazione delle aree già urbanizzate.
 
Infine, allo scopo di favorire la sicurezza e l'efficienza energetica del patrimonio edilizio esistente, sarà consentita la demolizione e ricostruzione degli edifici residenziali in classe energetica E, F o G, o inadeguati dal punto di vista sismico o del rischio idrogeologico, che preveda prestazioni energetiche di classe A o superiore rispetto a quelle antecedenti la demolizione.
 

Consumo di suolo: le altre 4 norme per contrastarlo

Gli altri 4 disegni di legge presentano ciascuno proposte interessanti; il disegno di legge sulla riconversione ecologica delle città e limitazione al consumo di suolo pensa anche alla perequazione urbanistica, alla compensazione e mitigazione dell'inquinamento delle città, con l'individuazione di ‘cinture verde' intorno ai centri abitati e alla nascita di ecoquartieri.
 
Il disegno di legge ‘Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo’ punta al coordinamento delle politiche di sviluppo con quelle di tutela del paesaggio e al monitoraggio del consumo di suolo da parte dell'Istat, prevedendo che i titoli abilitativi edilizi debbano essere concentrati principalmente nelle aree già urbanizzate o parzialmente urbanizzate.
 
Il disegno di legge ‘Disposizioni per il contenimento del consumo del suolo e la tutela del paesaggio’ è impostato soprattutto sull'importanza del paesaggio agrario; stabilisce infatti una rigorosa suddivisione tra le aree urbanizzate e le aree che appartengono all’uso agricolo e alla conservazione della natura e prescrive che ogni nuovo impiego di suolo avvenga all’interno del perimetro della città edificata, lasciando all’uso produttivo agricolo tutte le restanti aree.
 
Infine il progetto di legge per la protezione e la gestione sostenibile del suolo è finalizzato alla gestione sostenibile del suolo e alla conservazione delle sue capacità di svolgere una funzione economica, ambientale, sociale e culturale, anche per la sicurezza alimentare. 

Analizzare e quantificare le variazioni di consumo di suolo e di uso agricolo del suolo a scala di dettaglio su tutto il territorio nazionale.
 
Queste le funzionalità attive sulla piattaforma web Soil Monitor(disponibile solo nella versione beta), nata dal lavoro triennale del centro di ricerca Crisp (di cui fanno parte l’Università di Napoli Federico II e il Centro Nazionale Ricerche - CNR) con la collaborazione di Ispra, di Geosolutions e dell'Istituto Nazionale di Urbanistica (INU).
 

Consumo di suolo: le funzionalità di Soil Monitor

Questo nuovo strumento innovativo, che interagisce con le banche dati Ispra e le piattaforme informative Gis, permette di valutare, monitorare e quantificare il consumo di suolo dei Comuni, delle città metropolitane e delle Regioni Italiane.
 
La piattaforma web è gratuita e di conseguenza ogni utente può consultarla e può selezionare l’area di suo interesse (Comune, provincia, Regione).
 
Successivamente Soil Monitor è in grado di analizzare il consumo di suolo dell’area selezionata, valutare gli effetti sul suolo di un nuovo insediamento urbanistico o di un corridoio ecologico e determinare da quanto tempo un certo paesaggio ha un dato utilizzo agricolo.
 

Monitorare il consumo di suolo: gli obiettivi di Soil Monitor

L'obiettivo del nuovo strumento informativo è aiutare gli enti locali, i progettisti, gli urbanisti, gli ambientalisti e tutti coloro che operano sul territorio, ad pianificare e gestire il suolo nel miglior modo possibile. 
 
Per Fabio Terribile, professore di pedologia del Dipartimento di Agraria dell'Università Federico II e promotore di Soil Monitor, si tratta infatti  di "una straordinaria opportunità per il sistema paese per giungere all'approvazione di un quadro legislativo incisivo per proteggere e valorizzare il suolo italiano dotando il paese di strumenti operativi, scientificamente idonei, alla complessità delle sfide ambientali sul suolo".

Negli ultimi decenni, al ritmo di 8 chilometri all’anno, il 51% dei litorali italiani è stato trasformato da palazzi, alberghi e ville e, senza un cambio delle politiche, questo fenomeno è destinato a crescere.
 
Un terzo delle spiagge è interessato da fenomeni erosivi attualmente in espansione; 14.542 sono le infrazioni accertate nel corso del 2014 tra reati inerenti al mare e alla costa in Italia, 40 al giorno, 2 ogni chilometro, ancora in crescita rispetto al 2013.
 
L’habitat marino è costantemente messo alla prova dall’inquinamento, con il 25% degli scarichi cittadini ancora non depurati (40% in alcune località) e ben 1.022 agglomerati in procedura di infrazione europea. Il 45% dei prelievi realizzati da Goletta Verde nel 2015 è risultato inquinato, mentre la plastica continua a colonizzare spiagge e fondali marini. Solo il 19% della costa (1.235 chilometri) è sottoposta a vincoli di tutela. 
 
Questa la foto dell’Italia a partire dalle coste analizzate a 360 gradi, con 16 contributi di esperti dedicati alle aree costiere e allo stato di salute dei nostri mari e al Mediterraneo quale hot spot del cambiamento climatico, offerta dalRapporto Ambiente Italia 2016, a cura di Legambiente e edito da Edizioni Ambiente, che è stato presentato ieri a Roma.
 
“Le coste sono uno straordinario patrimonio del nostro Paese - ha dichiaratoEdoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente e curatore insieme a Sebastiano Venneri e Giorgio Zampetti del volume - che dobbiamo liberare dalla pressione di cemento e inquinamento. Il Rapporto Ambiente Italia presenta una fotografia di questi impatti con dati davvero inquietanti e studi che dimostrano come sia possibile invertire questa situazione attraverso un cambio delle politiche. Proprio la sfida che i cambiamenti climatici pongono alle aree costiere del Mediterraneo, con impatti significativi sugli ecosistemi, sulla linea di costa e sulle aree urbane, deve portare a una nuova e più incisiva visione degli interventi. Occorre rafforzare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e spingere verso la riqualificazione e valorizzazione diffusa del patrimonio costiero”.
 

Erosione costiera e urbanizzazione abusiva

Il volume, attraverso contributi diversi, mette in evidenza i diversi processi che incidono sullo stato di salute delle coste italiane e la stretta relazione tra i fenomeni. La stessa erosione costiera, un fenomeno in espansione legato a molteplici cause, che riguardano sia le trasformazioni provocate da porti e interventi sul litorale che la riduzione degli apporti dei sedimenti dalle aree interne attraverso i fiumi per vie di dighe, sbarramenti e cave. Situazioni che sarà sempre più importante monitorare per capire come intervenire in una prospettiva di cambiamenti climatici.
 
Le ragioni della fragilità delle aree costiere italiane - è noto - sono dovute aproblemi idrogeologici e alle conseguenze di urbanizzazioni, sia legali che abusive, in posti scellerati spesso a rischio dissesto. È oramai evidente che alcuni fenomeni meteorologici - come i danni provocati da temporali, alluvioni e esondazioni che abbiamo visto negli ultimi anni a Genova, Olbia, Messina - si stiano ripetendo con nuova intensità e frequenza.
 
Si tratta delle prime avvisaglie dei cambiamenti climatici che rendono i nostri territori costieri più fragili e mettono in pericolo le persone, insieme al fenomeno dell’innalzamento dei mari. Eventi che occorre studiare con attenzione e rispetto ai quali dobbiamo mettere in campo nuovi interventi di adattamento nei territori e di protezione civile per salvare le persone. Tra le minacce incombenti il fenomeno dell’erosione costiera, che oggi interessa in maniera più o meno diffusa tutte le regioni italiane, come racconta nel suo contributo Enzo Pranzini.
 
Oggi più di un terzo delle nostre spiagge è in erosione e il futuro sembra ancora più arduo per l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi, cui attualmente non stiamo dando risposte adeguate. In molti casi, per rispondere all’emergenza locale, si è intervenuti con la costruzione di scogliere aderenti alla costa che hanno, di fatto, solo spostato il problema, col risultato che oggi abbiamo interi tratti di costa coperti da scogliere artificiali, che non permettendo il ricambio idrico e la sedimentazione delle sabbie, contribuiscono al progressivo abbassamento dei fondali e ai possibili crolli cui si tenta di rispondere con strutture sempre più massicce e impattanti. Inoltre, queste difese artificiali provocano correnti pericolose che possono causare annegamenti. Di recente si è passati a utilizzare la tecnica del ripascimento dei litorali che sembra aver avuto maggiore efficacia ma che ha costi economici superiori.
 
D’altra parte, spiega Michele Manigrasso parlando di consumo di suolo, in Italia, il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Legambiente ha realizzato una analisi di dettaglio dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, senza considerare quindi le numerose isole minori: 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile, nello specifico 719,4 chilometri sono occupati da industrie, porti e infrastrutture, 918,3 sono stati colonizzati dai centri urbani.
 
Un altro dato preoccupante riguarda la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, che interessa 1.653,3 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di km di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosaper quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri e comunque è la regione meno urbanizzata d’Italia. È  davvero preoccupante sottolineare come dal 1988 ad oggi, malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metri dalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 km all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 km, il Lazio con 41 e la Campania con 29.
 
Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001-2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 in Calabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 in Friuli Venezia Giulia e 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna.
 

L’inquinamento dei mari

Ma non è solo la costa a soffrire la mancanza di politiche adeguate, innovative e sinergiche: i nostri mari continuano a essere minacciati dai problemi di inquinamento. Perché i ritardi nella depurazione riguardano ancora troppe città, non solo costiere, ed è vergognosa la situazione di tanti litorali italiani che fanno scappare i turisti. La maladepurazione riguarda il 25% dei cittadini italiani. Dato confermato purtroppo anche da due sentenze di condanna della commissione europea (nel 2012 e 2014) e da una procedura aperta nel 2015 per il mancato rispetto della direttiva 91/271sulla depurazione degli scarichi civili. Sono ben 1.022 (il 32% del totale), gli agglomerati coinvolti dai procedimenti europei: 81% di quelli Campani, il 73% della Sicilia, il 62% della Calabria. Problema non proprio ininfluente, visto che le sanzioni costeranno 476 milioni di euro l’anno dal gennaio 2016 a completamento delle opere.
 
In positivo, le regioni più virtuose per depurazione sono il Veneto con “solo” il 17% dei comuni coinvolti, la Toscana col 18% e il Friuli Venezia Giulia col 24%. Anche le analisi delle acque condotte da Goletta verde nel 2015 sono risultate inquinate nel 45% dei casi. Complessivamente le infrazioni accertate ai danni delle coste e del mare nel solo 2014 sono state 14.542, pari a 40 al giorno, 2 ogni chilometro di costa, con 18mila persone denunciate e ben 4.777 sequestri effettuati.
 
Le infrazioni inerenti specificatamente all’inquinamento sono state 4.545, il 31% del dato nazionale, con 7mila persone denunciate o arrestate e 2.741 sequestri. Uno dei fenomeni più preoccupanti di inquinamento del mare è la quantità di rifiuti presenti, e in particolare di plastica galleggiante. Legambiente ha realizzato un’attività di monitoraggio della beach litter, con Goletta Verde che viene raccontata nel volume, e che dimostra come serva una strategia per ridurre i rifiuti portati dai fiumi e quelli prodotti dalle attività presenti nel Mediterraneo.
 

Cosa fare per futuro delle aree costiere?

“Per il futuro delle aree costiere - ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente - abbiamo la possibilità di ispirarci e scegliere un modello che si è già rivelato di successo. Quello delle aree protette e dei territori che hanno scelto di puntare su uno sviluppo qualitativo e che stanno vedendo i frutti positivi anche in termini di crescita del turismo. Come il sistema di 32 aree protette nazionali, che sono un esempio virtuoso di gestione delle aree costiere di cui essere orgogliosi.
 
O come i Comuni che ogni anno Legambiente premia con le cinque vele, che dimostrano come la strada più lungimirante sia oggi quella che coniuga la tutela del territorio con la valorizzazione e recupero del patrimonio edilizio esistente. Per dare una spinta a questa prospettiva occorre però che ci siano regole chiare, senza dimenticare che il nostro Paese deve anche muovere le ruspe per demolire le migliaia di case abusive che deturpano le nostre coste e avviare operazioni di riqualificazione in aree che potranno, in questo modo, avere un futuro turistico fuori dal degrado”.
 
Su tutto il territorio nazionale sono diffuse 32 aree protette nazionali con misure di tutela a mare - pari a oltre 2milioni e 800mila ettari di superficie protetta a mare, racconta Stefano Donati nel suo contributo -, 27 aree marine protette (o riserve marine), 2 parchi marini sommersi, 2 perimetrazioni a mare nei parchi nazionali e un santuario internazionale per la tutela dei mammiferi marini. Inoltre oggi sono individuate ben 54 aree marine di reperimento dove istituire riserve marine. Luoghi dove si realizzano concretamente buone pratiche di gestione sostenibile, dove la tutela e la valorizzazione della natura, della biodiversità e del paesaggio, si incontrano con una sana e innovativa gestione del turismo, interconnesso con i settori dell’agroalimentare, del biologico, delle filiere corte e con l’identità locale.
 
Diverse le esperienze di successo raccontate nel volume, dal sistema per l’ormeggio non impattante nelle baie dai fondali più delicati nelle isole Egadi, alla Rete delle imprese delle marine del parco di Viareggio, che hanno scelto la sostenibilità ambientale, con iniziative concrete di turismo che promuove e valorizza i prodotti locali, o il sistema di tutela delle coste in Sardegna solo per citare alcuni esempi.

La conferenza Stato-Città-Autonomie locali ha dato il via libera all’unanimità allo schema di decreto del ministro dell’Ambiente che determina, attraverso modelli e linee guida, le modalità di accesso dei Comuni al finanziamento degli interventi di rimozione o demolizione di opere ed immobili in aree a rischio idrogeologico.
 
Così il Ministero dell’Ambiente rende nota l’imminente attivazione del Fondo da 10 milioni di euro previsto dal Collegato Ambientale e destinato a supportare i Comuni nell’abbattimento degli edifici abusivi costruiti in aree a rischio idrogeologico.
 
Lo schema di provvedimento fissa i criteri per l’individuazione delle priorità degli interventi di demolizione e rimozione, che riguardano nello specifico opere ed immobili realizzate in aree soggette a rischio idrogeologico elevato o molto elevato, o dei quali sia stata comprovata l’esposizione al rischio, in assenza o totale difformità dal permesso di costruire.
 
Il finanziamento riguarda i costi degli interventi, comprensivi delle spese tecniche ed amministrative, per i quali sia presente un provvedimento definitivo di rimozione o di demolizione non eseguito nei tempi stabiliti: proprio per l’incidenza economica che possono avere alcune tipologie di spese, sono ricomprese in quelle tecniche anche le voci riguardanti il conferimento in discarica dei rifiuti misti, non inquinanti, la raccolta, l’imballo, il trasporto e lo smaltimento di rifiuti speciali pericolosi, ma anche il ripristino naturalistico dell’area interessata.
 
Gli elenchi verranno formati su base regionale, per consentire una distribuzione il più possibile omogenea delle risorse sul territorio nazionale, e determinati attraverso l’attribuzione delle priorità con i relativi punteggi: il peso maggiore va al criterio del livello di rischio dell’area interessata, mentre altri criteri sono la riduzione del numero di persone a rischio diretto, il costo dell’intervento, la presenza delle struttura in area demaniale, entro zone di divieto assoluto o di rispetto fluviale, il completamento di un intervento già in parte finanziato.
 
Ogni domanda dovrà essere corredata da progetto, elenco dei costi e delle opere sul territorio per cui sono stati definiti provvedimenti di rimozione o demolizione non eseguiti nei termini stabiliti. Il riparto delle somme disponibili, che verranno attribuite con successivo decreto ministeriale, si effettuerà in base a popolazione residente, superficie, indicatori del rischio idrogeologico.
 
“Agli amministratori che affrontano la piaga dell’abusivismo, spesso purtroppo senza il giusto appoggio delle realtà locali - afferma il ministro Gian Luca Galletti - noi vogliamo fornire un sostegno reale che rappresenta anche un segnale culturale: va chiusa una volta per tutte la stagione dei condoni e delle costruzioni in spregio alle regole e al buonsenso, che mettono a rischio la vita delle persone e la tenuta del territorio. Mi auguro che questo fondo, che vale 10 milioni di euro, possa essere rapidamente esaurito e in quel caso sarò pronto a raddoppiarne l’importo”.

Si trovano nei centri storici e nei borghi medievali. Sono le strade più strette del mondo. Qui il passaggio, anche a piedi, non è agevole e molto spesso è necessario aspettare il proprio turno.
 
Le loro dimensioni si devono a ragioni di sicurezza e difesa. Quasi sempre, infatti, si sviluppano in salita o sono formate da scale e costituiscono una via d’accesso a castelli fortificati posizionati in altura.
 
Lontane da qualunque standard moderno sulle distanze tra edifici, oggi sono diventate attrazioni turistiche. Ecco qualche esempio in Italia e in Europa.
 

Spreuerhofstrasse, Reutlingen (Germania)

È entrata nel Guinness dei primati aggiudicandosi il titolo di strada più stretta del mondo. È larga, ma sarebbe meglio dire stretta, 31 centimetri, tanto che è possibile passarci solo di traverso. Si trova nella città di Reutlingen in Germania.

 

La Ruetta, Civitella del Tronto (Teramo)

È la via più stretta d’Italia e misura 43 centimetri. Si trova nel centro storico di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo, e consente il passaggio ad una persona per volta. La strada è costituita da una scalinata ripida che porta ad una antica fortezza in cima alla città.

 

Vicolo, Ripatransone (Ascoli Piceno)

Anche se non ha un nome, contende a La Ruetta il primato di strada più stretta d’Italia. Il vicolo infatti misura 43 centimetri, ma in alto si restringe a 38 centimetri. Si trova a Ripatransone in provincia di Ascoli Piceno. Anche in questo caso la via si sviluppa in salita.

 

Rejecelle, Termoli

Potrebbe presto scalzare La Ruetta e il vicolo senza nome questa stradina del borgo antico di Termoli. Secondo l’Archoeclub misura 41 centimetri ed è la più stretta d’Italia, ma non è valorizzata a sufficienza.

 

Vicolo Baciadonne, Città delle Pieve (Perugia)

È largo 53 centimetri e si trova nel borgo medievale di Città della Pieve in provincia di Perugia.

 

Marten Trotzigs Grand, Stoccolma (Svezia)

È una scala di trentasei gradini larga 90 centimetri. Si trova nel quartiere medievale Gamla Stan di Stoccolma ed è la strada più stretta della città.

 

Vinarna Certovka, Praga (Repubblica Ceca)

La stradina, nel centro storico di Praga, è piuttosto lunga, ma non consente il passaggio di due persone contemporaneamente. Per questo è stato posizionato un semaforo su ognuno dei due accessi.

 

Strada Sforii, Brasov (Romania)

Decisamente più “larga” questa strada in Transilvania. Misura tra i 111 e i 135 centimetri a seconda dei punti ed è stata pensata come corridoio per i pompieri in caso di incendio.

 

Via Bagnera, Milano

Tornando in Italia troviamo la strada più stretta percorribile in auto, tanto che ci passa a malapena una piccola utilitaria. È situata nel centro storico del capoluogo lombardo, a ridosso di via Torino.

 

Saranno messe in consultazione da domani 8 giugno sul sito di ItaliaSicura le Linee Guida per la progettazione degli interventi per il contrasto del rischio idrogeologico; la versione definitiva arriverà il 18 luglio.
 
Le Linee Guida, che orienteranno le attività di programmazione e progettazione dei lavori di riduzione del rischio idrogeologico, sono state redatte seguendo un approccio metodologico per successivi livelli di approfondimento. Ne è scaturito un testo interdisciplinare, dinamico e aperto alla collaborazione.
 
Gli interventi dovranno rispettare i principi di ‘valutazione e gestione’previsti dalla Direttiva Alluvioni (2007/60/CE) e il quadro di pianificazione distrettuale, e dovranno tener conto dei benefici rapportati ai costi delle opere.
 
Le Linee Guida sono organizzate per gruppi di aree tematiche e schede di riferimento che definiscono l’indice di rilevanza rispetto ai fenomeni e l’inquadramento generale e danno indicazioni sugli interventi da realizzare.
 
Fondamentale la parte relativa alla valutazione e gestione del rischio: sono esplicitati i criteri di gestione ed è indicato come effettuare la valutazione comparata delle diverse opzioni tecniche, attraverso metodi anche semplificati di analisi benefici/costi. Gli interventi devono essere coerenti con la pianificazione e programmazione vigente.
 
Il progetto deve basarsi su una analisi sistemica che tenga conto degli aspetti spaziali, con particolare riguardo ai fenomeni indotti e il non aggravio del rischio alla scala del bacino idrografico, e degli aspetti temporali, con la verifica sull’intero ciclo di vita dell’opera.
 
Devono essere poi condotte specifiche valutazioni di carattere idrologico, idraulico-fluviale e geologico, analisi degli effetti dell’intervento sulla morfodinamica fluviale e costiera, sull’ecosistema fluviale, ripario e costiero e sulla chimica delle acque, degli effetti sociali ed economici dell’intervento e considerazioni relative alla resilienza dell’intervento, anche nei confronti di scenari di cambiamento climatico.
 
Dopo la pubblicazione della versione definitiva (18 luglio), partiranno 21 seminari di presentazione nelle Regioni e Pubbliche Amministrazioni. Successivamente sarà avviata la procedura di manutenzione del testo ‘a regime’, con aggiornamento semestrale.

Spopolamento, aumento della popolazione anziana, migliaia di case vuote ed economia ferma. Sono i problemi di 2.430 piccoli Comuni italiani, che soffrono un forte disagio.
 
È quanto emerge dallo studio “Piccolo (e fuori dal) comune. I piccoli comuni” realizzato da Sandro Polci (responsabile dello studio, partner Cresme Consulting) con Roberto Gambassi, e presentato a Roma in occasione del convegno “La modernità dei piccoli comuni”, organizzato daLegambiente e dall’Anci per fare il punto sulle realtà minori, lanciare proposte per il loro popolamento e una efficace rivitalizzazione, illustrare le buone pratiche messe in atto da molti di questi centri.
 
In Italia i comuni al di sotto di 5.000 abitanti sono 5.627, pari al 69,9% degli 8.047 totali. Di questi, 2.430 soffrono un forte disagio demografico ed economico: negli ultimi 25 anni hanno perso il -6,3% della popolazione attiva e hanno visto aumentare dell’83% quella anziana.
 
Le case vuote sono 1.991.557 contro le 4.345.843 occupate: una ogni tre è vuota. Ai dati negativi relativi al disagio demografico, si aggiungono quelli legati alla capacità ricettiva: negli ultimi 25 anni l’ospitalità turistica è cresciuta di appena il 21%, passando da 1,12 milioni di posti letto a 1,36. In particolare i piccoli comuni si dimostrano circa 4 volte turisticamente meno produttivi.
 
Ma i dati, oltre a segnalare un problema, rivelano diverse opportunità: “i piccoli comuni - spiega Legambiente - rimangono luoghi di grandi opportunità e innovazioni che hanno bisogno però di interventi mirati e strategie a lungo termine. Soprattutto bisogna puntare sulle opportunità residenziali, turistiche e agricole, che se valorizzate, potrebbero dare nuovo futuro a questi territori”. 
 
In Italia - prosegue la nota - abbiamo borghi di straordinaria bellezza, vi è un sistema di parchi e aree protette, di gran lunga il più importante d’Europa, che attira oltre 100 milioni di visitatori all’anno: dai cammini religiosi, storici e naturalistici  alle centinaia di produzioni agricole a marchio di qualità; dai 10,9 milioni di ettari di patrimonio forestale, in costante crescita, alle centinaia di comuni modello per la raccolta differenziata che si candidano a palestre di economia circolare, fino a quelli che scommettono sulle energie rinnovabili e puntano a diventare fossil free.
 
Dallo studio emerge che la microterritorialità, sebbene ancorata a territori dalle forti potenzialità storiche, turistiche, produttive, architettoniche e paesaggistiche, rappresenta un forte limite rispetto alle esigenze di capitalizzazione e di competitività.
 
Servono nuovi abitanti, in buona percentuale giovani e laboriosi, capaci di (o da formare per) creare nuove imprese agro-silvo-pastorali, nuovi turismi per‘(ri)creare identità antiche e nuove’ e valorizzare culture materiali e immateriali, in agricoltura, nell’artigianato e nell’industria creativa legati alla naturalità dei luoghi”, hanno dichiarato  Polci e Gambassi.
 
È da qui che, secondo lo Studio, occorre ripartire per rilanciare i piccoli comuni: recuperando le case vuote, gli edifici storici e le aree agricole.
 
La ricerca mette in evidenza l’opportunità residenziale legata al riuso delle case vuote: “con un investimento di circa 40 mila euro per ognuna delle 125 mila abitazioni ipotizzate, avremmo un business di 5 miliardi di euro, pari a circa 100 mila occupati per un anno”.
 
C’è poi l’opportunità turistica: se solo un quarto dei posti letto fosse utilizzato secondo le medie urbane, il turismo creerebbe benessere diffuso: 123 milioni di presenze ogni anno, un fatturato di quasi 10 milioni di euro con oltre 300 mila nuovi posti di lavoro.
 
L’opportunità agricola legata ai terreni, invece, potrebbe portare alla nascita di oltre 125mila nuove aziende agricole solo recuperando in modo innovativo un quarto delle superfici agricole abbandonate negli ultimi 20 anni.
 
Il bello, la tecnologia, l’innovazione. Questi tre elementi vanno coniugati nei territori e nei borghi del Paese - ha dichiarato Massimo Castelli, coordinatore nazionale dei piccoli Comuni dell’ANCI. Il patrimonio rappresentato dai piccoli Comuni, che coprono il 52% del territorio nazionale, non può essere disperso. E perciò servono risorse e nuove politiche. Smart village insieme alle smart city, e un fondo stabile per i piccoli Comuni”.
 
“Oggi - ha dichiara Rossella Muroni, presidente di Legambiente - esistono tutte le condizioni per innescare processi virtuosi che consentono di fermare l’abbandono dei piccoli comuni e delle aree interne, ma per far ciò è indispensabile puntare sulla semplificazione amministrativa, mantenere i presidi di attività nei diversi centri come scuole, servizi postali e presidi sanitari; garantire risorse per la valorizzazione come prevede il ddl sui piccoli comuni in discussione alla Camera. Ed ancora puntare sulle opportunità legate al recupero dei boschi e delle aree agricole abbandonate, alla rigenerazione urbana dei centri storici, favorendo l’autoproduzione da fonti rinnovabili”.

Mappare con i droni l’amianto presente nelle scuole per progettare e realizzare interventi di bonifica. È quanto prevede il Protocollo d’Intesa firmato ieri da ItaliaSicura, la Struttura di missione per la riqualificazione dell’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.
 

Droni per la mappatura dell’amianto

La novità contenuta nel documento è appunto il ricorso alle più moderne tecnologie di telerilevamento - droni dotati di telecamere ad alta risoluzione - e il consolidamento di un progetto pilota che dia per la prima volta una dimensione omogenea del fenomeno a livello nazionale.

Le risorse per la bonifica

I fondi del Governo per la sicurezza delle scuole - spiega la nota di Palazzo Chigi - comprendono anche le attività di rimozione dell’amianto: 400 milioni di euro sono stati stanziati a giugno 2014 - in continuità con i 150 milionidel ‘Decreto del Fare’. Molte Regioni, nelle proprie graduatorie, hanno dato la priorità agli interventi di bonifica dell’amianto nelle scuole, riducendo di molto il numero di istituti ancora interessati. Anche i 905 milioni di europrevisti dall’operazione #MutuiBei possono finanziare interventi di questo tipo. I primi 1.215 cantieri sono stati già avviati.
 

I commenti di ItaliaSicura e Ministero dell’Ambiente

“Con il lavoro che avviamo oggi con il Ministero dell’Ambiente - ha dichiarato Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di Missione di Palazzo Chigi - affrontiamo in modo sistematico un problema estremamente complesso, creando per la prima volta una mappatura scientifica su scala nazionale, essenziale per delineare azioni efficaci nella bonifica dell’amianto nelle scuole. Ricordo che è compito delle Regioni predisporre piani di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, smaltimento e bonifica e che, dal 1994, è stata istituita la figura del Responsabile amianto con compiti di controllo e coordinamento per ogni Ente locale”.


“La conoscenza completa e aggiornata della presenza di amianto nelle scuole italiane - ha spiegato Gaia Checcucci, Direttore generale per la Salvaguardia del territorio e delle Acque del Ministero - è il presupposto per velocizzare la progettazione e la realizzazione delle opere di bonifica. Questo importante Protocollo ci permette di farlo attraverso le più moderne tecniche di analisi e monitoraggio della consistenza e della struttura delle superfici, anche seguendo un metodo di lavoro che potrà definire in tempi brevi una mappatura analitica su scala nazionale”.
 
“Il passo successivo e conseguente, che verrà disciplinato dal decreto ministeriale in attuazione della norma del Collegato Ambientale già predisposto dalla direzione, servirà a destinare in maniera più efficace i fondi per la progettazione disponibili, in particolare privilegiando gli edifici scolastici per i quali gli interventi di bonifica rivestono carattere di maggiore urgenza” - ha concluso Checcucci.

Azzerare il consumo di suolo entro il 2050, tutelare le aree agricole, incentivare la rigenerazione urbana attraverso regimi fiscali di vantaggio, semplificare le procedure per gli interventi di riqualificazione e favorire l’efficienza energetica del costruito attraverso demolizioni e ricostruzioni.
 
Questi i principi cardine della Legge sul contenimento del consumo del suoloapprovata ieri dalla Camera e che ora passa al Senato.
 

Contenimento del consumo di suolo: la riqualificazione urbana

Per centrare l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo entro il 2050 si punta sullarigenerazione urbana e l’edilizia di qualità che saranno incentivate anche sul piano fiscale.
 
La legge introduce il principio secondo cui i Comuni, nelle loro scelte di pianificazione, dovranno fornire un'adeguata motivazione rispetto a nuove scelte di espansione, dando priorità assoluta alla rigenerazione delle aree già urbanizzate.
 
Si assegna inoltre una delega specifica al Governo, da esercitare entro 9 mesi, persemplificare le procedure per gli interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate, e stabilire un regime di favore sugli oneri di urbanizzazione per gli interventi di ristrutturazione edilizia.
 
La legge prevede anche che i proventi dei titoli abilitativi edilizi e delle sanzioni previste dal testo unico dell’edilizia siano vincolati alle opere di urbanizzazione, agliinterventi di riqualificazione e rigenerazione urbana, alla demolizione dei manufatti abusivi e al verde pubblico.
 

Consumo di suolo: censimento delle aree dismesse

Il provvedimento inoltre, riprendendo una proposta di Legambiente, prevede che i Comuni facciano un censimento degli edifici sfitti e delle aree dismesse, non utilizzate o abbandonate, per creare una banca dati del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato, disponibile per il recupero o il riuso, in alternativa al consumo di suolo inedificato. In tal modo sarà più facile per le amministrazioni locali monitorare quanto avviene nel territorio.
 
La norma istituisce anche un albo dei Comuni virtuosi, che acquisiscono priorità nell’accesso a finanziamenti pubblici per progetti di rigenerazione urbana, bonifica e di agricoltura in città.
 

Consumo di suolo: riqualificazione energetica e qualità edilizia

Allo scopo di favorire la sicurezza e l'efficienza energetica del patrimonio edilizio esistente, per gli edifici residenziali in classe energetica E, F o G, o inadeguati dal punto di vista sismico o del rischio idrogeologico, sarà consentita la demolizione e ricostruzione, all'interno della medesima proprietà, di un edificio di pari volumetria e superficie utile, che preveda prestazione energetica di classe A o superiore e un'occupazione e un'impermeabilizzazione del suolo pari o minore rispetto a quelle antecedenti la demolizione.

Tali interventi non saranno considerati interventi di nuova costruzione e pertanto saranno esonerati dal pagamento del contributo di costruzione, “fatta salva la parte eccedente la volumetria esistente, qualora le norme urbanistiche vigenti consentano tale aumento”.
 
Questa possibilità però non sarà applicabile ai centri storici o nelle aree di particolare pregio storico artistico.
 

Consumo di suolo zero: tutela delle aree agricole

Viene riconosciuto a tutti gli effetti il suolo come un bene comune ed un risorsa non rinnovabile, tutelando i terreni agricoli come luoghi atti alla produzione di cibo.
 
Il provvedimento approvato stabilisce infatti che per 5 anni i terreni che hanno beneficiato di finanziamenti pubblici legati alle politiche agricole comunitarie (PAC) e ai piani di sviluppo rurale (PSR) non potranno cambiare la destinazione d’uso.
 
Il provvedimento introduce il concetto di compendio agricolo neorurale come insediamento rurale oggetto dell’attività di recupero e riqualificazione che viene provvisto delle dotazioni urbanistiche ed ecologiche e delle nuove tecnologie di comunicazione e trasmissione dati, in modo da offrire nuovo sviluppo economico ed occupazionale.
 
Regioni e Comuni, nell’ambito degli strumenti urbanistici di propria competenza, potranno prevedere la possibilità di qualificare gli insediamenti rurali come compendi agricoli neorurali con l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico sostenibile del territorio.
 

Consumo di suolo: i commenti  

Il presidente della Commissione Ambiente, Ermete Realacci, ha commentato positivamente l’approvazione della Legge: “Una buona notizia per il Paese; un provvedimento a lungo atteso che mira a limitare il consumo di territorio, arrivato stando ai dati Ispra a 7 metri quadri al secondo. Un ritmo insostenibile, tanto più in un Paese dal territorio fragile come il nostro”.
 
“Oggi è una giornata importante per chi vuol bene all'Italia, al suo paesaggio, al suo ambiente: la Camera ha approvato la legge per il contenimento del consumo di suolo e la valorizzazione delle aree agricole. Un provvedimento da tempo atteso e mai arrivato a questo traguardo, il cui fine è quello di limitare il consumo di territorio nella Penisola” dichiara dopo il voto finale in Aula a Montecitorio Chiara Braga, deputata responsabile Ambiente del Partito Democratico, relatrice della legge contro il consumo di suolo per l’VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici.
 
“Questa legge pur avendo subito un rallentamento per l'ampio dibattito che questo tema ha sollevato, testimoniato anche dalla grande quantità di emendamenti esaminati e discussi in queste settimane, raccoglie positivamente il messaggio lanciato ad EXPO 2015 e quello della Carta di Milano, puntando non solo verso una maggiore tutela della risorsa suolo, ma anche verso un nuovo e più efficace approccio alla rigenerazione urbana di cui il nostro Paese ha grande bisogno. Mi auguro ora che l’iter di approvazione al Senato sia celere per dare all'Italia strumenti nuovi e certi per la salvaguardia e la valorizzazione del suo fragile territorio e per accompagnare la riconversione “ecologica” di un settore prioritario per l’economia nazionale quale è quello delle costruzioni” conclude Chiara Braga.
 
Il capogruppo Pd in commissione Ambiente, Enrico Borghi ha dichiarato: “Questo proposta di legge introduce per la prima volta nella storia del corpo giuridico italiano un concetto inedito. Fino a ieri, infatti, si è ritenuto il suolo un bene sostanzialmente illimitato, oggi finalmente introduciamo il concetto di limite, con l’obiettivo di arrivare a consumo del suolo zero, entro 2050”.
 
“Finalmente il nostro paese si allinea ad altri paesi europei più avanzati dove alla logica della rendita è stata sostituita quella della valorizzazione, del riuso e del recupero dell’edilizia e dei quartieri degradati” conclude Borghi.

Puntare sulla valorizzazione di piccole comunità e territori locali per riqualificare tutta l'Italia.
 
Questa l’idea alla base del nuovo testo unificato per la valorizzazione dei Piccoli Comuni nato a partire da una proposta di legge di Ermete Realacci e dalla analoga proposta della collega Patrizia Terzoni, che è in discussione alle Commissioni riunite Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici e Bilancio della Camera.
 

Valorizzazione 'Piccoli Comuni': le misure previste

Per i piccoli Comuni (ovvero Comuni con popolazione pari o inferiore a 5.000 abitanti) è previsto uno specifico stanziamento di 100 milioni per il periodo che va dal 2017 al 2023.
 
Il disegno di legge infatti propone l’istituzione di un fondo unico per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli comuni; la dotazione del fondo sarà di 10 milioni di euro per il 2017 e di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2018 al 2023.
 
Tali risorse sono destinate al finanziamento di investimenti diretti alla tutela dell’ambiente e dei beni culturali, alla salvaguardia e alla riqualificazione urbanadei centri storici, alla messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e degli istituti scolastici, nonché alla promozione dello sviluppo economico e sociale e all’insediamento di nuove attività produttive.
 
In particolare il Piano assicura priorità alla qualificazione e buona manutenzione del territorio, all’efficientamento energetico del patrimonio edilizio pubblico, all’acquisizione e riqualificazione dei terreni e degli edifici in abbandono.
 
I piccoli Comuni potranno anche acquisire case cantoniere e tratti di ferrovie dismesse da rendere disponibili per attività di protezione civile, volontariato, promozione dei prodotti tipici locali e turismo.
 
Sarà più facile anche recuperare centri storici in abbandono o a rischio spopolamento e farne alberghi diffusi.
 
Infine il testo propone misure che favoriscono la diffusione della banda larga, una dotazione dei servizi più razionale ed efficiente, itinerari di mobilità e turismo dolce, la promozione delle produzioni agroalimentari a filiera corta.
 

Valorizzazione 'Piccoli Comuni': i commenti

Commentando il disegno di legge Realacci ha dichiarato su Facebook: “Il tempo fissato per gli emendamenti scade il 18 maggio e quindi cercheremo di accelerare i tempi il più possibile per una legge attesa da tempo da una parte importante del Paese. Una legge che mi auspico arrivi rapidamente all’approvazione”.
 
“I nostri quasi 5.700 piccoli comuni non sono un’eredità del passato, ma unastraordinaria occasione per difendere la nostra identità, le nostre qualità e proiettarle nel futuro”, ha continuato. “Queste realtà rappresentano inoltre una risorsa strategica a presidio e tutela del territorio. Sono il luogo in cui si incontrano tradizione, qualità e innovazione, in cui si sperimentano le buone pratiche più innovative in fatto di energia, green economy e riciclo dei rifiuti”.
 
“Ecco perché questo disegno di legge è un’occasione per tutto il Paese per proporre un’idea di sviluppo che coniuga la cultura e i saperi tradizionali con l’innovazione, la diffusione delle tecnologie della comunicazione e la green economy. L’Italia deve scommettere sui piccoli comuni, sulla forza dei territori e sulle sue bellezze diffusese vuole essere più coesa e più competitiva” ha concluso Realacci.

Oltre 500 partecipanti ai lavori, 1500 collegati in diretta  streaming, 160 contributi alla mostra multimediale "Il Paese che vorrei", cinquanta relatori tra cui i presidenti delle associazioni rappresentative di architetti, ingegneri, ambientalisti, i responsabili nazionali dei temi trattati del Partito Democratico Chiara Braga e Andrea Ferrazzi, l'ex ministro Fabrizio Barca, il responsabile della struttura di missione Italia Sicura Mauro Grassi. Sono i numeri del XXIX Congresso dell'Istituto Nazionale di Urbanistica "Progetto Paese", che si è svolto a Cagliari dal 28 al 30 aprile scorsi, all'Auditorium di piazza Dettori. La sezione sarda dell'Inu ha intrapreso lo sforzo logistico. Comune di Cagliari, Regione Sardegna e Fondazione di Sardegna hanno sostenuto l'evento.

La presidente Inu Silvia Viviani ritiene che l'interesse e la partecipazione che ha ottenuto la manifestazione,  a cominciare dalle forze politiche e associative e dai rappresentanti del mondo professionale che si occupano di governo del territorio, sia una spinta importante per la prosecuzione del percorso intrapreso dall'Istituto. Viviani lo riassume: "Fare squadra, perché la forza della cultura si evince dalla sua diffusione, dagli effetti pervasivi che modificano comportamenti; investire sulla formazione e sull'aggiornamento; promuovere e sostenere la sperimentazione; fornire conoscenza, rappresentazioni interpretative consapevoli e servizi qualificati alle forze di governo che vogliono dare la risposta alle aspettative sociali e promuovere nuove economie; individuare le priorità di una strategia unificante, contrastando ogni settorialismo".

Viviani è convinta più di prima che sia necessario "promuovere l'aggregazione, la messa a sistema delle conoscenze e delle proposte, il coinvolgimento dei tanti soggetti in grado di fornire esperienza, sia di metodo che di contenuti, per integrare la sostenibilità ambientale, economica e sociale nelle politiche urbanistiche. Con le prossime tappe, semplici e operative, l'INU intende dimostrare l'utilità sociale dell'urbanistica, una progettualità esperta al servizio del cittadino e delle forme democratiche della convivenza".

In conclusione "da oggi, sulle traiettorie aperte nel Congresso, ci muoveremo per mettere a punto ipotesi operative, per mantenere, generare e integrare in modo equilibrato le funzioni sociali, economiche, culturali, nella trasformazione della città, secondo appropriatezza ai contesti urbani e ai fenomeni locali, sulla base di una corretta conoscenza delle condizioni di stato e di rischio, per informare e formare la cittadinanza, qualificare le competenze necessarie e sostenere le economie e le filiere locali, e infine, ma non per ultimo, per declinare i nuovi standard di funzionalità eco-sistemica degli ambienti favorevoli allo svolgimento delle attività umane".

“Negli ultimi due secoli i terremoti hanno causato 150 mila vittime e provocato la distruzione di parte del patrimonio storico ed artistico del nostro Paese. Quest’anno ricorre il 40° anniversario del catastrofico terremoto del Friuli, che rase al suolo interi centri abitati provocando quasi mille vittime, ed il 50° dell’alluvione di Firenze che causò ingenti danni, mettendo a rischio l’inestimabile patrimonio artistico e culturale del Capoluogo toscano. Dobbiamo agire prima”.
 
Lo ha affermato Adriana Cavaglià, Coordinatore della Commissione Protezione Civile del Consiglio Nazionale dei Geologi, che espone dati molto interessanti alla vigilia del primo Congresso Nazionale dei Geologi, in programma a Napoli dal 28 al 30 Aprile.
 

I Piani di Emergenza in Italia

“La Legge 225/1992 (successivamente modificata dalla Legge 100/2012) ha introdotto per la prima volta l’obbligo per i Comuni di dotarsi di adeguata pianificazione di emergenza - ha proseguito Cavaglià - che recepisce le attività di previsione e prevenzione, e rappresenta la risposta dell’Ente Locale ad una situazione di emergenza. In tale contesto risulta fondamentale, in fase di redazione del Piano, l’individuazione degli scenari reali di rischio e delle procedure operative di intervento”.

“La ricognizione avviata dal Dipartimento della Protezione Civile - ha aggiunto Cavaglià - per conoscere quanti e quali Comuni italiani hanno un Piano di Emergenza (P.E.C.), sulla base dei dati forniti dalle Regioni e dalle Province Autonome, evidenzia la seguente situazione aggiornata al 18 settembre 2015: su 7.954 Comuni delle 20 Regioni, ben 6.159 dispongono di un Piano di Emergenza, corrispondente al 77% del totale considerato; si evince che il 23% dei Comuni italiani è sprovvisti di P.E.C. e quindi, di fatto, non in grado di gestire una qualsiasi forma di emergenza”.
 
In altre parole, “solo 8 Regioni (pari al 40%) dispongono di un Piano di Protezione Civile Regionale più o meno aggiornato ed adeguato alle normative vigenti. Ma quanti di questi Piani di Emergenza sono realmente aggiornati e quanti sono rappresentativi delle reali criticità esistenti sul territorio come scenari di pericolosità naturali? Inoltre, vengono individuate le specifiche competenze professionali per la redazione dei Piani? E quanti cittadini ne sono a conoscenza, ancor più dei contenuti?”.
 

La proposta: inserire il Geologo nella Pianificazione dell’Emergenza

“Una delle nostre proposte rivolte al Governo è che venga inserita la figura professionale del Geologo nella Pianificazione dell’Emergenza. Inoltre, quanti di questi Piani prevedono un modello d’intervento con un Presidio Territoriale di tipo tecnico con l’utilizzo di professionisti iscritti ai rispettivi Albi, e quanti hanno definito cos’è un Presidio Territoriale e qual è il protocollo di azione del Presidio?”.
 
Nasce poi un’ulteriore domanda: Gli Ordini professionali concorrono a tutte le attività di protezione civile o sono solo una risorsa a cui attingere in emergenza, facendo leva su aspetti emozionali? “I geologi si distinguono da altri professionisti per una peculiarità - ha affermato Marina Fabbri, Vice Presidente Geologi Lazio e Coordinatrice della Commissione organizzatrice del Congresso di Napoli - ovvero hanno la capacità di leggere ed interpretare il territorio e, attraverso le forme, riescono a comprenderne l’evoluzione morfologica ed i conseguenti rischi naturali che ne conseguono.
 
E questa peculiarità dovrebbe rendere unica la figura professionale del geologo perl’individuazione degli ‘scenari di rischio’ nella Pianificazione di Emergenza, nonché per la definizione di un potenziale quadro evolutivo degli stessi. Ad oggi non esiste nessuna norma che disciplina quali sono le professionalità imprescindibili per la stesura dei Piani e riteniamo che questa sia una grave carenza normativa.
 

La richiesta: corrette politiche di governo del territorio

A tutte queste domande oggi i geologi chiedono risposte chiare, con leggi ordinarie e con una programmazione che garantisca una continuità di azioni e risorse, partendo da una modifica di norme esistenti. Solo corrette politiche di governo del territorio -sostengono - possono garantire una adeguata salvaguardia della popolazione attribuendo, nel contempo, un giusto valore alla ‘conoscenza geologica’, di fondamentale importanza sia per la comprensione dei processi di evoluzione del territorio sia per la valutazione dei loro effetti nel tempo. Auspicabile sarebbe inoltre un’intesa tra Ordini Professionali e Regioni, finalizzata anche a definire ‘protocolli di Presidio’ dove indicare le procedure da seguire e modelli di intervento efficaci”.

 A che punto è l’attuazione della Legge sugli spazi verdi urbani per migliorare aria e qualità delle città? A chiederlo Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente e Territorio alla Camera, in un’interrogazione ai Ministri dell’Ambiente e delle Politiche Agricole.
 

Spazi verdi urbani: criticità nell’attuazione della legge

Realacci sottolinea che la Legge 10/2013 prevede l'obbligo per gli Enti locali di incrementare gli spazi verdi urbani e le cinture verdi, e di adottare misure volte a favorire l'assorbimento delle polveri sottili e ridurre l'effetto “isola di calore”.
 
La norma, che ha l’obiettivo di aumentare il verde nei centri abitati, introduce anche misure per favorire la bioarchitettura, le pareti verticali verdi e le coperture verdi,utili anche al conseguimento del miglioramento energetico.
 
Inoltre prevede che siano tutelate le aree verdi esistenti di pertinenza degli edifici e che siano rafforzate le piante monumentali attraverso l’istituzione del catasto degli alberi monumentali e l’obbligo di piantare un albero per ogni nuovo nato, monitorando tale obbligo con il ‘bilancio arboreo’, strumento grazie al quale i sindaci dei Comuni sopra i 15 mila abitanti devono rendere noto il saldo tra il numero di alberi esistenti e quello degli alberi da loro piantati.
 
E' stata infine prevista la costituzione di un “Comitato per lo sviluppo del verde pubblico” presso il Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, con il compito di promuovere l'attività degli enti locali in conformità a quanto previsto dalle legge stessa e di redigere un piano nazionale per la realizzazione di aree verdipermanenti intorno alle maggiori città.
 
Il presidente della Commissione Ambiente però fa notare che le disposizione della Leggenon sono sufficientemente messe in pratica dagli Enti locali.
 

Spazi verdi urbani: avvio del monitoraggio

Per valutare lo stato di attuazione della norma Realacci chiede un monitoraggio sulle singole misure. Il Presidente della Commissione Ambiente ha chiesto anche di avvalersi dei dati in possesso del ‘Comitato per lo sviluppo del verde pubblico’ concernenti lo sviluppo del verde urbano.
 
Infine Realacci ha esortato i Ministri a promuovere politiche di cura del patrimonio arboreo nazionale, considerato che tale attività è di interesse nazionale e concorre a rispettare gli obiettivi di riduzione della CO2 stabiliti alla COP21 di Parigi.
 
Lo sviluppo del verde urbano è infatti fondamentale per la lotta contro il dissesto idrogeologico e contro l’inquinamento e i mutamenti climatici in quanto gli alberi assorbono l’acqua piovana, trattengono le polveri sottili e assorbono l’anidride carbonica.

Si trovano in aree a rischio idrogeologico elevato e ospitano attività pubbliche, come sedi istituzionali e centri commerciali. Sono gli edifici che Legambiente ha definito "a effetto bomba" perchè in caso di calamità naturale aumentano i danni e i rischi per le persone che li frequentano o che vivono nella zona.
 

Borgo Berga a Vicenza

Il complesso, realizzato nel 2000, si trova tra due fiumi e ospita il nuovo Tribunale, un centro commerciale e palazzi per uffici e residenze.

In base al piano di assetto idrogeologico (PAI), l’edificio è stato costruito al limite del corso del fiume, si trova in area a rischio e dovrebbe essere delocalizzato. Sull’area pende un’inchiesta della Magistratura.
 

Ex deposito nucleare a Saluggia, Vercelli

Nel paese, che si trova a ridosso di un affluente del Po, è presente un ex impianto nucleare, con annessi depositi di materiali radioattivi.

Un'intensa alluvione potrebbe quindi causarne la fuoriuscita.
 

Casa dello Studente di Reggio Calabria

A Reggio Calabria dagli anni ’50 si costruisce nelle aree di esondazione dei fiumi. Non è stata da meno nel 2000 la Casa dello Studente, un edificio da 400 alloggi che oggi è un’opera incompiuta.

Data la pericolosità idrogeologica medio alta dell’area è stata chiesta la sua demolizione.
 

Centro commerciale Megalò a Chieti

Il centro commerciale, uno dei più grandi d’Italia, è sorto a meno di 150 metri dall’argine del fiume in un’area classificata dal PAI come area a rischio idrogeologico medio alto.

Nel 2013 a causa di un’esondazione è stata firmata un’ordinanza di sgombero e il centro è rimasto chiuso qualche giorno con i piazzali per le auto allagati.
 

Segherie di Carrara

La città è bagnata dal torrente Carrione, sulle cui sponde sorgono molte segherie. Il piano strutturale prevede la delocalizzazione di quelle dismesse, mentre per quelle attive la ristrutturazione, la sostituzione edilizia o il cambio di destinazione d’uso.

Per ridurre il rischio sarebbe invece necessario allargare l’alveo del fiume ed eliminare molte costruzioni.
 

Isola Sacra a Fiumicino

Anche in quest’area, racchiusa tra due bocche della foce del fiume Tevere e classificata in area a rischio idrogeologico alto (R4), si trova un agglomerato di costruzioni realizzate in modo confuso e senza nessun piano di sviluppo. Si tratta di cantieri navali, circoli nautici e abitazioni non sempre in regola con le autorizzazioni.

Dal 2008 al 2015 l’isola si è più volte allagata dopo il verificarsi di eventi meteorici.
 

Edifici abusivi a Corigliano Calabro, Cosenza

Nell’area del Comune, situato in aree a rischio alto (R3) e molto alto (R4) una vasca di laminazione, cioè un’opera idraulica pubblica che dovrebbe avere la funzione di trattenere l’acqua in caso di piena, è stata trasformata abusivamente in agrumeto privato e vi è stato costruito un edificio privato in muratura.

Disagi e fenomeni di allagamenti sono diventati una consuetudine, per cui da tempo le associazioni amientaliste chiedono la demolizione degli edifici illegittimi e il ripristino della situazione preesistente.
 

Cinema e centro commerciale a Zumpano, Cosenza

La zona commerciale, che ospita anche un cinema multisala, è stata realizzata su aree a rischio alto (R3) e molto alto (R4), ai piedi di una scarpata nelle immediate vicinanze del fiume Crati e sotto una collina argillosa.

Nel 2010 e poi nel 2011 entrambe le strutture sono state danneggiate da due frane.
 

Zona artigianale di Genova

La zona artigianale si è sviluppata a partire dal 1900 in un’area a rischio idrogeologico medio-alto. Tutta la città ha subìto una sbagliata pianificazione urbanistica che ha sottratto lo spazio vitale dei corsi d’acqua con opere di tombamento, copertura e aumento degli argini.

Dagli anni ’70 ad oggi si sono verificate diverse alluvioni che hanno danneggiato o fatto chiudere diverse attività commerciali.

Scuola di Aulla, Massa Carrara
Situata in area a rischio idrogeologico alto (R4), la scuola è stata distrutta durante l’alluvione del 2011, che ha colpito anche altri edifici strategici, come la caserma dei Vigili del Fuoco e il Municipio.

 

Riqualificare e riutilizzare gli spazi pubblici abbandonati per riconsegnarli alla collettività e per sostenere la partecipazione e l’inclusione sociale delle nuove generazioni.
 
Questo lo scopo del Protocollo d’intesa firmato l’11 aprile scorso daRoberto Reggi, Direttore dell’Agenzia del Demanio e Giacomo D’Arrigo, Direttore Generale dell’Agenzia Nazionale per i Giovani.
 

Riutilizzo spazi pubblici: il protocollo d’intesa

L’intesa mira a sviluppare un progetto di collaborazione tra giovani cittadini e amministrazioni: lo scopo è valorizzare beni pubblici inutilizzatisviluppando attività di inclusione sociale, partecipazione attiva e autoimprenditorialità per sostenere i giovani nel percorso di inserimento lavorativo.
 
Le attività previste vogliono dare applicazione concreta al principio di sussidiarietà dell’ art. 118 della Costituzione, che stabilisce che Stato ed Enti Territoriali sviluppino la coesione sociale delle comunità attraverso l’impegno dei cittadini, singoli e associati, e la partecipazione a progetti territoriali.
 
L’obiettivo è coinvolgere, quindi, le nuove generazioni nelle iniziative di rigenerazione urbana, attraverso il riuso, anche temporaneo, di immobili o terreni abbandonati, con l’avvio di iniziative legate al mondo dell’arte, della cultura, dell’agricoltura, dell’imprenditorialità sociale e dell’associazionismo.
 

Rigenerazione urbana: il progetto pilota

L’accordo prevede, inoltre, lo studio di un progetto pilota di riqualificazione di uno spazio pubblico, come contenitore di nuove attività imprenditoriali attraverso la partecipazione di giovani, favorendo così l’occupazione e il processo di innovazione del Paese.
 
Le parti si impegnano infine a diffondere le buone pratiche e le esperienze di partecipazione attiva intraprese sul territorio, favorendo così l’occupazione giovanile in tutti i settori strategici del Paese, a partire dal rilancio dell’economia agricola fino allo sviluppo di start up a forte contenuto tecnologico e innovativo.
 
Questo consentirà di elaborare linee guida e modelli che incentivino la nascita di nuove iniziative di rifunzionalizzazione, anche attraverso il reperimento di fonti di finanziamento di natura etica.

Sono 7 milioni gli abitanti che vivono in aree a rischio idrogeologico. Si tratta del 12% della popolazione totale, che risiede nell’88% dei Comuni esposti al pericolo di frane e alluvioni.

I dati, presentati ieri, sono contenuti nel Rapporto ISPRA “Dissesto Idrogeologico in Italia” messo a punto a dicembre 2015.

Degli oltre 7 milioni degli abitanti “a rischio”, circa 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3 e P4) e 6 milioni in zone alluvionabili classificate a pericolosità idraulica media P2.

comuni a rischio frane e alluvioni sono in totale 7145, cioè l’88,3%. Di questi, 1.640 hanno nel loro territorio aree ad elevata propensione a fenomeni franosi e 1.607 aree a pericolosità idraulica, mentre in 3.898 comuni coesistono entrambi i fenomeni.

In Valle D'Aosta, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata il 100% dei comuni è a rischio idrogeologico. Calabria, Provincia di Trento, Abruzzo, Piemonte, Sicilia, Campania e Puglia hanno invece più del 90% dei comuni a rischio.

Passando in rassegna il settore produttivo, il rapporto evidenzia come quasi 80 mila unità locali di imprese, cioè circa l'1,7% del totale, si trovino in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata per un totale di oltre 200 mila addetti a rischio. Il numero più alto di imprese a rischio si trova in Campania, Toscana, Emilia Romagna e Piemonte. 

576.535 sedi di imprese, dislocate tra Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Liguria e Lombardia, per un totale di oltre 2 milioni di addetti, si trovano invece in area a rischio inondazione. 

Il rischio idrogeologico non risparmia neanche i beni culturali: 34.651 di questi, pari al 18,1% del patrimonio totale, si trovano in zone a pericolosità elevata e molto elevata. Sono esposti al rischio di alluvioni 29 mila monumenti, mentre 40 mila potrebbero essere soggetti ad eventi estremi P1, cioè meno probabili ma più intensi. Le regioni con il numero più alto di beni culturali a rischio sono Emilia Romagna, Veneto, Liguria e Toscana. Tra i comuni il primato spetta a Venezia, Ferrara, Firenze, Ravenna e Pisa.

Il rapporto ISPRA spiega che il massiccio processo di urbanizzazione, registrato a partire dal secondo dopoguerra, ha aggravato la situazione di dissesto idrogeologico, portando all’aumento degli elementi esposti al rischio. 

Tutti i dati sono disponibili sulla piattaforma cartografica Italia Sicura mappa.italiasicura.gov.it e sul Geoportale ISPRA www.geoviewer.isprambiente.it

All’incontro di presentazione ha partecipato anche Mauro Grassi, responsabile della Struttura di missione di Palazzo Chigi #italiasicura contro il dissesto idrogeologico. Grassi ha affermato che l’unico modo per la prevenzione del rischio è la prevenzione e che con questo obiettivo il Governo ha stanziato 750 milioni di euro per i 33 più importanti cantieri per la sicurezza delle nostre città. Entro questa estate, ha annunciato Grassi, saranno consegnati lavori per circa 254 milioni. Oltre agli interventi, già in corso, sul Fereggiano a Genova (45 milioni ) e sul Seveso a Milano (30 milioni ) si prevede già a partire dal mese di marzo l’intervento sul litorale di Cesenatico (21 milioni) e quindi sul Lambro a Milano (6,5 milioni) e a seguire ancora sul Bisagno a Genova (95 milioni), su alcuni lotti del Lusore a Venezia (10 milioni) e dell’Astico per Vicenza (31,3 milioni) e infine su alcuni, più piccoli, interventi nell’area di Carrara e Pisa (3,6 milioni). 

Il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Fabrizio Curcio, ha commentato che è importante non solo rendere pubblici, ma contestualizzare i dati sul rischio idrogeologico in modo che le comunità possano seguire le attività di prevenzione strutturale e di protezione civile per la mitigazione dei rischi.

Secondo l’ing. Sandro Simoncini, docente di Urbanistica e Legislazione Ambientale all’università Sapienza di Roma e presidente di Sogeea, Società di valutazione, acquisizione e dismissione del patrimonio immobiliare, il rapporto ISPRA certifica che ci si trova nel “punto di non ritorno”. Simoncini sottolinea come fenomeni quali l’abusivismo edilizio e il consumo del suolo non accennano ad arrestarsi ma sono addirittura in aumento e le città non hanno perseguito politiche di riqualificazione dell’esistente, ma tendono senza sosta a svilupparsi verso l’esterno. I Comuni, continua Simoncini, lamentano la scarsità di denaro da destinare alla messa in sicurezza del proprio territorio, ma allo stesso tempo non evadono istanze di condono edilizio vecchie di trent’anni che darebbero loro risorse finanziarie fondamentali. Per questo bisognerebbe demolire ciò che è rischioso e sanare le costruzioni che non rappresentano un pericolo in modo da incassare le risorse necessarie agli interventi di messa in sicurezza e riqualificazione. 
 

 In 101 Comuni italiani dal 2010 si sono registrati impatti rilevanti legati a fenomeni atmosferici estremi, con 204 eventi tra allagamenti, frane, esondazioni, con danni alle infrastrutture o al patrimonio storico.
 
Secondo i dati del Cnr, dal 2010 al 2015 le sole inondazioni hanno provocato in Italia lamorte di 140 persone e l’evacuazione di oltre 32mila cittadini. Negli ultimi 5 anni sono stati 91 i giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane; 43 invece i giorni di blackout elettrici dovuti sempre al maltempo.
 
E se questi sono gli impatti più noti e visibili, non meno rilevanti sono gli impatti sanitari provocati dalle ondate di calore. Numerose ricerche hanno infatti dimostrato l’associazione tra elevate temperature e salute della popolazione, in particolare dei soggetti a rischio, soprattutto anziani che vivono in ambiente urbano.
 
I dati sono stati resi noti martedì scorso da Legambiente, nel corso della presentazione del Dossier “Le città italiane alla sfida del clima”, cui hanno partecipato la Presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni e il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, con interventi di molti ospiti tra i quali il capo dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, il Direttore della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche Mauro Grassi, l’architetto Mario Cucinella e la climatologa Claudia Adamo, moderati dal giornalista direttore de l’Unità Erasmo D’Angelis.
 
I cambiamenti climatici in atto - spiega Legambiente - richiedono nuove forme di risposta alle emergenze e ai pericoli che incombono anche sulle nostre città. Nuove forme di pianificazione e di gestione delle aree urbane sono necessarie per mettere in sicurezza i cittadini e ridurre gli impatti sui quartieri e sulle infrastrutture dei centri urbani. Secondo gli esperti dell’IPCC, infatti, saranno proprio le aree urbane a pagare i costi sociali maggiori del global warming in particolare nell’area del Mediterraneo.

Le città sono il cuore delle sfida climatica in tutto il mondo - avvertono gli ambientalisti - perché è nelle aree urbane che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e la frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e provocando gravi danni a edifici e infrastrutture. 
 
“I cambiamenti climatici stanno determinando impatti sempre più evidenti nelle nostre città, con rischi per le persone e le infrastrutture resi ancor più drammatici dal dissesto idrogeologico, da scelte urbanistiche sbagliate e dall’abusivismo edilizio - ha dichiarato la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni -. Serve un cambio di passo nelle politiche, con piani di intervento e risorse per l’adattamento al clima, come ci chiede anche l’Unione Europea, ma urge anche un cambio radicale delle scelte urbanistiche da parte dei Comuni, per mettere in sicurezza le aree più a rischio attraverso interventi innovativi, fermando il consumo di suolo e riqualificando gli spazi urbani, le aree verdi e gli edifici per aumentare la resilienza nei confronti di piogge e ondate di calore”.
 
“Senza dimenticare che, come sta avvenendo in questi giorni, la mancanza di piogge legata ai mutamenti climatici incide sulle concentrazioni di inquinanti e smog nelle nostre città. L’esatta conoscenza delle zone urbane a maggior rischio è allora molto utile per pianificare e ottimizzare gli interventi durante le emergenze e per indirizzare l’assistenza, oltre che per realizzare interventi di adattamento che reintroducano alberi e prati al posto di superfici asfaltate, favorendo il naturale deflusso delle acque nella falda rivestendo i tetti con vegetazione o materiali riflettenti” - ha concluso Muroni.
 
“Le città italiane - ha affermato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti - fanno ormai i conti con condizioni atmosferiche inedite e violente, che ci portano in pochi giorni dalle frane per i nubifragi alla secca dei fiumi e alle cappe di smog: per questo c’è bisogno di adattare i nostri centri urbani con sempre maggiore rapidità a una situazione climatica in continua evoluzione, che modifica anche il contesto sociale e le prospettive economiche. Il successo reale dello storico accordo raggiunto alla Cop21 di Parigi passa in Italia per la lotta al dissesto idrogeologico, su cui il governo sta investendo risorse e credibilità politica, ma anche da una nuova cultura ambientale, che ci allontani da un passato di disinteresse verso il territorio, di spreco dissennato della risorsa suolo e di scempi edilizi. Riadattare le nostre città e le nostre abitudini a una nuova condizione climatica - ha concluso Galletti - è una sfida epocale che deve coinvolgere tutti: dalla politica agli imprenditori, a ciascun cittadino”.
 

Il dissesto idrogeologico in Italia

In Italia sono diverse le ragioni per cui l’adattamento al clima deve diventare una priorità nazionale. L’81,2% dei comuni è in aree a rischio di dissesto idrogeologico, con quasi 6 milioni di persone che vivono in zone a forte rischio idrogeologico. Questo dossier evidenzia come molte grandi città italiane hanno visto ripetersi negli anni fenomeni meteorologici estremi che hanno provocato danni alle infrastrutture e agli edifici e provocato morti e feriti. Tra il 1944 ed il 2012 sono stati spesi 61,5 i miliardi di euro solo per i danni provocati dagli eventi estremi nel territorio italiano. Secondo i dati di “Italia sicura”, l’Italia è tra i primi paesi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto: circa 3.5 miliardi all’anno dal 1945 in poi. Dal 1950 ad oggi abbiamo contato 5.459 vittime in oltre 4.000 eventi tra frane e alluvioni.
 

I cambiamenti climatici e gli impatti sanitari 

Questi dati dimostrano anche che c’è stato un cambiamento nella quantità e intensità dei fenomeni di pioggia, che sempre più spesso si concentra in pochi minuti con quantitativi di acqua che mediamente dovrebbero scendere in diversi mesi o in un anno, e che quindi c’è bisogno di attivare un sistema di risposta più efficace, in base alle caratteristiche dei diversi territori, a volte condizionati da fenomeni di dissesto idrogeologico, altre dalle conseguenze di una gestione disinvolta del consumo di suolo, dell’edilizia o della rete di smaltimento delle acque. 

Oltre ai danni più visibili causati dal maltempo, dobbiamo fare i conti anche con gliimpatti sanitari dovuti alla maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore. Gli studi realizzati dal Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario nazionale della Regione Lazio, nell’ambito del “Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, evidenziano dati preoccupanti relativi alle città italiane: durante l’estate 2015, le temperature superiori alle medie nel periodo di luglio nelle città del Nord e del centro (fino a 4°C superiori ai valori di riferimento con picchi che hanno raggiunto i 41°C), associate ad elevati tassi di umidità hanno aumentato il disagio termico della popolazione. L’effetto è stato un aumento della mortalità giornaliera nella popolazione con età superiore ai sessantacinque anni nel mese di luglio 2015, con incrementi compresi tra +15% e +55%. Se si guarda ai dati storici, il 2003 rimane l’anno con le temperature più elevate e con il più grave impatto sulla mortalità per tutti i range di temperatura.
 

La proposta di Legambiente: Piani Clima delle città

Le città, quindi, devono poter affrontare  la sfida dei cambiamenti climatici con l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi e impatti sociali che, proprio nelle aree urbane, determinano conseguenze spesso drammatiche. Per riuscire in questo intento e ridurre rischi e impatti, occorre attuare strategie di adattamento mirate , gestite a livello nazionale e locale. Per Legambiente una politica idonea deve prevedere l’elaborazione di Piani Clima delle città, cioè di uno strumento che consenta di individuare le aree a maggiore rischio, di rafforzare la sicurezza dei cittadini anche in collaborazione con la Protezione civile, in modo da elaborare progetti di adattamento di fiumi, delle infrastrutture, dei quartieri.
 
Il Ministero dell’Ambiente dovrebbe svolgere un ruolo di indirizzo e coordinamentorispetto all’azione dei Comuni: di indirizzo, attraverso l’elaborazione di linee guida per i Piani in modo da semplificare il percorso di elaborazione e approvazione; di coordinamento, perché le azioni previste dai Comuni possano confluire nella strategia nazionale di adattamento e entrare nelle priorità della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico. Così da poter individuare gli interventi prioritari da realizzare attraverso cofinanziamenti nazionali e regionali, ma anche comunitari come è previsto da fondi strutturali 2014-2020 che, pur vincolati al clima, corrono il rischio di rimanere inutilizzati in assenza di chiare strategie e di una attenta regia.
 
L’adattamento delle città più a rischio deve diventare una priorità della Struttura di missione contro il dissesto: nelle aree urbane particolarmente a rischio, da Genova a Messina, a Roma, occorre elaborare subito i Piani Clima in modo da selezionare gli interventi più urgenti e di progettarli con un approccio nuovo, adeguato a sfide complesse che riguardano la gestione delle acque, le temperature, gli spazi urbani. Perché non è continuando a intubare o deviare i fiumi, ad alzare argini o asfaltare altre aree urbane che possiamo dare risposta a equilibri climatici complessi che hanno bisogno di analisi nuove e strategie di adattamento. Occorre predisporre monitoraggi degli impatti sanitari dei cambiamenti climatici con specifica attenzione alle aree urbane per capire le relazioni tra fenomeni climatici (come le ondate di calore e le piogge violente) e la salute delle persone. Occorre rafforzare e ampliare le indagini epidemiologiche in tutte le città italiane e poi utilizzare questi studi per Piani e interventi che riducano i rischi per le persone.
 

Le esperienze italiane ed europee

Gli esempi di interventi di adattamento raccontati in questo dossier - da Copenaghen a Bologna, ad Anversa - dimostrano come sia possibile realizzare progetti capaci di dare risposta ai rischi climatici in una prospettiva di miglioramento della vita nelle città: mettendo in sicurezza un fiume, restituendo spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creando quartieri vivibili anche quando le temperature crescono grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore. L’adattamento al clima è la vera grande sfida del tempo in cui viviamo. Per vincerla, dobbiamo rendere le nostre città più resilienti e sicure, cogliendo l’opportunità di farle diventare anche più vivibili e belle.
 

La mappa italiana dei danni provocati dai fenomeni climatici

Il dossier presentato riporta le informazioni raccolte nella mappa interattiva relative ai danni provocati in Italia dai fenomeni climatici dal 2010 ad oggi, con particolare attenzione alle città. Nella mappatura, ad ogni episodio sono associate informazioni che riguardano sia i danni che gli episodi precedenti avvenuti nello stesso comune, per contribuire a chiarire i caratteri e l’entità degli impatti provocati, individuare le aree a maggior rischio, registrare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza per cominciare ad evidenziare, laddove possibile, il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano.

Previsti criteri di base come la prestazione energetica, e criteri premiali come la capacità tecnica dei progettisti

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DM 24 dicembre 2015 che adotta i Criteri Ambientali Minimi (CAM) per l'affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici e per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione.
 
Il documento s’inserisce nel Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione (PAN GPP) per ridurre gli impatti ambientali degli interventi di nuova costruzione  o ristrutturazione/manutenzione degli edifici e per aumentare il numero di appalti verdi. Per incentivare questo meccanismo le stazioni appaltanti comunicheranno i dati relativi alla gara all’Autorità anticorruzione (Anac).  
 

Appalti verdi PA: criteri di base e criteri premiali

I criteri inseriti nel documento si suddividono in criteri ambientali di base e criteri ambientali premiali. Il documento specifica che un appalto può essere definito “verde” dalla PA (ai sensi del PAN GPP) se include almeno i criteri di base. Le stazioni appaltanti però sono invitate ad utilizzare anche i criteri premiali quando aggiudicano la gara con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.
 
Tra i criteri ambientali minimi c’è quello della selezione dei candidati; secondo questo criterio l’appaltatore deve dimostrare la propria capacità di applicare misure di gestione ambientale, conformemente alle normative vigenti.
 
Vengono forniti i criteri minimi sia per gruppi di edifici che per singoli edifici. Tra le specifiche tecniche dei gruppi di edifici: l’inserimento naturalistico paesaggistico, la sistemazione delle aree verde e il mantenimento della permeabilità dei suoli. Ad esempio i progetti di nuovi edifici o le riqualificazione di aree esistenti devono prevedere una superficie territoriale permeabile non inferiore al 60% della superficie di progetto.
 
Tra le specifiche tecniche del singolo edificio: la prestazione energetica (nei nuovi progetti l’indice di prestazione energetica globale deve essere uguale a A2), l’approvvigionamento energetico, il risparmio idrico,  l’illuminazione naturale ecc.
 
Inoltre vengono illustrate le specifiche tecniche dei componenti edilizi come calcestruzzi, laterizi, prodotti in legno ecc, di cui vengono ad esempio specificate la quantità che bisogna riciclare.
 
Nelle specifiche tecniche del cantiere vengono esplicitati i criteri da seguire nelle demolizioni, per i materiali usati in cantiere, per gli scavi ecc.
 
Infine vengono definiti i criteri minimi premiali come il miglioramento prestazionale del progetto, l’uso di materiali rinnovabili, la distanza di approvvigionamento dei prodotti da costruzione e il miglioramento delle prestazioni ambientali dell’edificio.
 
Un altro criterio premiale è la capacità tecnica dei progettisti; viene infatti attribuito un punteggio premiante alla proposta redatta da un professionista accreditato dagli organismi di certificazione energetico - ambientale degli edifici accreditati secondo la norma internazionale ISO/IEC 17024.
 

Appalti verdi: indicazioni per la PA

Per consentire il monitoraggio degli appalti pubblici verdi le stazioni appaltanti, ai sensi del Dlgs. 163/2006dovranno comunicare ad ANAC (Autorità Nazionale AntiCorruzione), nel rispetto delle modalità previste, i dati sui propri acquisti fatti conformemente ai Criteri ambientali Minimi (CAM).
 
Il documento specifica però che prima della definizione di un appalto, la stazione appaltante deve fare un’attenta analisi delle proprie esigenze valutando la reale necessità di costruire nuovi edifici, a fronte della possibilità di adeguare quelli esistenti e di migliorare la qualità del costruito, considerando anche l’estensione della vita utile degli immobili.
 
Nei casi di demolizione e ricostruzione la PA deve prediligere la demolizione selettivaalla demolizione non selettiva, per fare in modo che il materiale recuperato nella fase di demolizione e avviato al riciclaggio sia il più possibile omogeneo.
 
Infine, allo scopo di ridurre l’impatto ambientale dell’edificio è opportuno che il progetto definisca anche i principali criteri e modalità per la gestione degli stessi, che dovranno essere rispettati dall’organizzazione che se ne farà carico. 

 

Ministro della Difesa Pinotti: ‘una importante occasione di sviluppo per il territorio’

Sono 39 le proposte arrivate per il bando per la concessione, fino a 50 anni, di 11 fari di pregio storico e paesaggistico di proprietà dello Stato.

Il bando di gara, come ha sottolineato l'Agenzia del Demanio ha visto "un boom di domande" grazie alla grande partecipazione del territorio, ma anche dell’associazionismo sociale e ambientale, dell’imprenditoria immobiliare e di investitori esteri".

Concessione fari: le offerte arrivate

In particolare, per i fari in gestione all’Agenzia del Demanio le offerte si sono così distribuite:  3 per il Faro di Brucoli ad Augusta (SR), 6 per il Faro di Murro di Porco a Siracusa (SR), 4 per il Faro di Capo Grosso nell’Isola di Levanzo – Favignana (TP), 3 per il Faro di Punta Cavazzi ad Ustica (PA), 7 per il Faro di Capo d’Orso a Maiori (SA), 6 per il Faro di Punta Imperatore a Forio d’Ischia (NA), 3 per il Faro di San Domino alle Isole Tremiti (FG).
 
Per quanto riguarda i fari gestiti dal Ministero della Difesa, sono pervenute: 2 offerte per il Faro Punta del Fenaio, 2 per il Faro di Capel Rosso sull’Isola del Giglio (GR), 3 per il Faro Formiche di Grosseto e nessuna offerta per il Faro di Capo Rizzuto a Isola di Capo Rizzuto (KR).
 

Valorizzazione fari: al via il secondo step

Le proposte saranno quindi valutate da due commissioni di gara, una per l’Agenzia del Demanio e l’altra per il Ministero della Difesa che procederanno, in seduta pubblica, all’apertura dei plichi e verificheranno la correttezza formale della documentazione presentata dai partecipanti.

Le proposte idonee saranno valutate secondo il criterio dell’offerta “economicamente più vantaggiosa”, data dalla proposta progettuale, valutata con punteggio pari al 60%, e dalla proposta economica, a cui può essere assegnato un punteggio massimo pari al 40%. 

La valutazione della proposta progettuale terrà conto di elementi qualitativi quali: soluzioni di recupero del faro, manutenzione, fruibilità pubblica, contributo allo sviluppo locale sostenibile e la possibilità di creare un network tra più strutture, attraverso una rete di servizi e attività condivise. 
 

Concessione Fari: i commenti

Il Direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, ha dichiarato: “Per la prima volta in Italia abbiamo avviato, grazie alla collaborazione e al sostegno di partner del settore turistico, dell’associazionismo e dello sport, un processo di valorizzazione del sistema dei Fari italiani. Fari che non smetteranno il loro uso di lanterne e di sentinelle del mare e che saranno riportati a nuova vita grazie ad interventi di ristrutturazione e riqualificazione, con benefici economici e sociali sui territori dove si collocano”.
 
Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha spiegato: “Un gioco di squadra tra Ministero della Difesa e l’Agenzia del Demanio nel più ampio progetto  per la valorizzazione del patrimonio pubblico italiano, che vuole sottrarre queste risorse al degrado e, al contempo, fornire una importante occasione di sviluppo per il territorio. Sin dall’inizio del mio incarico ho dato priorità  e considero un “dovere patriottico” verso i nostri figli e verso i nostri padri riutilizzare in modo proficuo il patrimonio immobiliare militare non più in uso”.

Saranno premiati i progetti destinati ad attività turistiche, ricettive, culturali e sportive

Scade oggi alle 12.00 il bando per aggiudicarsi la concessione di uno degli 11 fari dello Stato.
 
I bandi sono gestiti dall’Agenzia del Demanio e dal Ministero della Difesa e mirano al recupero e al riutilizzo di 11 fari pubblici.  
 
Per partecipare alla gara è necessario presentare la documentazione amministrativa, la proposta progettuale e l’offerta economica libera. La proposta progettuale deve essere coerente con gli indirizzi e le linee guida del progetto Valore Paese - FARI: in particolare i fari possono accogliere iniziative ed eventi di tipo culturale, sociale, sportivo e per la scoperta del territorio insieme ad attività turistiche, ricettive, ristorative, ricreative,didattiche e promozionali.
 
Il criterio di valutazione è l’offerta “economicamente più vantaggiosa”, data dalla proposta progettuale, valutata con punteggio pari al 60%, e dalla proposta economica, a cui può essere assegnato un punteggio massimo del 40%.
 
La valutazione della proposta progettuale terrà conto di elementi qualitativi quali: soluzioni di recupero del faro, manutenzione, fruibilità pubblica, contributo allo sviluppo locale sostenibile e la possibilità di creare un network tra più strutture, attraverso una rete di servizi e attività condivise.
 
I fari coinvolti nel progetto Valore Paese - FARI sono: il Faro di Brucoli ad Augusta (SR), il Faro di Murro di Porco a Siracusa (SR), il Faro di Capo Grosso nell’Isola di Levanzo-Favignana (TP), il Faro di Punta Cavazzi ad Ustica (PA), il Faro di Capo d’Orso a Maiori (SA), il Faro di Punta Imperatore a Forio d’Ischia (NA), il Faro di San Domino alle Isole Tremiti (FG) e dei quattro proposti dal Ministero della Difesa il Faro Punta del Fenaio e il Faro di Capel Rosso sull’Isola del Giglio (GR), il Faro Formiche di Grosseto e il Faro di Capo Rizzuto a Isola di Capo Rizzuto (KR).

Da questo mese è possibile conoscere la geolocalizzazione e i dati relativi a tutti gli immobili e le aree pubbliche di proprietà dello Stato in gestione all’Agenzia del Demanio
 
E' stata infatti ampliata la piattaforma digitale messa a punto dall’Agenzia del Demanio, OpenDemanio, con la georeferenziazione e e l’accesso ai dati di oltre 32 mila immobili e 14 mila terreni.
 

OpenDemanio: immobili pubblici online

OpenDemanio è attiva da luglio 2015 per i dati riferiti al Conto Patrimoniale dello Stato aggiornato al 31 dicembre di ogni anno; dal 7 gennaio la piattaforma è stata implementata attraverso la sezione dedicata alla georeferenziazione dei fabbricati.
 
In questa sezione i cittadini hanno la possibilità di visualizzare, oltre ai dati tecnici, lalocalizzazione Streetview di Google, con il posizionamento dei singoli beni sul territorio e la loro visualizzazione su base cartografica, con i dettagli su denominazione, indirizzo, categoria, stato di occupazione e superficie.
 
E’ quindi possibile consultare sulla piattaforma il numero dei beni, sia a livello totale che dettagliato per tipologia (fabbricati e aree non edificate), il loro valore sia totale che dettagliato per tipologia, e il numero e valore di fabbricati e aree per categoria (patrimonio disponibile, indisponibile, demanio storico artistico).
 

La piattaforma OpenDemanio: aggiornamenti e progetti futuri

OpenDemanio viene aggiornata quotidianamente, prendendo i dati sullo stato del patrimonio direttamente da un sistema gestionale dell’Agenzia. 
 
L’Agenzia del Demanio inoltre proseguirà l’implementazione della piattaforma nel corso del 2016 con l’inserimento di una sezione dedicata alla geolocalizzazione dei cantieri aperti o di prossima apertura e pubblicazione e geolocalizzazione degli immobili inseriti in percorsi di valorizzazione.